Personal opera soap

DSCN2191
(Advisory: diario personale – saga familiare)

Lo Zio Bestia, così lui stesso amava definirsi, è stato il primo ad andarsene.
Un uomo tormentato, che quel giorno, privato del soffio vitale, lasciava in bella vista quello che pareva il corpo di un ragazzo, giovane, finalmente sereno.
Trasformato, liberato. E qui davvero non si tratta di cliché.
Ricordo ancora benissimo il suo volto.
Lui faceva parte di quel mondo che da piccola frequentavo spessissimo (per forza di cose)
e in modo sofferto: la famiglia di mio padre.
Una famiglia severa, adombrata, segnata da accidenti di vario genere e dall’innegabile impronta di una non agile abilità relazionale.
Tutti i fratelli e le sorelle dei miei nonni non erano sposati, erano molti, con nomi stranissimi, erano caratterizzati da particolarità creative e di alcuni di loro, conosciuti in tenerissima età, conservo un vago ricordo che talvolta mi pare un sogno.
Erano soli. E come succedeva una volta, vivevano comunque tutti insieme.
Una famiglia di senza famiglia.

La nonna, rimasta vedova piuttosto presto nell’esatto modo in cui restare vedova coincideva con stenti di una certa portata, ammantava la casa di polso, di severità, di “dovere” e di cattolico rigore.
In tutto questa clima pseudogotico, spiccavano papà che pur non essendo esente da inevitabili ripercussioni stilistiche sul genere, conservava nonostante tutto una leggerezza infantile e pulita, mia madre – che meriterebbe un capitolo a parte – e un elemento veramente diverso.
Non posso spendere solo parole buone perché non dimentico fattacci abbastanza gravi che la coinvolgono direttamente, ma questa zia acquisita, perché di lei sto parlando, portava in famiglia un’aria piuttosto gioiosa e mondana difficile da dimenticare.

Il punto è che lei, accasciandosi in una strada del paese nel pomeriggio di un giorno di festa, probabilmente durante una banale passeggiata, segna uno step fondamentale, non so ancora bene in che modo, nell’emancipazione dalla famiglia d’origine.
O forse sarebbe più corretto dire nell’elaborazione della famiglia d’origine.
Dell’eredità ricca e pesante di questo ramo ascendente che sento di incarnare piuttosto ampiamente.
Sento che è un momento importante, perché lei, come lo Zio Bestia ed un paio di altri sono stati i protagonisti di quell’antro scuro e spinoso in cui ho inequivocabilmente sviluppato barriere, divieti e tabù che ancora oggi mi condizionano.

La cosa quindi mi tocca. E dato che non ho condivisioni affettive recenti con lei che possano giustificare questo, comprendo che la vita, per l’ennesima volta mi sottopone uno spunto di riflessione, dragandomi il fondo e permettendomi di sviluppare e risolvere latenze che non saprei come recuperare altrimenti. Una specie di bastoncino che muove un poco la nita (fanghiglia) del fondale.

Uno va a fare una passeggiata. E dopo un po’, di colpo, cambia tutto.
Uno viene a conoscenza del fatto e gli si apre di colpo una botola nel cervello.
E pur non comprendendo il nuovo panorama che gli si presenta, sente che qualcosa è cambiato.

Siamo appesi ad un filo.
La vita è bella.
E ogni giorno è un dono.
E non sono frasi fatte.

E ciao.

Solstizio

/home/wpcom/public_html/wp-content/ blogs.dir/5f2/9580717/files/2014/12/img_7729.jpg
La notte più lunga dell’anno.
Nella notte più lunga della mia anima.

Buon solstizio
(PS: questo è il mio post n. 500. Cade male, ma tant’è.)

Monster: catturato e descritto

image
Possiedo un prezioso, sconfinato, spaventoso vuoto.
Possiedo quello che ho sempre temuto.
Il nulla. L’ottava bassa della pace.
Una cosa, comunque, palesemente finta.
Voglio dirlo. Non voglio trattenere e contaminare i nuovi germogli.

Sembrerebbe una lunga permanenza in una stanza di lenta e progressiva deprivazione sensoriale.
E invece si tratta del contrario.
Se gli stimoli esterni sono pressoché pietrificati, i sensi sono tutti accesi dentro.
Certo un po’ di narcosi nel quotidiano è indispensabile.
Ma quando torno a casa..
Quando torno a casa si apre la botola e mi butto, senza resistenze.

Sono dentro il film.
Entro ed esco ( ma non del tutto) da lunghi tunnel pieni di immagini, sensazioni, colori. Emozioni pure.
Il tratto caratteristico è il colore.
Il colore, non saprei come altro definire la vibrazione modulata.
Ora a bassa frequenza, cupa, pesante, ora velocissima, chiara, cristallina, vertiginosa.
Emozioni pure.
Le acque.
Cavalcare l’onda, farsi schiaffeggiare dai flutti.
E bere anche. E spesso.

