La verità su certe noiose omelie.

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Ora che la distruzione sta accelerando senza più alcun freno, come uno scherzo di cattivo gusto, ecco che sorge svelandosi.
Spudoratamente, violentemente, con un boato greve e crescente.
Beffardo ed incurante degli strati inferiori che vanno a fuoco.

Esiste davvero qualcosa di immortale. Invincibile. Eterno.
Molti l’hanno già scritto o detto molto meglio di quanto possa farlo io.
Persino i preti. Non si sa se con cognizione di causa oppure no.
Ma non posso tacere.

Non c’è da sfondare nessuna porta. Basta tirare la maniglia ed aprire.
Non c’é da forzare nulla, né resistere a nulla.
Solo sciogliere, accogliere, arrendersi, abbandonarsi.
Aprire gli occhi. Aprirsi. Svegliarsi.
Non è impossibile. Ma dura così poco.

Ho un nemico e questo nemico ha il mio volto.
La mente mente.
Ho scoperto l’acqua calda, lo so.
E poi, perché arrivarci sempre quando si è in punto di morte?
Morire, sempre morire!
O per vertiginoso amore, o per insostenibile dolore.

Se ami, e sei ancora invischiato di brutto con la tua macchina biologica, l’altro diventa la trivella del tuo pozzo nero. E ad un certo punto la cacca è tanta e ti viene paura e scappi e ti difendi e ti rinneghi. Non capisci che non è il caso di chiudere la botola e far finta di niente come fai con la polvere sotto il tappeto.
Allora, a D-io non resta che prenderti a bastonate fino a quando perdi il controllo, per infilare poi, svelto, il piede in mezzo alla porta in modo che tu possa vedere quello spicchio di luce. Che ti investe e si fonde con te perché la sostanza è la stessa.
E allora è vero che non sei più solo.

Sarei pronta per fare il prete.

Pensieri sparsi e predicozzo finale con tracce di cielo

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Nell’ultimo anno ho avuto l’impulso di chiudere il blog tipo 200 volte,
di cui 100 solo nell’ultimo mese.
Per due motivi. Uno non lo dico. L’altro é che mi sono messa in testa che esso rappresenta il mio passato e, precisamente, i miei anni di piombo.
Dato che agogno il cambiamento come bramo la brioche stamattina (sono riuscita a prendere al volo il primo treno, da non credere: anche la colazione, sarebbe stato troppo) mi é salita una specie di antipatia verso tutte le svariate emozioni descritte fino ad oggi.
Scappare dal già vissuto. Il vissuto male, s’intende.
Questo blog é assolutamente autoreferenziale.
Naturale: si chiama DIARIO.
É una mappa abbastanza affidabile della mia struttura mentale, complessa, un po’ barocca e perennemente work in progress arricchita da frequenti cazzuolate di materia astrale dai toni tendenzialmente cupi.
Molto color sangue venoso (dolore), molto rosso arterioso (rabbia e improvvisi benché rari accessi di vitalità), poche spennellate di azzurro cielo: i miei rari momenti santi.
Poche perché naturalmente l’azzurro si vive, non si scrive.

Dicevo, in un momento in cui vorrei, più del solito, essere migliore mi viene voglia di cancellare tutto per fare una tabula rasa propiziatoria che agisca, per analogia, anche all’interno della mia scatola cranica.
Sono celebre per aver buttato scatole intere di scritti nell’era del carta e penna. É proprio un istinto antico.
Ma oggi no. Provo a fare qualcosa di diverso.
Complice il mio narcisismo, credo che terrò botta e continuerò qui le mie metamorfosi senza rinnegare ciò che é stato prima.
Mantengo il nome (che mi piace) e magari anche la posizione statistica che, pur essendo sepolta nella massa, nei momenti infantili di smarrimento nonvalgoniente sonoinvisibile sonosolaalmondo, gratifica l’ego mica poco.
Se cambierò idea sarà perché ne aprirò un altro. Se mi prende una ramata forte di follia potrebbe ancora succedere, da un momento all’altro, come un fulmine a ciel sereno. Si fa per dire ‘ciel sereno’ da queste parti. E comunque non mancherò certo di dirlo.

