Il Baldo

garda occ feb09 250.jpg_200921523946_garda occ feb09 250
Per fortuna ci sono giorni in cui esco da me stessa e esploro con leggerezza ed una specie di allegria il mio Io più grande.
Quello vero.
Che lagna! Come sono stufa delle leziosità dilaganti! Anche e soprattutto delle mie.
Come sono stanca del ritrito e delle clonazioni selvagge!
Come è vitale il mio corpo e come lo soffoco con una mente fuori moda!
Come è vicina la primavera e come capisco che reagisco al ritmo terrestre come una qualsiasi altra bestia.

Come sono stanca di pretendere da me condizioni originate da pensieri che non sono neanche miei!
Che senso ha potenziare il motore quando ancora non si va a pieni giri con quello che c’è?
E’ qui l’inghippo, l’equivoco, l’errore.
Aprire gli occhi e richiuderli subito perché realizzi lo spreco.
Aprire gli occhi ed abituarti alla nuova luce.
Che non è mai quella del giorno prima.

Piove. Mi aspetterei la neve. Ma ad essere sincera la mancanza del gelo è un sollievo.
Comunque al mio paese nevica. Mi mandano foto che fanno vibrare la radice.
I bastoni scuri dei vigneti che inquadrano il candore. Gli alberi bianchi, le distese candide.
Pare di sentirne pure il silenzio. E mi viene in mente una vecchia foto di mio padre.
Mio padre con un berretto di lana, i pantaloni e le scarpe da lavoro, mentre spala la neve.
Poi sposto lo sguardo fuori e torno. Scelgo dove mi trovo ora. Per il momento.
Il mondo è grande e abbiamo, relativamente parlando, così poco tempo.
Sviluppiamoci in lungo e in largo.

Quando la mattina percorro i pochi chilometri che mi separano dal lavoro, alla mia sinistra posso vedere il Baldo che si specchia sulle acque del lago.

Non posso fermarmi a fotografarlo. Primo perché ci vorrebbe una vera macchina fotografica. Secondo e non ultimo in ordine di importanza, sono sempre in ritardo.
Ci manca solo che mi metta a vagare in mezzo alla statale con gli occhiali sul naso e il telefono puntato in aria, alle 8 del mattino.
In certe mattine, la punta coperta di neve del Baldo, ad Est si colora di rosa.
E’ di una bellezza incredibile.
Bianco, rosa, poi lo scuro del monte e sotto infine, il lago che, in base alla luce, ai venti e alle correnti, ogni giorno mostra un volto diverso.
Ci sono giorni di increspature straordinariamente blu. Giorni, invece, in cui è uno specchio azzurro con gigantesche chiazze in tono, lentamente cangianti.
Ma anche – e spesso in questa stagione – giorni in cui si stempera in una densa lattiginosità al punto da cancellare i confini, nascondere il massiccio ed invadere il cielo.

Il Baldo si specchia sulle acque del lago.
Visto da qui è un triangolone regolare, stabile, possente e tranquillo.
E invece è una lunga cresta, che si sviluppa verso nord (più o meno).
Un dinosauro di roccia, di cui io vedo solo un’estremità.
Il Baldo come metafora della Verità, e della verità di ognuno di noi.
E adesso ciao.

Una timida singolarità

IMG_3510
Agli amici. Agli sconosciuti gentili.
Agli irritanti, ai maleducati, a chi lo fa apposta,
a chi non lo fa apposta.
A chi sa e a chi non sa, a chi pensa male, a chi crede.
A chi si fida, a chi si impegna, a chi non si cura.
A chi c’è, a chi non c’è, a chi osserva da lontano,
a chi da uno schiaffo, a chi stringe forte.
A chi sprona, a chi ostacola, a chi danneggia, a chi aiuta.
A chi prova, a chi fa, a chi rinuncia.
A chi resta e a chi fugge. A chi guarda, non visto.
A tutto quello che c’è e a tutto quello che non c’è,
al di là da ciò che si crede di volere.
All’essere, al non avere, al pieno
e al vuoto – più sacro di ogni altra cosa.
Al cielo, alla terra, all’acqua, al sentire.
Al dubbio, all’eterna saggia incertezza.