Frasi dimenticate che affiorano ed esplodono in superficie con una violenza inattesa.
Piccoli particolari e sensazioni di un passato ormai remoto, al momento negate e congelate, che risalgono frantumandosi al confine con la luce e scoprendo progressivamente quella verità tanto temuta e perciò fortemente rinnegata.
Un successivo senso di liberazione che viene conquistato a caro prezzo.
A carissimo prezzo.
Il dolore. Non posso chiamarlo in altro modo.
Qualcosa che scioglie bruciando.
É un bruciore continuo. Una fiamma pilota che a tratti si espande e incendia tutto.
A volte solitudine impotente.
Strappo. Cose che si strappano. Non so nemmeno quali!
Frantumazione, scioglimento, vapori dall’odore intenso e pungente.
Pezzi che cadono, nodi che si slegano, giunti che si polverizzano.
Tutto disarticolato, caotico, decadente.
Povero.
Essenziale.

Il tempo corre troppo velocemente.
Com’è possibile che certe cose, rimaste incollate dentro, restino intatte, come fosse accaduto ieri?

Pulizia. Pulizia e mai nutrimento!
Sacrificio, privazione, negazione, diminuzione, separazione.
Fatiche. Poi sintesi.
Ma so che sta per finire.
Saturno, con tutti quei cerchietti intorno, quando parlo di te, momento ciclico e necessario del mio processo evolutivo, altri ridacchiano con finta compassione.
La gente ha paura di queste cose. Le evita. Finisce per non crederle naturali ed in ultima analisi, non crederle per niente. Danno parecchio fastidio. C’è sempre il timore di osservarle e nell’osservarle sentirle risuonare in sé.
Anche solo in un tintinnio remoto ed appena percepibile.
Ti affibbiano i tratti della psicotica. Dell’inconsapevole.
Di quella che si lamenta e non fa nulla per.
Ormai sono quasi due anni che mi passi al pettine.
E allora, allora sai che c’è, amato pianeta di piombo?
Che io ti vengo incontro e mi arrendo.
E la mia resa avrà il movimento dell’acqua sorgiva, filtrata dalla roccia in profondità e resa alla superficie trasparente, gorgogliante, ricca e viva.
E io rinascerò. Molto prima della primavera.

Appena sotto le stelle (wake up, get up and go on)

20140710-183754-67074499.jpg
A chi guarda dalle nuvole sembrerà tutto molto chiaro.

Lo faccio spesso.
Osservo la linea del mio tempo dall’alto.
Ci provo, dico.
Non è mica facile: la memoria è viziata da sentimenti resistenti.
Belli e brutti. Confusi e limpidi. Vecchi e attuali.
La cosa che voglio evitare è che il pretesto del vivere il Qui&Ora, tanto fondamentale quanto unico paradigma di una buona esistenza, mi chiuda gli occhi sulla vera natura delle cose.
Che ci giunge più fedele se non ne dimentichiamo le radici, i percorsi fatti, le scelte seguite. E soprattutto non chiudiamo gli occhi di fronte ai piccoli particolari, alcune lievi sfumature, a torto considerati poco importanti, che fanno invece la differenza.
Poi, è chiaro, si va avanti con ciò che c’è ora.
Anche perché non serve altro. Ora.
E ciò che c’è, ora, è una bella mappa chiara e perfettamente leggibile.

La mappa non è il territorio.
Ma quando sei perso aiuta eccome.

Ed è bastato alzarsi e guardare tutto l’insieme, dall’alto di una stanchezza di cui sono stufa e che impone un maggior rispetto di se stessi e degli altri.

Il bianco soffice delle nubi si frammenta, lentamente si dirada.
Infine termina. Improvvisamente.
Una linea irregolare ed obliqua scopre di colpo il blu del mare.
E poco più sotto, un primo frammento di un colore primitivo, amato ed emozionante: terra.
Così succede, guardando dal finestrino dell’aereo.
Poi bellissime geometrie di verdi, ocra e marroni. Di varie tonalità e di tutte le forme.
E di notte, una rete di luci che si addensano. E poi si stemperano a piccoli punti nel buio del suolo che dorme.
E poi ancora, se l’ora e la zona lo consentono, alzare lo sguardo all’orizzonte e scorgere l’abbraccio tra la notte e il giorno. E accorgersi.
Accorgersi del senso e della natura del tempo. Comprendere profondamente che possiamo – dobbiamo – rifare tutto.
Perché ancora un solo minuto in questo spreco di spazi, di risorse, di parole, di attenzione e di tempo stesso, è un insulto alla Vita.
Wake up, get up and go on.

Vortex

image
Il vortice non è mica ancora finito.
Siamo alla punta, al vertice.
Diecimila giri al secondo, se non di più.
A volte un incubo, a volte una figata.
Chissà quando mi sparerà fuori dove andrò a finire.