Piangere abbondantemente durante i processi di trasmutazione delle emozioni negative (diciamolo bene: quando stai male come un cane, in pratica), a meno che non si ceda ad una strumentalizzazione vittimistica del proprio stato, é una cosa che non si racconta. C’è il tabù della sofferenza. La gente non vuole sentire parlare di dolore. L’ho capito quando mi é capitato di parlare, molto tranquillamente peraltro, dei lutti vissuti in questi anni: espressioni imbarazzate, percepibile voglia di scappare via, sguardi che cadono obliquamente verso il basso.
In fatto di argomenti, il dolore é scomodo come la masturbazione: a tutti capita prima o poi, nessuno lo dice, moltissimi arrivano a negarlo.
E chi lo esibisce solitamente ha un secondo fine. L’attenzione egoica, il guardatemi sto male, mendicando un sostegno che faccia da lenitivo. Che poi non funziona mai. Nel senso che non guarisce proprio nessuna ferita.
Se invece ti mostri e racconti sinceramente e spontaneamente che hai passato giorni a piangere miseramente mentre qualcosa di te prendeva fuoco, ti senti in imbarazzo, ti senti sfigata, quella che ne ha sempre una.
Fondamentalmente ci si vergogna della propria fallibilità, del sentirsi sventurati, gettando così per l’ennesima volta la responsabilità di se stessi in braccio alla considerazione altrui.
Invece bisognerebbe ammetterlo con semplicità, senza farsi paranoie di sorta e senza fare i salti mortali per mantenere un’immagine vincente che, in quel momento, non corrisponde affatto a realtà.
Adesso, proprio adesso mentre questo flemmatico controllore caracolla tra i sedili di fianco a me, mi scendono due lacrime. Per un attimo mi vergogno. Poi mi dico anche (perché qua dentro siamo in tanti) va be’, non sono tutta così: riesco anche a fare dell’ironia. Due cervelli in uno. Una benedetta dicotomia che non é una frammentazione schizoide ma l’esito di una maturazione lenta ed impegnativa. Il risultato del mio paziente e costante impegno nel liberare ciò che sono veramente dalla massa pastosa delle emozioni che mi ammantano ma che non costituiscono affatto la mia più reale identità.
Grazie signor Osservatore. Rimanga pure tutto il giorno con me. Non se vada come al solito quando scende la sera. Non vorrà mica dirmi che ha paura del buio! Pensi che un giorno veglierà sul mio corpicino mentre me la dormo beatamente. Tanto vale che si abitui.
Conosci te stesso. As usual.

Ore 22
E invece la sera, ancora se ne va.
Come se la sua presenza fosse possibile solo con la Luce.
E credo di non aver detto una fesseria.

Voci dal fondo

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(foto: http://pixbyrichard.tumblr.com)

Adesso, dire che la tecnologia mi è avversa farebbe di me una disonesta.
C’è silenzio.

Uomini in abito scuro bruciano le mie parole,
fondono le sillabe, le ricompongono. Ripetutamente.
Frammiste a metriche temporali e a nuovi spazi,
si contraggono e si riespandono generando forme.
Una volta una sfera, una volta un ponte.
Una volta una linea, una volta un’orma.
Una plasticità universale e io, io immobile.
Che fare?

Una volta un continente e poi, un altro ancora.
La neo-Pangea del mio divenire.
Che fare?
La deriva delle mie placche fondamentali,
dal soffio profondo e costante che viene dal centro.
Una fresca superficie, trascinata dal magma,
nuovo confine, nuova maschera,
esito, risultanza, nuova direzione,
terra ignota su cui proseguire il cammino.

L’Ombra

IL LATO OSCURO DELLA LUNA

Tempo fa ho comprato un libro.
In un momento di disperazione e nevrosi a livelli cosmici.
Quando vi dico l’argomento, capite perché proprio in quel momento: ha a che fare con l’esplorazione dell’Ombra.
Qualcosa di molto Junghiano che, a mio parere, chiunque si creda in possesso di una coscienza dovrebbe affrontare, prima o poi.
Sicuramente nei momenti di maggior attrito per tentare di farsene una ragione.
A meno che non siate astrologi. E allora vi spiegate tutto con i transiti di Saturno, Chirone e la rivoluzione del Nodo Lunare.
Ma a me non basta.

