Alla conquista della realtà (tequila boom boom)

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Dopo l’abbuffata di spiritualità prêt à porter, naturalmente adesso ho la saturazione. Mi sento come quei bicchieri di tequila con il sale sul bordo.
Ecco, la piena si è sgonfiata, tutto si è seccato ed è rimasto quel fastidioso esito cristallino che è il mio impegno prima disperso poi condensato, infine sprecato e privato dei principi vitali.
Bere al bicchiere della vita e sputacchiare quegli inutili granuli che bruciano le labbra. Bruciano come tutti i fallimenti e gli sforzi inutili.
Adesso non esageriamo. In realtà a qualcosa tutto questo è servito.
Ma come in un buon sugo (non so se potrò mai fare a meno di metafore) che va ridotto, resta il meglio solo ed esclusivamente dopo una lunga e lenta esposizione al fuoco e dopo la perdita di ingredienti/fenomeni transitori senza i quali il piatto non sarebbe comunque riuscito.
Tutta questa marea insensata di informazioni, citazioni e patetici microatti di illusoria fede, cavalcata nella disperata ricerca di qualche punto fermo, coagulata ora nella cavità defilata delle cose già fatte, nel ritirarsi ha scoperto tutto ciò che conta: quello che c’è ADESSO.
Il senso ed il valore di quello che c’è adesso.
E, naturalmente, di riflesso, di quello che non c’è.
Che poi è sempre quello che c’è: un’assenza.
Ecco. Questo mi piace. A questo ci credo.
Anzi no, scusate, non credo ad una cippa: lo so, lo sono, lo vivo.
Quello che tocco, quello che vedo.
Quello che sento. Quello che percepisco.
Questo è il mondo.
Non c’è nient’altro.
Buon giorno di Marte, gattoni.

Pensieri sparsi e predicozzo finale con tracce di cielo

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Nell’ultimo anno ho avuto l’impulso di chiudere il blog tipo 200 volte,
di cui 100 solo nell’ultimo mese.
Per due motivi. Uno non lo dico. L’altro é che mi sono messa in testa che esso rappresenta il mio passato e, precisamente, i miei anni di piombo.
Dato che agogno il cambiamento come bramo la brioche stamattina (sono riuscita a prendere al volo il primo treno, da non credere: anche la colazione, sarebbe stato troppo) mi é salita una specie di antipatia verso tutte le svariate emozioni descritte fino ad oggi.
Scappare dal già vissuto. Il vissuto male, s’intende.
Questo blog é assolutamente autoreferenziale.
Naturale: si chiama DIARIO.
É una mappa abbastanza affidabile della mia struttura mentale, complessa, un po’ barocca e perennemente work in progress arricchita da frequenti cazzuolate di materia astrale dai toni tendenzialmente cupi.
Molto color sangue venoso (dolore), molto rosso arterioso (rabbia e improvvisi benché rari accessi di vitalità), poche spennellate di azzurro cielo: i miei rari momenti santi.
Poche perché naturalmente l’azzurro si vive, non si scrive.

Dicevo, in un momento in cui vorrei, più del solito, essere migliore mi viene voglia di cancellare tutto per fare una tabula rasa propiziatoria che agisca, per analogia, anche all’interno della mia scatola cranica.
Sono celebre per aver buttato scatole intere di scritti nell’era del carta e penna. É proprio un istinto antico.
Ma oggi no. Provo a fare qualcosa di diverso.
Complice il mio narcisismo, credo che terrò botta e continuerò qui le mie metamorfosi senza rinnegare ciò che é stato prima.
Mantengo il nome (che mi piace) e magari anche la posizione statistica che, pur essendo sepolta nella massa, nei momenti infantili di smarrimento nonvalgoniente sonoinvisibile sonosolaalmondo, gratifica l’ego mica poco.
Se cambierò idea sarà perché ne aprirò un altro. Se mi prende una ramata forte di follia potrebbe ancora succedere, da un momento all’altro, come un fulmine a ciel sereno. Si fa per dire ‘ciel sereno’ da queste parti. E comunque non mancherò certo di dirlo.

