Il Gatto Esteriore

Vorrei ritirarmi in un eremo e restarci per un po’.
Una versione creativa delle pulizie di Pasqua.
Ci vorrebbe un viaggio lontano. O forse non uscire di casa per una settimana. Mah. Ci devo pensare.

Aprire la diga e lasciare che l’acqua si muova finalmente.
Staccare i vecchi depositi, creare nuovi vortici e liberare la corrente.
Vorrei entrare nella grotta per scoprire da dove vengo.
E tornare alla luce con nuovi segni sul volto.
Vorrei capire perché ci ho messo tanto tempo a sentire vera la Domanda che è esplosa spontaneamente quando meno me l’aspettavo, e vorrei sapere perché, dieci anni fa, fui costretta a pormela anzitempo, senza essere pronta a cercare una risposta. Creandomi ansie da prestazione mica da ridere.

Vorrei capire perché mi sono ostinata a cercare fuori quello che posso trovare solo dentro, rendendomi dipendente, debole e paurosa.
Se c’è qualcosa (la sola) di cui posso aver paura quella sono io quando sono assente di me (Thanks a Battiato per la parziale citazione).
Se c’è qualcosa (la sola) di cui posso servirmi generosamente e legittimamente, quella sono io quando sono a piombo e mi ramifico senza fine nel Tutto.

Ora, il rituale più difficile: fare amicizia con l’agire.
Sto per trasformarmi nel Gatto Esteriore.
Il Gatto completo, ineffabile, globale, universale sempiterno.
(Se la fatica non mi schiaccia, però. Che fretta c’era? Maledetta primavera!).
Miao.

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