Quindi, quale miglior periodo di questo, in cui materializzo le meglio tragedie annidate nel mio inconscio?
Comunque, per notizia – ovviamente non vi parlerò di cosa, come e perché: per queste cose c’è il taccuino vergato a mano – , funziona come per i fiori di Bach e cose affini: basta tenerli in tasca, o guardarne l’immagine e già ti intaccano inesorabilmente con la loro funzione.
Nemmeno ho iniziato il programma proposto dal libro, salvo l’aver letto la necessaria introduzione, che già mentre mangio l’insalata un mostro salta fuori.
Così. Dal niente. E così insieme a lui, tutti dei collegamenti incredibili, stupefacenti.
Chi ha detto che l’associazione mentale è solo un girone infernale?
E’ la catena che dall’inferno può tirarti fuori.
Cose semplicissime, davanti a te da sempre.

E’ proprio uno svelamento, nel vero senso del termine.
Si cambia livello improvvisamente.
Improvvisamente apri un altro paio di occhi.
Una specie di violenta succussione dei corpi sottili che poi si riassestano, compenetrandosi secondo un nuovo algoritmo.
Siamo esseri telescopici.
E’ tutto dentro.
Solo quando ti sviluppi verso l’esterno (che poi è anche l’interno) acquisisci potenza ottica per mettere a fuoco un pezzo in più di ciò che sei.
E ti sembra tanto.
E in realtà è pochissimo: il confine tra te e l’altro è la non esistenza del confine. Prima che arrivi lì hai già fatto il giro della ruota un tot di volte.
Speriamo di essere un faraone, alla prossima.

My brain e le sue formiche

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Scrivo poco perchè ho un grosso problema con le parole, ultimamente.
(e alla fine di questo post, potreste anche pensare: “potevi continuare così”).

Tra gli abbonati via e-mail a questo blog ho scoperto un Counselor Olistico.
Probabilmente si ispira alle mie nevrosi per allenarsi.
Nel frattempo si sono superate le 20mila visite, non so come.

Ho 46 anni. Non so se l’ho mai detto, o se si è mai evinto da ciò che scrivo – cosa potenzialmente imbarazzante.
E da oggi inizia la mia nuova vita.
Travaglio, parto. Molto dolore, molta paura. Attrito, sforzo vitale, sangue.
Me lo merito perchè non ho figli di carne?
Comunque non ci sarà nessuno la fuori ad aiutarmi come allora.
Quel cesareo là, ti obbliga a rifare tutto più avanti.
Considerare ciò una sfiga o una fortuna, è una scelta che cambia tutto.
Naturalmente siamo ad Aprile (anche se il link parla di Giugno, ma chi può intenda).

Pensavo di essere un agnellino mite e pavido e invece sono una guerrafondaia repressa.
Condizione classica di chi aderisce ad altre forme per il terrore di non essere gradita.
Cosa stupida e totalmente inutile. E comunque ho male al cuore.

Il fatto che continui a piovere, onestamente, mi da sollievo.
Il cielo mi accompagna, silenzioso, fedele, rassicurante.
E poi non vorrei farmi soprendere dal caldo sole in queste condizioni.
Sarebbe uno spreco.

Le abitudini si possono cambiare. Anche le più inveterate.
Dirò una cosa scontata, ma è questione di scegliere da svegli, di essere consapevoli, presenti a se stessi.
Poi, naturalmente, vanno investite Volontà e disciplina. Ma sono secondarie.

Quello che sta accadendo all’Italia mi spaventa. Il fatto che ogni italiano è la particella di una coscienza-gruppo chiamata Italia mi apre ad una visione che non avevo mai considerato seriamente: se il voto non basta (non serve quanto dovrebbe) che dobbiamo fare?
Il disagio e la confusione, la non-identità e la frammentazione del mio paese sono identiche alle mie: forse ognuno ha il dovere di raddrizzarsi per se e per tutto ciò a cui appartiene.
Cosa impossibile da fare senza essere in modo franco, determinato e invincibile, se stessi.