Piangere abbondantemente durante i processi di trasmutazione delle emozioni negative (diciamolo bene: quando stai male come un cane, in pratica), a meno che non si ceda ad una strumentalizzazione vittimistica del proprio stato, é una cosa che non si racconta. C’è il tabù della sofferenza. La gente non vuole sentire parlare di dolore. L’ho capito quando mi é capitato di parlare, molto tranquillamente peraltro, dei lutti vissuti in questi anni: espressioni imbarazzate, percepibile voglia di scappare via, sguardi che cadono obliquamente verso il basso.
In fatto di argomenti, il dolore é scomodo come la masturbazione: a tutti capita prima o poi, nessuno lo dice, moltissimi arrivano a negarlo.
E chi lo esibisce solitamente ha un secondo fine. L’attenzione egoica, il guardatemi sto male, mendicando un sostegno che faccia da lenitivo. Che poi non funziona mai. Nel senso che non guarisce proprio nessuna ferita.
Se invece ti mostri e racconti sinceramente e spontaneamente che hai passato giorni a piangere miseramente mentre qualcosa di te prendeva fuoco, ti senti in imbarazzo, ti senti sfigata, quella che ne ha sempre una.
Fondamentalmente ci si vergogna della propria fallibilità, del sentirsi sventurati, gettando così per l’ennesima volta la responsabilità di se stessi in braccio alla considerazione altrui.
Invece bisognerebbe ammetterlo con semplicità, senza farsi paranoie di sorta e senza fare i salti mortali per mantenere un’immagine vincente che, in quel momento, non corrisponde affatto a realtà.
Adesso, proprio adesso mentre questo flemmatico controllore caracolla tra i sedili di fianco a me, mi scendono due lacrime. Per un attimo mi vergogno. Poi mi dico anche (perché qua dentro siamo in tanti) va be’, non sono tutta così: riesco anche a fare dell’ironia. Due cervelli in uno. Una benedetta dicotomia che non é una frammentazione schizoide ma l’esito di una maturazione lenta ed impegnativa. Il risultato del mio paziente e costante impegno nel liberare ciò che sono veramente dalla massa pastosa delle emozioni che mi ammantano ma che non costituiscono affatto la mia più reale identità.
Grazie signor Osservatore. Rimanga pure tutto il giorno con me. Non se vada come al solito quando scende la sera. Non vorrà mica dirmi che ha paura del buio! Pensi che un giorno veglierà sul mio corpicino mentre me la dormo beatamente. Tanto vale che si abitui.
Conosci te stesso. As usual.

Ore 22
E invece la sera, ancora se ne va.
Come se la sua presenza fosse possibile solo con la Luce.
E credo di non aver detto una fesseria.

Momento Frankenstein

Seguo da qualche anno Salvatore Brizzi e la sua scuola di Risveglio.
La parola “risveglio” può far sorridere i detrattori del lavoro su di sé.
Al pari di “illuminazione” e sostantivi equivalenti, svalutati dall’abuso che se ne è fatto durante l’ultimo decennio grazie alla corrente culturale e pseudo-spirituale conosciuta universalmente sotto il roseo nome di New Age, il percorso ultrapsicologico del “conosci te stesso” espone a sguardi di sufficienza, equivoci interpretativi e, nei casi peggiori, ad una sommessa derisione da parte della maggior parte della gente.
Del resto, si sa, lavorare su se stessi è una gran fatica. E, soprattutto, spesso i risultati non sono evidenti ad un occhio esterno come desidereremmo che fosse, visto che non siamo ancora illuminati e ce ne frega parecchio del giudizio altrui, essendone noi pregni fino al midollo. Vorremmo che i frutti del lavoro si palesassero subito e in modo inequivocabile se non altro per dare un senso a tutto questo impegno che, nei momenti di crisi ci riempie di dubbio e ci porta a farci (tante, troppe) domande.
Comunque l’argomento è più che vasto e non intendo farne un trattato né farmi portavoce di esso visto che sono ancora indietro come le balle del cane – detto popolare poco elegante tipico della mia zona.

