3 Giugno 2010

(Molto intimo e per stomaci forti)

Ti scrivo.
Perché tutte le volte che vengo da te non riesco a dirti nulla. Ma mica per inibizione, o per eccesso di dramma.. Non so. Sono sempre molto tranquilla. Più di una volta, per questo, mi sono chiesta se sono una fredda, una figlia degenere, una perversa.
Lo sai cosa faccio. Tolgo subito tutto, passo la scopa, ricompongo, innaffio, e mi siedo un po’ lì. A volte addirittura fumo o scrivo qualche messaggio. Sono certa che qualcuno troverebbe tutto questo quasi una profanazione.
Insomma, non è mai successo – tranne forse le prime volte – che io riuscissi a formulare un a specie di discorso sensato. Del resto, è chiaro che, nel caso, parlerei soltanto con un riflesso: il tuo riflesso in me. E per fare questo non ho certo bisogno di fare 30 chilometri, no? E nel caso in cui invece che un riflesso ad ascoltare fossi veramente tu, a maggior ragione, non vedo il senso di uno spostamento fisico. In più abbiamo capito una volta per tutte, che il Dialogo migliore avviene quando le parti coinvolte non si parlano. Al massimo possono toccarsi o guardarsi. Ma nemmeno queste sono condizioni necessarie.
Arrivare fin lì è, alla fine, una specie di rituale, ovvero uno di quei comportamenti mirati a creare solchi psichici, un irrobustire l’intenzione e l’esperienza, un adiuvante per formare un’idea che funzioni.
Arrivare fin lì è immergermi nell’Origine della quale tu sei l’emblema massimo.
E poi il paese, gli alberi, i campi, quei sentieri che ricordo da sempre…
Poi, si: mi siedo lì sul gradino di cemento e comprendo all’istante il senso di molte cose. Come quando mi siedo in chiesa. Come quando sto per addormentarmi. Come quando guardo il cielo.

Per vizio guardo spesso anche per terra: è così che trovo i miei famosi tesori.
E un giorno proprio lì, vicino al tuo laboratorio di trasformazione, ne ho trovato uno pazzesco.
Osservavo con sguardo neutro l’erba, i rametti secchi, le piccole pietre, l’irregolarità del piano e ho visto dei frammenti di legno chiaro. O forse no: delle pietre. No. Né legno, né pietre.
Il passato – un passato piuttosto remoto, in quel caso – affiora dalla terra rivelando la veridicità di frasi come “tutto è uno”, “nulla si crea o si distrugge; tutto si trasforma”, “si torna alla terra” e cose di questo genere.
Allora il pensiero è andato subito a te: mi sono chiesta molte volte come puoi vivere oggi la trasformazione del tuo ultimo tempio. Mi chiedo se sei già stata mondata dall’attaccamento tanto da accettare ciò che sta accadendo al tuo veicolo senza morirne – per la seconda volta – d’orrore.
No. Non sono alienata nel fare questi pensieri. Sono fermamente convinta che tutti ci pensano. Ma come al solito c’è chi le cose le dice e chi non le dice. Tutto qui.
Allora in quel giorno, trovando un piccolo frammento osseo, contrariamente a quanto si possa pensare di fronte ad una prova tangibile della Fine, ho avuto uno strumento in più per aiutarmi ad avere fede: non siamo solo materia. Qualcosa di noi vive oltre. Ancora combattuta tra il raziocinio e un certo Sentire, potrei disquisirne all’infinito: chi legge abitualmente ciò che scrivo ha capito come sono e in cosa credo veramente. Quella che non ha ancora capito sono io perché un giorno mi fido di me e l’altro no.
Tu hai sempre creduto. Potrei invidiarti per questo.

