Il Silenzio del Cotone

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Perché ogni volta che mi avvicino alla meta mi arriva una tranvata sulla schiena?
È un segno per andare o per fermarsi?

La neve sugli alberi ai bordi dell’autostrada.
Quel bianco primordiale che se non sgomenta, rilassa.
Quel bianco aggancia ricordi, brevi spezzoni in cui mi vedo affondare gli scarponcini nella neve fresca. Attorniata appunto da grandi, antichi alberi rivestiti da una tenace guaina bianca.
E silenzio. Un grande avvolgente dolce silenzio.
Il “silenzio del cotone” lo chiamavo da piccola tra me e me, quando le mie descrizioni già prendevano la forma simbolica ed evocativa dell’immagine.

Amavo, ammiravo e un poco temevo quei vecchi signori dai rami scuri che sembravano gigantesche mani rivolte al cielo. Immobili, imperiture – eppure vitali – intente a prendere neve e chissadìo quali altre misteriose cose che scendevano dall’alto con lentezza ed ondulazioni impercettibili.
Assaggiavo sempre un po’ di neve. Poi, subito dopo il piacere di portare alla bocca quel bianco incredibile, mi veniva in mente che l’acqua delle neve non é buona perché ‘priva di sali minerali’.
Non ho mai appurato se questa cosa detta da qualche adulto nei miei paraggi corrispondesse a realtà oppure no. Fatto sta che ne facevo un primo assaggio e questo restava inesorabilmente l’unico.
La paura dell’ignoto. Il Non Si Sa Mai.
L’espressione preoccupata e la mano destra davanti alla bocca.
La mia espressione più frequente, oggi abilmente celata da una maschera di finta indifferenza.
Questa storiella del mangiare la neve la dice lunga sulla mia facilità dell’essere impressionata, proprio nel senso tecnico del termine: condizionata, plasmabile, disposta a far lasciare segni, guide, solchi su di me.

Un’altra cosa mi piaceva tanto: dopo aver fatto le classiche orme con i piedi, con le mani o con il corpo intero, entravo nel dettaglio dell’esperienza con fare pre-scientifico e schiacciavo la neve con la mano, in diverse direzioni, guardandola da vicino, accucciata a testa bassa.
Poi ne prendevo un po’ in mano, dopo essermi tolta il guanto, e la schiacciavo fortemente facendola sembrare subito una specie di piccolo ed informe ghiacciolo, per vederla, dopo pochi secondi, trasformarsi in liquido trasparente.
Cose stra-magiche.
Ammiravo il fatto che il volume della massa bianca cambiasse in modo così consistente e repentino. Era la mia prima osservazione dello spazio occulto, dei sistemi, delle griglie, degli aggregati. Era la prima presa di coscienza che – cosa meglio dell’acqua? – ogni cosa cambia nell’adattarsi alle condizioni del contesto.
Per la prima volta mi accorgevo – ma senza esserne ancora pienamente cosciente – che certe cose, in sostanza, non sono come appaiono.

Non mi piacevano i pupazzi di neve.
La neve era costretta, letteralmente, ad una forma innaturale e, alla fine, si sporcava tutta.
Io la sono stata diverse volte un pupazzo di neve.

Cosa darei per ascoltare ancora il Silenzio del Cotone.
Facendo tacere tutti questi dannati fantasmi,
tutto questo rumore di vento e di catene.

(Foto: io sul Monte Tobbio qualche anno fa.)

2 pensieri su “Il Silenzio del Cotone

  1. bellissima e commovente descrizione…. Il “silenzio del cotone” lo chiamavo da piccola tra me e me…. che bello. evocativo. mi piace.

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