Feeds:
Articoli
Commenti

20130520-222648.jpg

Nell’ultimo anno ho avuto l’impulso di chiudere il blog tipo 200 volte,
di cui 100 solo nell’ultimo mese.
Per due motivi. Uno non lo dico. L’altro é che mi sono messa in testa che esso rappresenta il mio passato e, precisamente, i miei anni di piombo.
Dato che agogno il cambiamento come bramo la brioche stamattina (sono riuscita a prendere al volo il primo treno, da non credere: anche la colazione, sarebbe stato troppo) mi é salita una specie di antipatia verso tutte le svariate emozioni descritte fino ad oggi.
Scappare dal già vissuto. Il vissuto male, s’intende.
Questo blog é assolutamente autoreferenziale.
Naturale: si chiama DIARIO.
É una mappa abbastanza affidabile della mia struttura mentale, complessa, un po’ barocca e perennemente work in progress arricchita da frequenti cazzuolate di materia astrale dai toni tendenzialmente cupi.
Molto color sangue venoso (dolore), molto rosso arterioso (rabbia e improvvisi benché rari accessi di vitalità), poche spennellate di azzurro cielo: i miei rari momenti santi.
Poche perché naturalmente l’azzurro si vive, non si scrive.

Dicevo, in un momento in cui vorrei, più del solito, essere migliore mi viene voglia di cancellare tutto per fare una tabula rasa propiziatoria che agisca, per analogia, anche all’interno della mia scatola cranica.
Sono celebre per aver buttato scatole intere di scritti nell’era del carta e penna. É proprio un istinto antico.
Ma oggi no. Provo a fare qualcosa di diverso.
Complice il mio narcisismo, credo che terrò botta e continuerò qui le mie metamorfosi senza rinnegare ciò che é stato prima.
Mantengo il nome (che mi piace) e magari anche la posizione statistica che, pur essendo sepolta nella massa, nei momenti infantili di smarrimento nonvalgoniente sonoinvisibile sonosolaalmondo, gratifica l’ego mica poco.
Se cambierò idea sarà perché ne aprirò un altro. Se mi prende una ramata forte di follia potrebbe ancora succedere, da un momento all’altro, come un fulmine a ciel sereno. Si fa per dire ‘ciel sereno’ da queste parti. E comunque non mancherò certo di dirlo.

Piangere abbondantemente durante i processi di trasmutazione delle emozioni negative (diciamolo bene: quando stai male come un cane, in pratica), a meno che non si ceda ad una strumentalizzazione vittimistica del proprio stato, é una cosa che non si racconta. C’è il tabù della sofferenza. La gente non vuole sentire parlare di dolore. L’ho capito quando mi é capitato di parlare, molto tranquillamente peraltro, dei lutti vissuti in questi anni: espressioni imbarazzate, percepibile voglia di scappare via, sguardi che cadono obliquamente verso il basso.
In fatto di argomenti, il dolore é scomodo come la masturbazione: a tutti capita prima o poi, nessuno lo dice, moltissimi arrivano a negarlo.
E chi lo esibisce solitamente ha un secondo fine. L’attenzione egoica, il guardatemi sto male, mendicando un sostegno che faccia da lenitivo. Che poi non funziona mai. Nel senso che non guarisce proprio nessuna ferita.
Se invece ti mostri e racconti sinceramente e spontaneamente che hai passato giorni a piangere miseramente mentre qualcosa di te prendeva fuoco, ti senti in imbarazzo, ti senti sfigata, quella che ne ha sempre una.
Fondamentalmente ci si vergogna della propria fallibilità, del sentirsi sventurati, gettando così per l’ennesima volta la responsabilità di se stessi in braccio alla considerazione altrui.
Invece bisognerebbe ammetterlo con semplicità, senza farsi paranoie di sorta e senza fare i salti mortali per mantenere un’immagine vincente che, in quel momento, non corrisponde affatto a realtà.
Adesso, proprio adesso mentre questo flemmatico controllore caracolla tra i sedili di fianco a me, mi scendono due lacrime. Per un attimo mi vergogno. Poi mi dico anche (perché qua dentro siamo in tanti) va be’, non sono tutta così: riesco anche a fare dell’ironia. Due cervelli in uno. Una benedetta dicotomia che non é una frammentazione schizoide ma l’esito di una maturazione lenta ed impegnativa. Il risultato del mio paziente e costante impegno nel liberare ciò che sono veramente dalla massa pastosa delle emozioni che mi ammantano ma che non costituiscono affatto la mia più reale identità.
Grazie signor Osservatore. Rimanga pure tutto il giorno con me. Non se vada come al solito quando scende la sera. Non vorrà mica dirmi che ha paura del buio! Pensi che un giorno veglierà sul mio corpicino mentre me la dormo beatamente. Tanto vale che si abitui.
Conosci te stesso. As usual.

