Aver da scrivere in una sala d’attesa

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Sto aspettando per fare l’ecografia alla caviglia. Seduta vicino a me c’è una donna sulla sessantina e ancora più in là, accanto a lei, sua madre. Un donnino di 90 anni. Uno scricciolo con le mani grandi, lo sguardo sveglio e un’espressione un poco sofferente.
Quando vedo persone così, mi viene in mente lei.

Mi sono chiesta – mi chiedo sempre – come sarebbe stata lei a novant’anni.
Ma anche a ottanta, non importa.
Come si sarebbe contratta ed intensificata in un solo punto la sua grande forza, trasferendosi in una zona remota all’interno di lei, ancora più intima e prossima al cielo.
Come si sarebbero trasformati i suoi lineamenti. Come si sarebbe reticolato ulteriormente il suo viso, con le incisioni del suo produttivo e talvolta forsennato pensare.
Come si sarebbe valorizzata quella luce bambina e intelligente e brillante che scaturiva dai suoi occhi.

Sei anni fa, in questo stesso ambulatorio, da sola, lei ha incontrato se stessa.
Da quel giorno è rimasta sempre sola. Anche in mezzo agli altri.
Tra la generosa dissimulazione e la caparbia volontà di combattere e di continuare a mantenere il suo ruolo di nutrice, lei iniziava in quel momento a salire la sua montagna. Da sola. Avevo la sensazione che per la prima volta in vita sua avesse iniziato a farsi precise domande, avesse deciso finalmente di valutare l’ipotesi di esistere per davvero. Avesse finalmente deciso di conoscersi. Troppo tardi si. Ma anche no, se vogliamo fare gli spirituali per forza.
Umanamente parlando, comunque, troppo tardi.
Non l’ho mai vista vecchia insomma. Nemmeno quando la sembrava.

Io ho seri dubbi sull’esistenza, di chi qui non c’è, più in quelle dimensioni che chiamiamo popolarmente aldilà (del Velo). Anzi, lo credo possibile, ma sono tristemente convinta che ‘chi’ abbiamo conosciuto, di fatto non esiste più. Ciò che resiste è spersonalizzato. E tutti i dialoghi fantastici che intraprendiamo mentalmente con i nostri cari e meno cari non sono altro che un aggiustamento romanzato con frammenti di nostre memorie. Stop.
Comunque, se mai fosse possibile, la rivorrei qui per un attimo.
Oggi come oggi non vorrei nemmeno dirle nulla (sono cresciuta!).
Ma vorrei poter vedere il suo sguardo per percepire di nuovo un’antica luce che conosco e che è casa.
Una luce che posso trovare anche in pochi altri qui, a mia disposizione. Non senza l’immane fatica di penetrare in giungle inesplorate prima di scorgere un minimo scintillio.

Comunque, ho una tendinite post-traumatica.
Vi interessava?

2 pensieri su “Aver da scrivere in una sala d’attesa

  1. “Solo alcuni sanno di avere la scintilla” diceva H.P.Blavasky. A volte riconoscerla negli altri ci fa scoprire la nostra E quando succede e’ da sempre e per sempre. E’ successo con mia madre, le notre entita’ si sono sorrise prima che lei tornasse a Casa.
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  2. È una cosa di una bellezza struggente. Ma, al mio attuale stadio evolutivo, percepirla in qualcuno e non farmela bastare per quel che è (godibile in modo disgiunto dalla personalità) mi getta in una specie di disperazione. Quella della separazione. Che mi fa sprofondare come in un vortice, dritta dritta alla Separazione.
    Ciao Laurin. Sempre un piacere la tua attenzione.

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