Come va.
Va bene. Va meglio. Anche se c’è una cosa che vorrei dirti al riguardo. Ma è una cosa di cui mi vergogno e che a volte mi fa sentire cattiva, ingrata, diabolica. Ma te la dico così inizio ad integrarla.
Scusami (e scusa anche a chi legge) se questa cosa magari l’ho già detta. Io seguo ciò che emerge. Se ripeto qualcosa è perché forse è necessario che io lo faccia.
Vorrei parlarti di crescita e di libertà.
La tua partenza mi ha liberata un poco. Ha sdoganato la possibilità di essere quella che sono, eventualità da sempre inibita che se ne stava nascosta dietro il desiderio di compiacere i tuoi presunti desideri. E dire che non mi hai mai chiesto nulla. E nemmeno mai impedito niente. Solo ora comincio a conoscermi e ad esprimermi e a comprendere, guardando un poco indietro, la forte dipendenza che avevo verso di te che ci ha condotte in un involontario ma tragico condizionamento reciproco.
Tu te ne sei andata, poi. E io mi sono sentita libera.
E’ chiaro che tu hai fatto il Tuo percorso, non mi sento certo responsabile di niente in questo senso. Ma è altrettanto chiaro quel che si dice: che i genitori si scelgono “prima”. E io ho scelto una madre generosa al punto da non lasciare che brucianti domande creassero i presupposti per la Mia strada. Una madre che ad un certo punto mi ha liberato, più che da sé, da tutti quei legami condizionanti dei quali, ancora oggi in certi casi, cerco di scioglierne le fila. Avevo, forse, bisogno proprio di fare così. Chi lo sa. In ogni caso sono ancora al lavoro in questo senso.
Tu te ne sei andata ed io mi sento libera. Suona come un sacrilegio.
Eppure più dico questo, più ti amo. Ma non attraverso la consueta modalità drammatico-romantico-tradizionale. E’ più una cosa primitiva, terra-terra, che rasenta la legge biologica, che si fonde con i codici universali della Natura. Qualcosa di indifferenziato e omnicomprensivo che mi conduce immediatamente alla comprensione del vero senso dei legami e della reciprocità degli esseri.

Sarebbe naturale, a questo punto, che io dicessi che ti penso spesso e sei nel mio cuore.
Ma è più corretto dire che ora sento chiaramente di portare avanti una parte di te e che se ti sento, ti sento nella carne e nella tua eredità psichica che, passo dopo passo, sto ripulendo dal vizio per renderla funzionale nella mia vita.
Voglio saperti libera e felice.

11 pensieri su “3 Giugno 2010

  1. Ci vuole forza, ci vuole coraggio non solo per affrontare la prova, il dolore, la vita, ma anche per scrivere quello che hai scritto. Allora cerchiamo di fare nostre le parole di Sant’Agostino:
    “O Signore non ti chiedo perché me l’hai tolta, ti ringrazio per avermela data.”
    Parole essenziali, di grande profondità.
    Cerchiamo di viverla così.
    Ciao Ratu!

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  2. Forza e coraggio, dici? Mi piace pensarlo. Ma in realtà tutto questo è solo una cosa: dire la verità.
    Finalmente dire la verità. Senza avere paura degli “altri” e del loro giudizio. Non esiste rimedio verso la soggettività dell’interpretazione.
    E’ l’espressione di una verità che emoziona, mica le belle parole.
    Se tutto ciò che ho scritto fosse una costruzione estetica o funzionale a qualche altro scopo, non toccherebbe un bel niente: non sarebbe vivo.

    Lilli io credo che dovresti scrivere anche tu. Lo penso ancora spesso, ma ho smesso di dirtelo perché, testona come sei, è una battaglia persa!! GILLI!

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  3. Stomaci? Ma lo stomaco appartiene agli organi molli che ci abbandonano quando ci abbandona la vita. Non è che lo stomaco in questo caso rappresenta la soglia che conduce dalla vita alla memoria? Non c’è patrimonio più grande di quello che tu hai descritto. Tu non ricordi, sei la continuità nella tua esclusività. Splendido.
    Ciao Federico

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  4. E ti vengo a cercare
    anche solo per vederti o parlare
    perché ho bisogno della tua presenza
    per capire meglio la mia essenza.
    Questo sentimento popolare
    nasce da meccaniche divine
    un rapimento mistico e sensuale
    mi imprigiona a te.
    Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
    non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
    fare come un eremita
    che rinuncia a sé.
    E ti vengo a cercare
    con la scusa di doverti parlare
    perché mi piace ciò che pensi e che dici
    perché in te vedo le mie radici.
    Questo secolo oramai alla fine
    saturo di parassiti senza dignità
    mi spinge solo ad essere migliore
    con più volontà.
    Emanciparmi dall’incubo delle passioni
    cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
    essere un’immagine divina
    di questa realtà.
    E ti vengo a cercare
    perché sto bene con te
    perché ho bisogno della tua presenza.
    Battiato

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  5. Stupenda Lilli.
    Grazie.

    E io a te dedico “La Cura”: non so come abbia fatto questo Artista a sintetizzare con tanta efficacia e bellezza l’amore incondizionato.
    (anche se litighiamo ogni tanto, si sa che siamo animelle sorelle..)

    Gnau

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  6. “…dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto
    per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto…”

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