Ore 22
E invece la sera, ancora se ne va.
Come se la sua presenza fosse possibile solo con la Luce.
E credo di non aver detto una fesseria.

Tempo

tempo

“Comincio oggi. Tanto, un giorno vale l’altro.
Il giorno ‘è’ perché lo abbiamo inventato noi.
La mia vita è un giorno intero. Ed io ne sto esplorando la notte.
Mi chiamo Anna e questo diario è mio.-

(Questo è l’inizio di un vecchio racconto mai terminato..)

Carissima amica,
è proprio così: le ore, i giorni, gli anni, sono tutti quanti soltanto attimi.
Attimi brevi come il lampo o lunghissimi, come certi sospiri che non finiscono più.
Il tempo è nemico ed alleato e lascia il suo segno su di noi, abbruttendoci per una vita vissuta poco e male, o impreziosendo i nostri sguardi di una nobile consapevolezza.
La vita è una singola unità dove si alternano inverni e primavere, notti inquiete e giorni splendenti.
Notti lunghe di anni, giorni di poche ore.
Autunni approssimati e torride sconfinate estati.
Un anno in più non esiste.
E’ solo un sistema. Per controllare, di tanto in tanto, a che punto stiamo.
Ti auguro che il viso ti si segni per troppo sorridere.”
Buon compleanno Trippi
_____________________________________________

Lettera di auguri scritta per il compleanno di una vecchia amica, spuntata tra pacchi di memorabilia rovistati oggi, in un accesso compulsivo di space clearing.
Quando il Gatto era parecchio giovane e sul Tempo pareva saperla lunga.
In realtà il segreto è che non aveva ancora superato i 30: si fa presto a fare i saggi, a quell’età. Soprattutto se sei una blaterona che ama scrivere.
Descrivevo la relatività e la soggettività del tempo omettendo la cosa fondamentale: non sono verità da constatare, ma da cavalcare e dirigere per fare di se stessi un capolavoro di esperienza.
Dopo quasi vent’anni, rileggo queste cose poi fisso il muro attonita, chiedendomi dove mi si è impigliata la giacchetta.
E perché non ho mai finito i racconti.

Voci dal fondo

tumblr_lted71dUDm1qkxk4mo1_r6_500
(foto: http://pixbyrichard.tumblr.com)

Adesso, dire che la tecnologia mi è avversa farebbe di me una disonesta.
C’è silenzio.

Uomini in abito scuro bruciano le mie parole,
fondono le sillabe, le ricompongono. Ripetutamente.
Frammiste a metriche temporali e a nuovi spazi,
si contraggono e si riespandono generando forme.
Una volta una sfera, una volta un ponte.
Una volta una linea, una volta un’orma.
Una plasticità universale e io, io immobile.
Che fare?

Una volta un continente e poi, un altro ancora.
La neo-Pangea del mio divenire.
Che fare?
La deriva delle mie placche fondamentali,
dal soffio profondo e costante che viene dal centro.
Una fresca superficie, trascinata dal magma,
nuovo confine, nuova maschera,
esito, risultanza, nuova direzione,
terra ignota su cui proseguire il cammino.

Crescere

20130419-165225.jpg

Diventare adulti è un traguardo arduo che spesso viene frainteso.
Non c’entra la famiglia, non c’entra l’età, non c’entrano certi traguardi (mentre ne c’entrano altri).
Il bisogno di essere accuditi, che ci cambino il pannolino quando la cacca brucia, che ci diano subito l’acqua quando abbiamo sete, che ci dicano che abbiamo fatto bene, che abbiamo fatto giusto.
Così come stizza sul fatto che nessuno riesca e/o possa partecipare i tuoi sentimenti e i tuoi movimenti così come vorresti – perché ognuno di noi ha il libretto di istruzioni diverso da quello degli altri -, che tu debba fondamentalmente arrangiarti e che l’unica gonna a cui tu possa attaccarti é la tua… (E spera che non sia larga.)
Ad un certo punto della vita, rendersi conto di tutto questo con estremo disappunto se non addirittura con sgomento, indica chiaramente che si deve ancora crescere.
La mamma non c’è, il gatto non capisce (anzi tu non capisci lui), il partner, se c’è, ti guarda come guarderebbe un’iguana in smoking che prende la metropolitana.
Mentre tu piangi, tu urli, tu non sai più con chi prendertela, tu non capisci, tu ti senti arrotata da tondi macigni di pietra focaia sulle pareti di un vortice senza fine, tu cerchi un maledetto gancio. Se c’è, meglio una maniglia.

