Un canto antico

È l’inizio di una notte.
Ho indossato una giacca pesante e sono qui ad ascoltare la pioggia,
protetta dalla terrazza e da una semioscurità che ora mi è affine.

La pioggia è la voce del cielo per la terra.
È un dono, una musica; un canto, un atto d’amore.
Un suono primordiale, radicale, universale.

I ritmi della naturale caduta si sovrappongono al gocciolio delle gronde
su altre superfici e al sottile suono dei rivoli raccolti in certi dove,
in una sequenza apparentemente regolare che a tratti si interrompe o si impenna come per mano di un invisibile solista.

Piove, in questo ennesimo famigerato Aprile.

2 pensieri su “Un canto antico

  1. Le rinascite implicano le morti.
    E nulla è come sembra.
    Nel refolo del vento d’Aprile si confondono i Neter.
    Tutte le qualità del mondo volteggiano, si mischiano, entrano in contatto e cambiano di segno diventando l’opposto e ritornando ancora allo stato originario in una danza cangiante, a volte delicata, a volte frenetica.

    In Aprile la carne si spacca, se ancora si ha del sangue corrotto.
    È il miracolo del dolore che ripulisce il cuore e rivela i fantasmi.
    Faccio fatica Lupis. Perché indosso un abito che non è mio.
    E nessuno, dico NESSUNO, mi riconosce.
    Se non avrò modo di dirtelo, per assenza di spirito o di energia, buona Pasqua, buona Resurrezione, buona ricerca di te.

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