Tuttavia vorrei scrivere una riflessione che mi agghiaccia, mi disturba, mi traumatizza ogni volta. E tale riflessione riguarda il principio fondamentale su cui si fonda il concetto di responsabilità della propria vita e quindi, in un’ultima analisi, della Libertà dell’uomo. Concetto che permea totalmente il percorso della conoscenza di se e dell’eventuale cambiamento evolutivo che ad essa, se ci va di culo e siamo stati bravi, ne consegue.
Chi legge ed è qualcuno che normalmente accetta questo tipo di insegnamento senza fiatare, non si offenda per l’ironia e le battute (tipo quella contenuta nella precedente frase): la mia è un’ironia giocosa, funzionale allo scritto e un po’ narcisistica e, fondamentalmente, si tratta della mia firma, l’impronta onnipresente del mio atteggiamento salvavita.
Quindi non dissacro, ma ironizzo per non soccombere.

Tale principio è quello secondo il quale il mondo così come lo vediamo, lo percepiamo e lo viviamo, lo creiamo noi. Il mondo è la tua ombra, mi viene detto. “Cambia tu ed il mondo è costretto a seguirti”. Ovvero, il mondo è una mia proiezione.
Non voglio convincere nessuno e perciò non spiegherò cosa significa in modo approfondito questo concetto. Anche perché dubito davvero di essere in grado di farlo in modo pulito e completo. Ma, in soldoni, credo che si possa riassumere con queste parole: ogni cosa presente nella nostra vita, in qualche modo ce la siamo scelta ed è la fedele rappresentazione dei nostri contenuti interiori.
E questo ci va bene finché parliamo di automobili, borse, vacanze, tovaglie e smalto per le unghie. Quando cominciamo a mettere in ballo le persone o gli ambiti fondamentali della vita, che normalmente paiono dispensati dal caso o dal famigerato destino, il discorso cambia. Partiamo ad esempio dagli amici che possiamo sempre cercare e trovare, cambiare, lasciare. Si. Ma non è semplice, vero?
Passiamo poi per il lavoro, i colleghi, con i quali ci intratteniamo per una grande percentuale del nostro tempo. Com’è possibile che io stessa abbia “scelto” il mio capo? Proprio lui? Proprio quello li? Capite? Passiamo poi per i vari fidanzati, amanti, mariti, mogli, concubine, trombamici, etc. Per arrivare all’estremo rappresentato dai genitori e altri stretti parenti.
Qui l’illusione è ancora più spettacolare: siamo costretti ad abbandonare romantiche teorie sulle anime gemelle, e tortuose psicogiustificazioni sui bisogni, sui cliché culturali del momento e sugli innumerevoli traumi infantili che non ricordiamo ma ci devono essere per forza, vista la situazione!
In realtà, poi, queste cose che ho appena citato sono assolutamente plausibili (e anche funzionali all’evoluzione, pare) MA verificare la loro esistenza non ci consola affatto! Non basta. Non serve, in sé. Non giustifica nulla. Prima di tutto perché siamo responsabili anche di quelle. E poi perché andranno anche prese in considerazione, analizzate e studiate, ma vanno soprattutto SUPERATE.
Loro sono il passato e il passato non si può cambiare. Oggi, si, possiamo cambiare qualcosa, ma gli ingredienti sono sempre quelli. Gli esiti del passato, così come ce li troviamo in tasca. Non servono minuziose analisi: il tempo vola.
Serve una nuova ricetta con quello che si ha in frigo. Anche se quello che si ha in frigo, secondo il parere di alcuni – un parere che finisce per convincerci – è irrimediabilmente corrotto. Andato a male per illusioni, ingenuità, superficialità, egoismo, noncuranze varie e, soprattutto per una grande ignoranza.
Perciò i residui del passato non vanno rifiutati ma considerati per quello che sono: un punto di partenza che è così e resta così. Dobbiamo accettarli, farcene una ragione, integrarli ed andare oltre.
Niente scuse! “O scuse, o risultati!” (cit. T. Harv Eker).
Siamo insomma costretti ad ipotizzare e valutare il fatto che va tutto bene così com’è, perché se così non fosse, non ci troveremmo di sicuro a fianco di Tizio o in ufficio con Caio. Che quelle persone servono alla nostra crescita, che la vita ci da quello che ci serve in esatta misura, in un dato preciso modo, proprio in quell’istante.
Parliamo non solo di persone, ma anche, naturalmente, di certe situazioni, certi contesti, certi eventi o condizioni o imprevisti.
Sentirsi dire che ci siamo scelti pure quelli, in certi casi, stimola la partenza del famigerato “embolo” (cit.GG). Ce la prendiamo con la nostra anima? Ma poi, un’anima ce l’abbiamo?
Io non saprei. Dipende dal giorno in cui me lo chiedo.
Insomma, si dice quindi che certi contesti ci servivano (anche se non lo sapevamo) e ce li siamo CREATI.
A questa punto la differenza tra me e Dio è, come si dice, appunto, zero.
Difficile da mandare giù. Libertà vera! Responsabilità totale!!
E qui, per una comune impiegata statale con un universo personale grande quanto un fazzoletto, comincia il rischio follia.
Perché capita a tutti – e ci sarà una ragione anche per questo – di pasticciare un po’ con gli ingredienti e sfornare certi periodi che assomigliano a notti invernali in Transilvania.
Capita a tutti di creare inferni o mettere in piedi mostri antropomorfi che percepiamo come separati da noi. O che, se siamo proprio messi male, vediamo direttamente allo specchio in certi giorni..
Capita a tutti un periodo Frankenstein. Periodo in cui quello che crei non è molto diverso da un day after, da un diluvio universale senza arca e senza Noè, o da un morto riciclato pieno di cicatrici che hai proiettato sul povero vicino di turno, all’accensione del tuo proiettore interno.