Sabato scorso, per la prima volta in vita mia ho rischiato di incendiare casa.
Era Pasqua, non San Giovanni. E comunque non è mai il caso di fare un falò tra le mura domestiche.
Ho soffiato prontamente (e stupidamente) su un piccolo ribollente coagulo di plastica avvampato tanto da aver già intaccato il legno del mobile su cui era appoggiato. Tutto risolto.
Ma l’indomani, e l’indomani ancora, nella stanza e in quella attigua, scorgevo puntini microscopici neri quasi ovunque. L’effetto del mio geniale soffio su quel materiale che si è trasformato in una miriade di particelle di strana cenere, viscosa, nerissima, omnipervadente.
Anche i piccoli incidenti lasciano segni persistenti. Figurati quelli grandi.

Ho la malsana voglia di fare una specie di mercato-party a casa: tutto (o quasi) quello che ti piace lo compri a prezzi stracciati o simbolici. Esclusi cimeli di famiglia, le pellicce (i gatti, per chi non conosce ancora l’appellativo), alcuni libri, la stufa a legna.

Oggi ho scoperto un particolare agghiacciante sul mio comportamento.
Voglio assolutamente lavorarci. Uffa, non si finisce mai.

Sono stanca. Esaurita. In attesa che si spacchi la crosta durissima che imprigiona il guerriero che è in me.

Giustizia

angelo guerriera assassina
“Nell’ingiustizia si trova la chiave per liberarti dalla sofferenza.
Non limitarti alla lamentela come fanno gli schiavi.. che piegano la testa digrignando i denti. Abbi il coraggio di entrare nell’ingiustizia e qui trova la vera Giustizia.
Ogni evento ingiusto della tua esistenza tocca un nervo scoperto, ma se invece di usare la lamentela come fuga (la “via larga”) indaghi dentro a quell’evento, scopri perché tu, e solo tu, lo hai portato nella tua vita, allora puoi diventare il Re del tuo regno.. L’unico RESPONSABILE per quanto ti accade.

Non lasciare che il mondo prenda il sopravvento.
Non delegare al mondo la tua felicità.
Questa è la psicologia dello schiavo.
Lo schiavo deve lamentarsi perché non sopporta la pressione della responsabilità: non può ammettere di essere lui il regista unico delle ingiustizie che subisce.
Il Re, al contrario, non può lamentarsi, perché in tal modo ammetterebbe l’esistenza di un potere superiore al suo che può decidere della sua felicità.

Percepisci come ingiusto qualcosa che non sei ancora riuscito a integrare nel tuo essere, qualcosa che ancora non riconosci come tuo, qualcosa che è ancora troppo elevato per te.
Sei come la volpe che non riesce ad arrivare all’uva: rifiuti ciò a cui non puoi giungere con il tuo Cuore.
Ogni ingiustizia è linfa per il tuo essere, perché rappresenta il metodo più giusto per aprire un po’ di più il tuo Cuore”

LA VIA PER LIBERTA’ E’ ANCORA LUNGA.
Sono indietro come le balle del cane.

(testo virgolettato tratto da Il Libro di Draco Daatson, Salvatore Brizzi)

Il Tredici

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– Sermone sul Senza Nome (solo per chi non ama cabale e scaramanzie). –

Il titolo del post avrebbe dovuto essere Memento Mori oppure appunto il vero nome del XIII Arcano, detto l’Arcano Senza Nome.
Ma siccome vorrei evitare che i lettori maschi si ravanino compulsivamente nelle mutande e le lettrici evitino di andare a toccare metalli in giro (che col freddo che fa in questo periodo, a molte di noi femminucce ci viene il Fenomeno di Raynaud e poi ci tocca tenere i guanti di lana e seta anche in cucina, oppure prendiamo la scossa), lo chiameremo il Tredici.
Perché anch’io a scaramanzia non sto affatto messa male: se ho una paura (non ditemelo che non sono l’unica perché LO SO) è proprio di finire anzitempo tra le braccia del Tredici.
Sta di fatto che, curiosamente, col Tredici ho un rapporto di concettuale confidenza. Specie dopo gli ultimi suoi soggiorni in famiglia.
Ma, soprattutto, – è questo ciò che vorrei dire e illustrare, incrociando tutto l’incrociabile – dell’idea del Tredici mi servo per fare cose.
Cose difficili come quella descritta nel precedente post.
In concreto, riflessioni risveglianti che mi tolgano dal torpore di certe giornate in cui, di sonnolenza parlando, l’unica differenza tra ciò che faccio di notte e ciò che faccio di giorno è che di giorno lo faccio in posizione eretta. O seduta, se sono in ufficio.