Urge un ritiro secco. Un isolamento spinto.
Per un’ulteriore accelerazione. Per un colpo di grazia.
Senza telefoni, senza gps, senza internet.
Almeno una settimana.
Possibilmente senza parlare con nessuno.
Magari in mezzo agli elementi.
Con una penna e un quaderno come salvagente.
E un pezzo di piombo per imbonirmi Saturno.
Anche se basterebbe stare a piedi nudi h24.

Potrei fingere un impegno di lavoro segretissimo.
Un sonno misterioso e lunghissimo tipo Orlando.
(Che quando mi sveglio però non ho cambiato sesso ma sono più furba.)
O un rapimento alieno con gatti al seguito.

Secondo voi posso farlo?
Secondo me Si.

Verde negativo

chaumery-belizal-verde_negativo19561
Ok. Va bene. Ho fatto una stronzata.
Beh? Voi non sbagliate mai?
Che poi non è del tutto così, ma tra poco ve la spiego.

Insomma, anche se alcune persone che mi conoscono non la pensano così, in questi mesi sono decisamente uscita dalla mia zona comfort, come si dice negli ambienti di crescita personale. Che peraltro, ormai, mi hanno sfrangiato minuziosamente le ovaie.
Perché più che crescere, dietro a tutte quelle belle parole, io sono caduta.
Attenzione non sto parlando del trasloco.
In se, quella è stata una delle mosse più utili che mi sia mai capitato di fare.
Parlo di tutto ciò che lo spostamento ha comportato e anche di tutto ciò che ha comportato lo spostamento.
Se la mia esposizione si avvale di questi giochetti di parole, se non sono semplice e lineare (quando mai), se sono didascalica e pesante, pazienza.
Ci sono altri blog meravigliosi in giro per la rete.
Questo è il mio diario e siamo al giorno 349 dall’ictus psicologico e al giorno 216 dall’inizio dei suoi esiti. E io voglio scrivere.

In attesa che prenda il coraggio di abbandonare definitivamente questo blog per aprirne un altro, esattamente come vorrei aprire un altro capitolo del mio divenire, faccio ancora qualche rantolo qui sopra. Intanto qualcuno mi aiuti a trovare un titolo decente per quello nuovo.

In questi giorni ho compreso profondamente perché alcune persone si danno all’alcool, al Prozac, allo shopping compulsivo – che gradirei parecchio ma che non è, al momento, alla mia portata – alla droga, o alla svendita sentimentale e sessuale.
Con tutte le esistenti vie di fuga dalla realtà percepita come avversa, io non riesco a prenderne nemmeno una.
Allora ho pensato di fare la parte dell’eremita.
Che oltre a starmi malissimo, mi fa anche malissimo.
Però mi da il tempo per ristrutturare cose piuttosto importanti.
Tra queste, la scala dei valori e quindi delle priorità.
Al vertice dei valori, nonostante il fallimento che sento di vivere, lascio la Fides: su questa non mollo. Chi non la capisce per il verso giusto, si prenda un libro sull’antica Roma, che io sento cos’è ma non ve la so spiegare.

Dopo il rimpasto della classifica, il compito più importante e più sensato è quello di strapparmi di dosso tutto ciò che non è mio e vedere un po’ cosa rimane.
E’ una cosa difficilissima!
Per fare questo ci vuole silenzio.
Silenzio e faccia da culo.
E riguardo a quest’ultima, come è già noto invece per quanto riguarda il silenzio, nonostante le apparenze, faccio molta fatica.

Come una goccia d’olio motore in una pozzanghera, le conseguenze della mia genialata si sono espanse velocemente a 360 gradi, impestando tutta la mia superficie che si è ritrovata a riflettere tutto lo spettro della luce visibile e non.
Con netta predominanza del cosiddetto verde negativo.
Per sapere cos’è, fare ricerchina su google e scoprire che in radioestesia e altre simili pseudometapsicoscienze, rappresenta la frequenza mummificante contenuta nella piramide di Cheope che restringe, solidifica, affila, riduce. Un Satvrnvs delle frequenze. Che poi anche Saturno stesso, in effetti, ora….. Ma non credo vi interessi l’astrologia.
E forse nemmeno il processo di mummificazione.
Si vede che non siete egizi nemmeno un po’!

Di tutte le restrizioni subite (o scelte, decida di chi sta leggendo, a seconda del suo credo o della sua filosofia di vita) l’unica che mi sta particolarmente bene è quella del peso.
Il resto, anche no.

Date le mie recenti nuove abitudini, ho già scritto troppo.
Anzi, ho persino esagerato.
Attendo suggerimenti per il nome del nuovo blog.

Però che bello. Sono le 21. Sono sulla terrazza. Non è ancora proprio buio.
Non fa nemmeno freddo.
E c’è un cielo di un bello che ha senso esserci solo per guardarlo.
Ciao gattacci.

20140302-013127.jpg