Nigredo

(lettera indirizzata ad altra anima ricercatrice di Verità, scritta nella mia massima fase Nigredo)

9.39.
E’ il numero che ho letto sul telefono stamattina appena ho aperto gli occhi.
E ho aperto gli occhi perché qualcuno mi ha telefonato dal lavoro. E meno male, vorrei dire.
In questi giorni ho tirato un po’ la corda in questo senso. Dovrei dormire di più.
Il tragitto verso l’ufficio è stato compiuto in trance come sempre. Ma con una trance diversa dal solito: non è stata solo una questione di sonno, ma ho trascinato involontariamente nel tempo un’immagine psichica che mi ha colta al risveglio.
Appena sveglia immaginando me stessa ancora addormentata, in quella terra di mezzo che separa la mente cosciente dall’immenso materiale occulto che cerco disperatamente di conoscere, ho percepito la metà di un seme dentro di me. L’ho proprio “visto”, ora sappiamo che è possibile.
E’ un dolore soffuso, omnipervadente, un accordo di fondo: un senso di separazione.
Oserei dire l’antichissimo senso di separazione che ognuno di noi ospita alle radici della parte individualizzata del proprio essere.
Mai e poi mai avrei creduto di raggiungere simili profondità e questo apre necessariamente una riflessione sofferta e ancora caotica di cui non posso più rimandarne l’inizio e che ha a che fare non soltanto con la mia vita terrena ma con il concetto stesso della mia Esistenza.

C’è sofferenza in tutto questo, una sofferenza che non procede da altro che sia all’infuori di me: si tratta di un attrito fortissimo e bruciante tra quella che sono stata fino ad ora e quella che sto diventando o magari quella che, semplicemente, Sono.
Potremmo chiamarla Opera al Nero. La Nigredo. La Morte ad opera del Fuoco Sacro.
Ed è così che io mi sento: a fuoco, bruciata, consumata in alcune mie parti che perderò irrimediabilmente, definitivamente. Sento il fumo della dissolvenza mentre rispondo al telefono, mentre parlo con un collega, mentre scrivo dei documenti, mentre mi accendo una sigaretta.
Sento il bruciore della fiamma nel silenzio di una disperata ricerca della centratura, la sento ancora di più nel momento in cui trovo la centratura.
E vedo cadere delle parti, annerite, che si frantumano via via che si allontanano da me, nella corsa verso il vuoto pneumatico del nulla che assorbe le mie scorie.

Questo bel quadretto alla mia parte di superficie piace poco.
E’ una vertigine. Una corsa a perdifiato verso non si sa cosa.
E’ una corsa in un canale velocissimo e dotato di valvole: non si torna indietro.
Sto cambiando veramente questa volta.
Penso alla morte di mia madre, alla morte – simbolica – di mio padre, alla successiva venuta dell’ennesimo maestro, severo e tuttavia amorevole, all’energia che sento scorrere in me. E vedo anche con chiarezza la necessità delle persone che mi vogliono vicina come un loro anelito di nutrimento. Che io non ho mai provato veramente bastando a me stessa, nella convinzione che così dev’essere.
Che presunzione! Gli altri vogliono nutrirsi in me e io mi basto da sola!
Mi parlavano di un masso ostruente. Il mio è così grosso?
Sta cambiando qualcosa sul serio.
Penso alla mia non-disciplina, al mio potenziale che percepisco come importante, imponente, alla mia intensa forza, all’impatto che ha sul “mondo esterno” e ai danni che può fare a causa della mia immaturità.
Penso alle cose che escono da me e che io non vedo.
Penso alla mia natura profonda che forse altri percepiscono e della quale io non sono consapevole.

Penso che ho paura di prendere senza dare niente. Altro che generoso nutrimento all’Altro.
E scopro che vorrei fare qualcosa anche per gli altri. E che forse non ne sono capace.
Penso che la mia energia spinge da dentro con violenza e io non so ancora qual’è il canale che violerà per uscire fuori nella giusta e corretta manifestazione.
Mi sono vista avvolta in una guaina. E so che la lacerazione è prossima. O forse sta già avvendendo.
Partorirsi da sé è poeticamente una figata, ma fa male tale e quale – credo – un parto biologico.

In tutto questo mi chiedo, ancora, come farebbero un ritardato mentale o un ostinato ignorante: tutto questo è reale o è un rivestimento elegante e sofisticatissimo ad opera della mia mente che cerca di raccontarsela per non permanere nella mortifera stagnazione?
O peggio: siamo sicuri che io sia una persona equilibrata?

5 pensieri su “Nigredo

  1. eh si … sei una persona equilibrata, consapevole. Per questo ci pensi, ti rendi conto, ci soffri.
    Chi non soffre è perchè non ha la consapevolezza.
    Dobbiamo parlarne a voce, è un discorso lungo, dobbiamo interiorizzare…….. mica ti chiami Gatto Interiore a caso…

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  2. Questo nome me lo hai dato proprio tu, ricordi?
    Più che interiorizzare, integreremo condividendo.
    Come sempre.
    E mica per forza con una disquisizione: e’ sufficiente un piatto di pasta… o il Pollo dell’8 marzo…. O una zuppa inglese targata Ivory
    e tutte le solite cose…
    Casso Lilli, sto scrivendo con il telefono: alzo gli occhi altrove e vedo tutto sfocato. Mi sa che devo cedere agli occhiali..
    Quando ci facciamo due FOTO???
    Facciamoci fare un servizio da Doggy.
    (ormai dovrebbe essere abituato dalla convivenza con Teppy e le Sue Stranezze)…

    PS: ti ringrazio ma “consapevole” talvolta.
    “equilibrata”, davvero, non si sa.

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  3. Grazie Sorella.
    Grazie, soprattutto per la tua comprensione per ciò che scrivo.
    E’ cosa davvero rarissima.
    Troppo rara.
    Talmente rara da crearmi spesso anche dei problemi.
    Ma io non rinuncerò mai più alla valorizzazione (lo scritto pubblico sfiora la comunicazione completa) delle verità comprese. Non si torna indietro…
    Baci e morsicatine..

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