Non ricordo mai i sogni. Ma le poche volte che mi restano in mente rivelano, ultimamente, una frequentazione assidua della sottoscritta con individui (di onirica sostanza, ovviamente) del club presieduto dal Tredici.
La cosa non é che mi esalti troppo. Diciamocelo.
Al limite può farmi pensare che di fatto, in qualche altrove, il Tredici non funzioni come funziona qui e perciò potremmo starcene tutti tranquilli senza fare scongiuri inutili.
In realtà credo che, durante il sonno, i miei neurotrasmettitori facciano spettacoli e prove di teatro tanto per non darmi l’idea di stare a perdere del tempo in quelle 5/6 ore di riposo che mi concedo ogni giorno.
E allora ripescano memorie, le riarrangiano un po’, e già che ci sono mi ammansiscono con questa storia di una presunta immortalità.

Qualunque sia la verità sulla natura dei sogni, nella vita propriamente detta il Tredici è uno spauracchio. Una rottura di palle inevitabile. Una tragedia greca, per tutti.
Soprattutto, per chi non vive pienamente.
Curiosamente, proprio per questo motivo è un prezioso alleato.
Scrivo questa cosa perché poco fa ho letto da qualche parte una frase tipo “agisci come se questa fosse l’ultima ora/l’ultimo giorno/l’ultimo mese…”.
Capite che c’è da dare i numeri.

Cose simili si leggono ovunque: escono dalla spremitura delle storielle di ogni credo religioso e/o filosofico, si trovano come frasi in grassetto nei manuali di auto-aiuto della nuova spiritualità, nei titoli pubblicati sui blog di formazione dei manager e/o venditori rampanti.
Cioè, cosa ci starei a fare io qui a stirare, me lo dite?
Quale corto circuito sinaptico mi porterebbe, come di fatto mi porta sempre, a puntare la sveglia alle 6,23 di ogni domani mattina per recarmi, a foggia di zombie, negli uffici dello Zoo Criminale (mentre con la coscienza mi rotolo al sole a Saint Tropez quattro mesi più in là)?
CON TUTTO QUELLO CHE HO DA FARE?
Con tutto quello che vorrei fare.
Con tutto quello che voglio fare davvero.

C’è un problema: che se ragioni così e agisci davvero di conseguenza, il primo che riesce a catturarti ti porta alla neuro.
Sei la cellula impazzita che crea disordine.
Che ricorda a tutti gli altri che non stanno mica vivendo. Stanno, come minimo dormendo. Allora sei da abbattere. Perché il sistema di difesa che utilizzano non dice loro che stanno dormendo, ma che tu sei uno strano, potenzialmente pericoloso e che se non arrivi a contaminare i normali finirai come minimo a fare del disdicevole barbonaggio. E sulla panchina della stazione, tu non ci piaci.
E tu, siccome anche se proclami il contrario, ci tieni alla stima altrui (e non uso la parola giudizio perché sono stufa di sentirla), al salvagente che la mamma e il papà e la maestra ti hanno infilato qualche tempo fa, capitoli irrimediabilmente nelle corde della maggioranza e ti consoli pensando che intanto c’è tempo.
E invece no. Relativamente parlando, di tempo non ce n’è!
Non quanto la nostra mente parrebbe promettere con tutti questi fiumi di proiezioni future sulle quali surfiamo aspettando il magic moment.
Il magic moment per noi normali è sempre Domani.
Domani, quando smetterà di nevicare, domani quando arriverà lo stipendio, domani quando sarò dimagrita, domani quando mi arriverà quel fantastico libro in cui c’è scritto che il Domani mica c’è. C’è solo l’Adesso. Anche se l’Adesso che c’è scritto là, lo leggerò domani.
Dicono che il magic moment è Adesso.
Io l’ho capito con la testa, davvero.
Ma normalmente decido di pensarlo domani.
Quel che non penso comunque a sufficienza è che il Tredici è ovunque, e allo stesso tempo, sempre ad un braccio da te, come dice Don Juan.
Vurria mai che inciampo e ci finisco vicino.

