Cinquecento anni per niente

Copia di novembre 1964

Nel guardarmi intorno alla ricerca di una immaginaria forma di salvezza,
capita che mi rotoli insensatamente dallo stipite della porta alla parete
e finisca con la testa appoggiata ad una foto appesa.
E dopo pochi secondi, nonostante le condizioni vergognose in cui verso,
riesco a farmi venire in mente che resterà il segno della fronte sul vetro.
Allora mi stacco, sgancio la cornice dal muro, la porto in cucina e già che ci sono
le do una pulita. Che non vede da mesi, credo.
Del resto avere la canna del fucile imbracciato da mio padre puntata esattamente sulla fronte, non è bello.
Quanti anni potevano avere? Non erano ancora sposati.
Di lui si evince una certa prestanza e quel senso di gioco, quel gusto del divertimento pulito che ha sempre avuto. Di lei un straordinario mix di grinta e timidezza.

E io che cazzo di mix sono?
Esce sempre un pezzo nuovo, anche in questo periodo in cui ho già compiuto cinquecento anni.
Avrei voluto, stasera, incontrarmi nella stanza in cui di anni ne ho 9 o 10, ma onestamente sono stanca. Sono scene penose anche se il pubblico sono solo io.
La sera mi è pesante.
E poi qualcuno o qualcosa, ad un certo punto, ha fatto partire il cane di quel fucile da baracconi. Un proiettile al giorno.
E tutti i fori, in realtà già presenti da secoli, sono stati scoperti dal botto, sotto quella che sembrava una membrana integra. E che invece era solo il vestito che mi hanno messo. Talmente vecchio e consunto che qualche foro d’entrata già si intravedeva. Obsoleto.
Cambiare.

Più che proiettili, direi frecce.
Che se le togli con calma tu, te la cavi.
Quelle che invece ‘Ti Aiutano’, c’è ancora la punta dentro: prima o dopo finisci sempre per arrangiarti.
Si chiama: Fare Pulizia.
E in certi momenti di follia le frecce che hai tolto ti mancano e te ne vai a cercare di nuove in base a quella legge del cazzo per la quale, come becere cavie, ricalchiamo il percorso di minima resistenza, solo perché è già un solco bello largo profondo e lo conosciamo già.

Dicono che i genitori ce li scegliamo.
Di sicuro li avevo già adocchiati quel giorno lì, nella bruma pomeridiana di un fine novembre degli anni 60. Erano belli carini.
Oggi sono intrappolati in una manciata di pixel, in un’illusione ottica generata da codici binari e uno spruzzo di elettricità. O in un pezzo di carta cosparsa di polimeri e polvere di carbone, che ospita tra se e una lastra di vetro, pulviscolo inerte, acari morti e una quantità incredibile di domande a cui non è mai stata data risposta.
Nelle mie memorie, essi stanno sbiadendo: non si prestano più ai giochetti della mia mente. Continuano a fare – si fa per dire – la loro vita.
Mi mancano comunque.

“Non importa quello che ci hanno fatto. Importa quello che noi facciamo con quello che ci hanno fatto”.
Genitori, nonni, cugini, zii, zie, insegnanti, compagni di scuola, amori, preti, suore, amici tossici, amici della ‘bene’, falsi amici, veri amici, colleghi, sconosciuti, avventurieri, errori passati, atti incompresi.
Non devo niente a nessuno.
Decisioni, rappresaglie, spiegazioni, domande, risposte, atti, impegni, aperture, cautele, omissioni, aggressioni, rimproveri, ammissioni, filtraggi, dolori, doni, confessioni, giustificazioni, timori ed egoistiche gioie profonde.
Abbandonato sospiro.

Detesto questa sensazione di censura che mi attanaglia la mano.
Buonanotte.

2 pensieri su “Cinquecento anni per niente

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