Cosa? Devo smettere?
Troppo tardi.

Tutto questo l’ho scritto ieri pomeriggio.
Oggi aggiungo, ascoltando attentamente le parole che mi sono detta da sola attraverso il mondo esterno, che sono piena di molta più cacca di quanto credessi.

Stormi di uccelli neri

Come esuli pensieri, andare e ritornar.
L’analogia carducciana, nell’atmosfera un po’ fosca e tendenzialmente centripeta ed introvertita dell’autunno, tinge di nero il pensiero che invece potrebbe essere anche colorato, soffice come le nuvole, cangiante come arcobaleni, grande, piccolo, tondo o tagliente, denso o rarefatto.
Degli uccelli il pensiero ha un tratto caratteristico: l’organizzarsi a stormo. Branchi di creature che si uniscono per similitudine, per natura. Gruppi di sostanze assonanti, qualità affini, enti che sorgono da uno stesso terreno energetico.
E quando l’aggregazione che accade si palesa alla nostra coscienza a causa di un improvviso richiamo, uno stimolo ad essa armonico apparentemente casuale, abbiamo la tale giornata. Quella “si” perché galleggiamo su di un aggregato costruttivo, sereno e intriso di entusiasmo, quella “no” perché ci facciamo fagocitare da un stormo di uccelli nerissimi guidati da un paio di spietati rapaci che ci sfibrano il cuore con quei terribili becchi aguzzi.