Ci sono giorni, argomenti, scelte, dilemmi che vorremmo tanto non affrontare da soli come un palo in mezzo ad una rotonda stradale.
Mettiamo in dubbio il valore della nostra cognizione e non reggiamo l’ariosa ma altrettanto temibile responsabilità di noi stessi.
Vogliamo compagnia. Sguardi che accolgono. Mani che accompagnano. Fusioni calde in cui riporci. Grembi post materni.
E invece no. Ti stagli sull’orizzonte della tua vita, monolite sbilenco in una sterminata distesa di silenzio, e chi s’è visto s’è visto.
Anche se da te diluviava e lo sapevano tutti.
L’indomani, come se niente fosse.
Irrobustisci le fondamenta, rinforzi i varchi e ridi quando pretendono di entrare nelle tue cantine. Tra te e te, ovvio, mentre mostri loro un’entrata farlocca.
Depistaggi necessari alla conservazione di un minimo di identità.
C’è da dire che a parte la scomodità, scegliere da soli per se stessi, che dovrebbe essere la via naturale ed ovvia, a lungo termine da i migliori frutti.
E costringe, a pensarci bene, ad onorare la propria esistenza
Comunque, sto bene. Ciao.

P.S.: il post ha più di una settimana, ma la tecnologia mi é stata avversa. Miao

L’Ombra

IL LATO OSCURO DELLA LUNA

Tempo fa ho comprato un libro.
In un momento di disperazione e nevrosi a livelli cosmici.
Quando vi dico l’argomento, capite perché proprio in quel momento: ha a che fare con l’esplorazione dell’Ombra.
Qualcosa di molto Junghiano che, a mio parere, chiunque si creda in possesso di una coscienza dovrebbe affrontare, prima o poi.
Sicuramente nei momenti di maggior attrito per tentare di farsene una ragione.
A meno che non siate astrologi. E allora vi spiegate tutto con i transiti di Saturno, Chirone e la rivoluzione del Nodo Lunare.
Ma a me non basta.

Quindi, quale miglior periodo di questo, in cui materializzo le meglio tragedie annidate nel mio inconscio?
Comunque, per notizia – ovviamente non vi parlerò di cosa, come e perché: per queste cose c’è il taccuino vergato a mano – , funziona come per i fiori di Bach e cose affini: basta tenerli in tasca, o guardarne l’immagine e già ti intaccano inesorabilmente con la loro funzione.
Nemmeno ho iniziato il programma proposto dal libro, salvo l’aver letto la necessaria introduzione, che già mentre mangio l’insalata un mostro salta fuori.
Così. Dal niente. E così insieme a lui, tutti dei collegamenti incredibili, stupefacenti.
Chi ha detto che l’associazione mentale è solo un girone infernale?
E’ la catena che dall’inferno può tirarti fuori.
Cose semplicissime, davanti a te da sempre.

E’ proprio uno svelamento, nel vero senso del termine.
Si cambia livello improvvisamente.
Improvvisamente apri un altro paio di occhi.
Una specie di violenta succussione dei corpi sottili che poi si riassestano, compenetrandosi secondo un nuovo algoritmo.
Siamo esseri telescopici.
E’ tutto dentro.
Solo quando ti sviluppi verso l’esterno (che poi è anche l’interno) acquisisci potenza ottica per mettere a fuoco un pezzo in più di ciò che sei.
E ti sembra tanto.
E in realtà è pochissimo: il confine tra te e l’altro è la non esistenza del confine. Prima che arrivi lì hai già fatto il giro della ruota un tot di volte.
Speriamo di essere un faraone, alla prossima.

l43-alfred-hitchcock-110805170803_big

Scrivo poco perchè ho un grosso problema con le parole, ultimamente.
(e alla fine di questo post, potreste anche pensare: “potevi continuare così”).

Tra gli abbonati via e-mail a questo blog ho scoperto un Counselor Olistico.
Probabilmente si ispira alle mie nevrosi per allenarsi.
Nel frattempo si sono superate le 20mila visite, non so come.

Ho 46 anni. Non so se l’ho mai detto, o se si è mai evinto da ciò che scrivo – cosa potenzialmente imbarazzante.
E da oggi inizia la mia nuova vita.
Travaglio, parto. Molto dolore, molta paura. Attrito, sforzo vitale, sangue.
Me lo merito perchè non ho figli di carne?
Comunque non ci sarà nessuno la fuori ad aiutarmi come allora.
Quel cesareo là, ti obbliga a rifare tutto più avanti.
Considerare ciò una sfiga o una fortuna, è una scelta che cambia tutto.
Naturalmente siamo ad Aprile (anche se il link parla di Giugno, ma chi può intenda).

