La Quaresima

Una volta c’era la Quaresima.
Per esserci, ci sarebbe anche adesso. Ma non ce ne curiamo più.
Quella che mi pareva una tradizione obsoleta e per di più rivestita di cattolicesimo – nel momento in cui avevo il diavolo in corpo – suscitava in me l’istinto ribelle e la totale negazione di ciò che era stato fino ad allora e che fino ad allora mi era stato caldamente consigliato se non imposto.
Invece.
Invece gli antichi avevano ragione.
Basta fermarsi in quella specie di silenzio sospeso, in quel momento di calma in cui l’attenzione si ritorce all’interno di quando, nel mezzo delle corse quotidiane, ci si ferma un attimo a fare il punto della situazione.
Dove sono, cosa sto facendo, come mi sento, adesso?
Adesso c’è la Quaresima.
Adesso sento la Quaresima.
Il senso della pulizia di sé, il bisogno di rinnovare la corteccia e raffinare la linfa, il lavaggio, la riduzione di complesse sovrastrutture, l’insalatina verde, l’acqua, l’aria aperta, il minimalismo organico, l’atteggiamento spartano, la strigliata del manto, lo sfogliare di strati, l’apertura al respiro.
Preparando il terreno.
Aspettando la fioritura.

7 pensieri su “La Quaresima

  1. E come tutti quelli che mi avevano preceduto in questo cammino, mi sono presto accorto che non era facile rimanere, sostare, abitare una cella. Quel luogo troppo piccolo, privo di sbocchi e di mutamenti, un luogo capace addirittura di incutere paura. Sapevo bene che quella della cella era una delle prime battaglie che avrei dovuto combattere e, infatti, non appena vi entravo, avvertivo una voglia di uscirne, mi si affollavano nella mente le urgenze che mi chiamavano “fuori”: il richiamo a vivere fuori da me stesso si faceva sentire insediandosi nella mia mente.
    Era l’akedia, il non senso, il male tipico che assale chi sta nella cella. “Cosa ci sto a fare?” mi chiedevo, e assieme a questo interrogativo avvertivo il disgusto per lo sforzo spirituale, il rifiuto a pensare e a meditare, l’impossibilità a pregare: capivo sulla mia pelle quanto avevo letto sul malessere del solitario che può rasentare la depressione. In quei momenti bui la cella diventa una prigione. Il tempo che vi si passa un tempo vuoto, sprecato quando invece il fare, l’agire, il parlare, tutto quello che conta avviene fuori dalla cella.
    Ancora Abba Antonio diceva che la cella è “la fornace ardente di Babilonia”, il luogo in cui si viene provati come nel fuoco, mentre il cuore si spezza e diventa “contrito”, lo spazio in cui ci si conosce per quello che si è veramente, con i limiti, gli inferni, le debolezze proprie di ciascuno.
    Lì si arriva a volte a toccare il fondo, caduta necessaria per ritrovare le fondamenta.

    Enzo Bianchi
    Priore comunità di Bose

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