Cielo sereno, con una strana sfumatura.

C’è il sole. Mi sembra tutto chiaro.
C’è anche un forte vento, oggi.
Tutto pulito. Tutto scoperto. Tutto a nudo.
Globale soddisfazione e rassicurante normalità.

Ad essere onesti, a tratti, sono lambita da una fugace impressione.
Un carezza lieve, un soffio, un tratto buio.
Un qualcosa in potenza. Un ente non ancora qualificato.
Qualcosa che non riesco ancora a cogliere.
Non so nemmeno se buono o cattivo.
Un seme di non so quale natura si è annidato in non so quale luogo.

Che bello. Si parte per una nuova avventura.

Di nuovo il 3

Mi sembra di non vederti da anni.
E invece è passato soltanto un mese.
Mi manchi. Ero abituata ad averti tutti i giorni.
Ultimamente, in modo molto intenso.

E’ vero quello che dicono: la vita va avanti, anche senza di noi.
Per questo è stato importante il saper esserti grata: saper riconoscere e celebrare le opere fatte, i valori instillati, i segni e le impronte che resistono alla nostra fugacità.

Sei sempre più impalpabile, più impercettibile, più remota.
A quel sottile e trasparente velo che mi gira nel cuore dico: ti voglio bene.
A quel soffio silenzioso e tenue io dico: piango ancora il tuo aspetto umano, fallace, segnato dalla non comprensione. Ma inizio a sentire la grandiosità e la bellezza di ciò che va oltre.
E allora mi sale il sorriso.
Piango ciò che mi rispecchia. Piango i vincoli che non ho più.
Ma riconosco che se esiste il sentimento verso di te, esiste per forza di cose un’altra te che non sia quella che ho visto spegnersi.

Vorrei dirti sempre tante cose, ma nessuna è sensata, opportuna e pertinente come il dirti ancora una volta Grazie.

Voleri e valori (1995)

Tu ed io, due universi paralleli.
In un interno angusto, in una grande città, in pochi mesi.
Io dico una cosa intendendone un’altra. Per non farti capire, sperando che tu capisca.
Tu dici un tre di cuori e io lo capisco Asso.
C’è il mondo che c’è, e quello che vorrei che fosse.
Non so dove sei, tra questi. E passo il mio tempo tra intricatissime piantagioni di interrogativi.
Ma non ho altro da fare?

Oltre la forma (1995)

Io non ci pensavo affatto.
E’ stata una tua frase ad incrinare il piano e a rivelare l’abisso.
Ci sono diversi presunti segnali.
Ora me ne sto ben bene attaccata all’orlo, per difendermi da una deliziosa caduta.
Me ne sto attaccata all’argine, ma non mi salvo più di tanto.
Almeno voglio guardare.

un pomeriggio

Volevamo l’estate.
Stikazzy

primo Atto interiore

Chiudo gli occhi, magari sento di più. Magari sento meglio.
Niente da fare. Non ti trovo.
Io non ti trovo.
Non ti percepisco se non nei frammenti tuoi, incassati per sempre nelle mie fondamenta.
E’ ridicolo: ti cerco dove abitano i miei fantasmi. Ma tu sei reale!
Non è dignitoso che tu venga cercata là dove si trovano le mie effimere passioni.
Ma non saprei dove altro indagare.
Non ti chiedo nulla, non voglio un segno. La paura mi frena.
E che non siano intoppi ne rallentamenti nella tua trasformazione.

Se m’avessero detto che avrei conservato l’oggetto peggiore, non ci avrei creduto.
Invece si: scorgo la tua maglia passando vicino all’armadio, la guardo, tentenno ma poi la prendo.
Solo l’amore può farmi sentire te attraverso il profumo del detersivo.

Mi manchi in un modo molto sottile ma per questo non meno profondo.
La nostalgia di te è come una nebbiolina discreta che non mi toglie la vista ma che smorza i colori.
Il dolore lo confino in parte nella ruvida armatura di una fredda vendetta.
Una vendetta per te. Una specie di riscatto, tardo ed inutile. Forse.
Nemmeno so se potrai capirlo ora. Ora che hai lasciato un niente dietro ad un muro quadrato.

Io ci vado spesso, sai. Ma tu non puoi essere lì. Non ha senso.
Non puoi essere lì dove la natura lentamente si riprende le sue forze.
Non puoi essere lì dove si sfalda un mero veicolo.
E’ veramente assurdo: ritorni al tutto, al caos, rinunci all’ordine di una struttura visibile e prevedibile e così, come te, stanno facendo tutte le cose che sono state tue, che hai nutrito tu, che hai cominciato tu.
E poi dicono la fantasia.
Quando vengo da te, dall’idea che mi rimane di te, qualche volta, davvero, chiudo gli occhi e qualcosa mi pare di sentire..
Solo una flebile traccia, come una vibrazione più tattile che sonora.
Il decadente gancio che ti ancora, maldestro, all’idea che noi abbiamo di una tua presunta residua materiale presenza.
Il vincolo rituale che ti abbiamo infilato in tasca nella speranza che tu ti possa ricordare di noi.

Lo so che sono un’ipocrita: queste parole, alla fine saranno per me.
Tu sai già tutto. E, come sempre, intrisa di una elevatissima comprensione, mi lascerai fare, con la tua pazienza tipica di madre che da, senza chiedere niente.
Ciao