Pensavo di essere un agnellino mite e pavido e invece sono una guerrafondaia repressa.
Condizione classica di chi aderisce ad altre forme per il terrore di non essere gradita.
Cosa stupida e totalmente inutile. E comunque ho male al cuore.

Il fatto che continui a piovere, onestamente, mi da sollievo.
Il cielo mi accompagna, silenzioso, fedele, rassicurante.
E poi non vorrei farmi soprendere dal caldo sole in queste condizioni.
Sarebbe uno spreco.

Le abitudini si possono cambiare. Anche le più inveterate.
Dirò una cosa scontata, ma è questione di scegliere da svegli, di essere consapevoli, presenti a se stessi.
Poi, naturalmente, vanno investite Volontà e disciplina. Ma sono secondarie.

Quello che sta accadendo all’Italia mi spaventa. Il fatto che ogni italiano è la particella di una coscienza-gruppo chiamata Italia mi apre ad una visione che non avevo mai considerato seriamente: se il voto non basta (non serve quanto dovrebbe) che dobbiamo fare?
Il disagio e la confusione, la non-identità e la frammentazione del mio paese sono identiche alle mie: forse ognuno ha il dovere di raddrizzarsi per se e per tutto ciò a cui appartiene.
Cosa impossibile da fare senza essere in modo franco, determinato e invincibile, se stessi.

Sabato scorso, per la prima volta in vita mia ho rischiato di incendiare casa.
Era Pasqua, non San Giovanni. E comunque non è mai il caso di fare un falò tra le mura domestiche.
Ho soffiato prontamente (e stupidamente) su un piccolo ribollente coagulo di plastica avvampato tanto da aver già intaccato il legno del mobile su cui era appoggiato. Tutto risolto.
Ma l’indomani, e l’indomani ancora, nella stanza e in quella attigua, scorgevo puntini microscopici neri quasi ovunque. L’effetto del mio geniale soffio su quel materiale che si è trasformato in una miriade di particelle di strana cenere, viscosa, nerissima, omnipervadente.
Anche i piccoli incidenti lasciano segni persistenti. Figurati quelli grandi.

Ho la malsana voglia di fare una specie di mercato-party a casa: tutto (o quasi) quello che ti piace lo compri a prezzi stracciati o simbolici. Esclusi cimeli di famiglia, le pellicce (i gatti, per chi non conosce ancora l’appellativo), alcuni libri, la stufa a legna.

Oggi ho scoperto un particolare agghiacciante sul mio comportamento.
Voglio assolutamente lavorarci. Uffa, non si finisce mai.

Sono stanca. Esaurita. In attesa che si spacchi la crosta durissima che imprigiona il guerriero che è in me.

Giustizia

angelo guerriera assassina
“Nell’ingiustizia si trova la chiave per liberarti dalla sofferenza.
Non limitarti alla lamentela come fanno gli schiavi.. che piegano la testa digrignando i denti. Abbi il coraggio di entrare nell’ingiustizia e qui trova la vera Giustizia.
Ogni evento ingiusto della tua esistenza tocca un nervo scoperto, ma se invece di usare la lamentela come fuga (la “via larga”) indaghi dentro a quell’evento, scopri perché tu, e solo tu, lo hai portato nella tua vita, allora puoi diventare il Re del tuo regno.. L’unico RESPONSABILE per quanto ti accade.

Non lasciare che il mondo prenda il sopravvento.
Non delegare al mondo la tua felicità.
Questa è la psicologia dello schiavo.
Lo schiavo deve lamentarsi perché non sopporta la pressione della responsabilità: non può ammettere di essere lui il regista unico delle ingiustizie che subisce.
Il Re, al contrario, non può lamentarsi, perché in tal modo ammetterebbe l’esistenza di un potere superiore al suo che può decidere della sua felicità.

Percepisci come ingiusto qualcosa che non sei ancora riuscito a integrare nel tuo essere, qualcosa che ancora non riconosci come tuo, qualcosa che è ancora troppo elevato per te.
Sei come la volpe che non riesce ad arrivare all’uva: rifiuti ciò a cui non puoi giungere con il tuo Cuore.
Ogni ingiustizia è linfa per il tuo essere, perché rappresenta il metodo più giusto per aprire un po’ di più il tuo Cuore”

LA VIA PER LIBERTA’ E’ ANCORA LUNGA.
Sono indietro come le balle del cane.

(testo virgolettato tratto da Il Libro di Draco Daatson, Salvatore Brizzi)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 38 follower