La maggior parte delle volte però, nelle consuetudini del quotidiano, nel cielo della nostra veglia cosciente passano distrattamente solo alcuni uccellini. Alcuni da soli, altri a coppie o piccoli gruppi. Volteggiano senza una precisa direzione, troppo vaghi per richiamare un movimento corposo o una tendenza realmente migratoria che vira verso le terre calde della congestione emozionale.
Pensieri singoli che sorgono come piccoli funghi da un terreno occulto, nascosto dal fogliame del sottobosco, che ad una attenta ispezione si rivela organizzato da invisibili linee che erroneamente chiamiamo destino.
Di ispezioni però ne abbiamo anche fatte troppe e allora, mente i motorini sfrecciano a lato della mia auto, mentre un debole vento entra dai finestrini portandomi in dono il profumo del mare, mente l’azzurro mi entra dagli occhi e si impossessa del mio corpo facendomi percepire la vibrazione della vita che elettrizza le mie cellule, io guardo come un qualunque spettatore il mio cielo personale. Un cielo luminoso, a tratti invece oscuro, comunque pieno di vita, di cose che sfrecciano veloci, di cose che arrivano, di cose che vanno, di cose che restano.

Penso ai miei gatti, a quell’aria che hanno di chi ha la saggezza incisa sulle ossa. Penso all’essere fedeli alla loro natura, come lo sono tutti gli animali, e alla naturalezza con cui chiedono il cibo e l’amore.
Penso alla polvere che ho sui mobili, le cose da lavare, la terrazza da ripulire.
Penso alla mia casa come ad una precisa radiografia di ciò che io stessa contengo e dei modi in cui io organizzo me stessa e le cose della mia vita.
Mi vengono in mente gli accumuli reiterati e il raptus folle con cui li stermino una volta raggiunto il massimo punto di tolleranza.
Penso all’abbondanza delle cose, soffermandomi su tutto ciò che vedo lungo il tragitto.
Penso alla straordinarie leggi fisiche che permettono all’acqua di rendere il mare blu e alll’atmosfera di rendere il cielo azzurro. 
Gialli o rosa non sarebbero stati la stessa cosa.
Ma forse ci sarebbero piaciuti ugualmente, se fossero sempre stati così.
Penso – capisco – che quindi alcune nostre caratteristiche e certe nostre istanze sono figlie del contesto e non una maledizione o una fortuna.
Penso che tutto è davvero semplice.
E penso che la nostra mente, indispensabile mezzo di decodifica, santa interfaccia per poter vivere il mondano, a volte è proprio un aguzzino.
Penso ad una pianta, trapiantata, spostata e raddrizzata con un bacchetto. Lei cerca la luce e si curva naturalmente verso una delle sue preziose fonti di sostentamento, verso ciò che desidera, e noi la raddrizziamo con un bacchetto! Destinandola ad una tensione per il resto della sua esistenza. Penso che la tensione si trasforma in status, in una nuova forma, dal momento che, come ogni cosa, in natura essa si adatta per sopravvivere. Penso che però non sapremo mai come sarebbe stata altrimenti.
Penso a chi dice che il petrolio finirà. Penso che il petrolio inquini.
E che le energie ecosostenibili non saranno mai alla portata di tutti.
Penso che la verità non la sapremo mai. E che la ragione ce l’abbiamo tutti. Oppure non ce l’ha nessuno.
Penso che lo sgomento vero di chi si pone quesiti esistenziali, sia una folle paura nel rendersi che la relatività regna sovrana e che ognuno di noi produce un intero universo, nello stesso istante in cui si fa una domanda ad esso pertinente.
Che i binari della sicurezza e non esistono per nessuno e ciò che noi cerchiamo quando parliamo di libertà, è già presente nelle nostre vite e nelle nostre coscienze, ma non sappiamo sostenerlo.
Barcolliamo alla vista dell’assoluto relativo (mi si perdoni il gioco di parole), al nostro totale potere soggettivo, e poi giochiamo alla Spiritualità vaneggiando di ricerche dell’Assoluto vero.
Siamo abbastanza ridicoli.
Oggi, una volta alla sbarra del cortile dell’ufficio, ho capito qualcosa di più del famoso motto dell’Oracolo di Delfi.
Conosci te stesso. 
E visto che non sei un fosso, smetti di evitarti.