So bene che sono la centomilionesima persona che scrive queste cose. Ma è una lezione, questa. Una lezione per me.
Per me che sono un’accidiosa da competizione, un’indolente da fumeria d’oppio.
Il Tredici ha mille maschere, si declina in mille versioni, con o senza optionals. Impossibile fregarlo.
L’unica cosa sensata è stare all’occhio e rubargli tempo.
Perché il tempo è elastico e questo è molto chiaro.
In pratica, …

(Fine prima parte – non per creare curiosità o aspettative ma semplicemente perché non ho mai terminato il post che giace nelle mie note da una settimana almeno) (e ve lo propino lo stesso).

Universo di Luce

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Stamattina ho ricevuto l’ennesimo consiglio psico-spirituale non richiesto. (E mi spiace che io esploda proprio ora reagendo ad una ignara persona colpevole di essere capitata solo al momento sbagliato).

Ma ai sedicenti illuminati predicanti del Qui e Ora non basta gongolare nella propria ineffabile luce? Perché si sentono in dovere di stracciare la minchia a noi poveri addormentati che rotoliamo in pace nella nostra incoscienza senza rompere il cazzo a nessuno?

Spiritika.

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(Post inadatto agli intolleranti a piagnistei, rituali e preghiere).
Scatole tra i piedi, trafitta dai ricordi, tormentata da vincoli invisibili, obsoleti ma resistenti. Legàmi.
Porca miseria voglio parlarti ora. Subito.
Ho bisogno di un aiuto che solo tu puoi intendere. Capiresti anche perché uno, liberandosi di fardelli, molto logicamente pianga. Tu hai le parole giuste, ne sono certa.
Non mollarmi qui da sola cazzo.
Io mi arrangerei con calma, ma devo fare presto: mi devi aiutare.
Solo chi ha costruito con me tutto questo può comprendere ed ha la chiave
per liberarmi.
Dimmi che io sono io e non sono te e nemmeno gli altri che sai.
Dimmi che io sono io e non devo diventare qualcun altro. Soprattutto.
Dimmi che quello che mi piace fare lo posso fare.
Dimmi che è naturale perdere tutto questo (che non sono certo ‘cose’)
e che è corretto affrontare tale perdita senza il tuo sostegno.
Tu unica possibilità, tramite ancora vivo nella mia mente tra il dove sono oggi
e dal dove provengo.
Tu carceriere amorevole, a tua volta incatenata e per questo portatrice
di contagiose zavorre.
Dammi la misura per eliminare ciò che non sono io e difendere ciò che mi rappresenta.
Vienimi in sogno, mandami un segno, fai qualcosa.
(Senza spaventarmi però).

Visioni

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“Evoluzione.
Ho avuto proprio stamattina una specie di scoperta su questo ma non saprei descriverla. È ancora fresca. La nota più evidente è che io sto osservando tutto. Tutto. Anche me. E anche il tempo da prima che nascessi. Va be’. Non so dire.

C’è una specie di trama a più dimensioni. Tutto è un magma apparentemente indifferenziato.

I confini della forma sono illusori. Non so dimostrarmelo ma comincio a sentirlo.

E tutto si muove continuamente senza posa. I famosi fotogrammi li facciamo noi con l’apparato tridimensionale (mente) che non può contenere il divenire se non infilzando le varie sfaccettature della realtà in un filo chiamato tempo.

Le memorie non possono essere vive.

In questo senso non esistono. Ma all’interno dell’umano (la sua parte nella materia, la mente e l’evoluzione del corpo) necessariamente hanno un peso.”

E ti fissano sul fondo dell’Abisso.