Per tutto c’è una sola parola.
Grazie

Personal opera soap

DSCN2191
(Advisory: diario personale – saga familiare)

Lo Zio Bestia, così lui stesso amava definirsi, è stato il primo ad andarsene.
Un uomo tormentato, che quel giorno, privato del soffio vitale, lasciava in bella vista quello che pareva il corpo di un ragazzo, giovane, finalmente sereno.
Trasformato, liberato. E qui davvero non si tratta di cliché.
Ricordo ancora benissimo il suo volto.
Lui faceva parte di quel mondo che da piccola frequentavo spessissimo (per forza di cose)
e in modo sofferto: la famiglia di mio padre.
Una famiglia severa, adombrata, segnata da accidenti di vario genere e dall’innegabile impronta di una non agile abilità relazionale.
Tutti i fratelli e le sorelle dei miei nonni non erano sposati, erano molti, con nomi stranissimi, erano caratterizzati da particolarità creative e di alcuni di loro, conosciuti in tenerissima età, conservo un vago ricordo che talvolta mi pare un sogno.
Erano soli. E come succedeva una volta, vivevano comunque tutti insieme.
Una famiglia di senza famiglia.

La nonna, rimasta vedova piuttosto presto nell’esatto modo in cui restare vedova coincideva con stenti di una certa portata, ammantava la casa di polso, di severità, di “dovere” e di cattolico rigore.
In tutto questa clima pseudogotico, spiccavano papà che pur non essendo esente da inevitabili ripercussioni stilistiche sul genere, conservava nonostante tutto una leggerezza infantile e pulita, mia madre – che meriterebbe un capitolo a parte – e un elemento veramente diverso.
Non posso spendere solo parole buone perché non dimentico fattacci abbastanza gravi che la coinvolgono direttamente, ma questa zia acquisita, perché di lei sto parlando, portava in famiglia un’aria piuttosto gioiosa e mondana difficile da dimenticare.

Il punto è che lei, accasciandosi in una strada del paese nel pomeriggio di un giorno di festa, probabilmente durante una banale passeggiata, segna uno step fondamentale, non so ancora bene in che modo, nell’emancipazione dalla famiglia d’origine.
O forse sarebbe più corretto dire nell’elaborazione della famiglia d’origine.
Dell’eredità ricca e pesante di questo ramo ascendente che sento di incarnare piuttosto ampiamente.
Sento che è un momento importante, perché lei, come lo Zio Bestia ed un paio di altri sono stati i protagonisti di quell’antro scuro e spinoso in cui ho inequivocabilmente sviluppato barriere, divieti e tabù che ancora oggi mi condizionano.

La cosa quindi mi tocca. E dato che non ho condivisioni affettive recenti con lei che possano giustificare questo, comprendo che la vita, per l’ennesima volta mi sottopone uno spunto di riflessione, dragandomi il fondo e permettendomi di sviluppare e risolvere latenze che non saprei come recuperare altrimenti. Una specie di bastoncino che muove un poco la nita (fanghiglia) del fondale.

Uno va a fare una passeggiata. E dopo un po’, di colpo, cambia tutto.
Uno viene a conoscenza del fatto e gli si apre di colpo una botola nel cervello.
E pur non comprendendo il nuovo panorama che gli si presenta, sente che qualcosa è cambiato.

Siamo appesi ad un filo.
La vita è bella.
E ogni giorno è un dono.
E non sono frasi fatte.

E ciao.

Arrendersi

IMG_8155
Non c’è più tempo.
Anche se c’è un sacco di tempo in ogni attimo.
Questo non mi da però il permesso di sprecarne altro.

Mentre le uova si schiudono in massa e le eccellenze si moltiplicano ad ogni angolo di strada, io che le sbaglio tutte, continuo imperterrita ad identificarmi in ogni cosa che osservo, trovo e vivo.
Mi sono arresa ormai e resto quel che sono. E’ più rilassante.
Io e le mie foto. Io e i miei giochetti del cazzo.
Trovo interessante ad esempio la storia della pigna.IMG_8113

C’è qui una piccola pigna, migrata con me durante il trasloco,
che rotola da mesi sulla terrazza come gioco per gatti e che, dopo almeno tre anni di forma fissa, di morte apparente, inaspettatamente si è chiusa sotto una notte di abbondante pioggia. Per riaprirsi, poi, alla prima secca atmosferica. Tornata come nuova.
So bene che è un fatto plausibile, normale, ma averlo notato fa la differenza.

A volte l’immobilità non è morte ma letargia salvifica.
Uno stare con quello che c’è nell’unico modo in cui ci si può stare.

/home/wpcom/public_html/wp-content/blogs.dir/5f2/9580717/files/2014/12/img_8222.jpg

Solstizio

/home/wpcom/public_html/wp-content/ blogs.dir/5f2/9580717/files/2014/12/img_7729.jpg
La notte più lunga dell’anno.
Nella notte più lunga della mia anima.

Buon solstizio
(PS: questo è il mio post n. 500. Cade male, ma tant’è.)

L’arco nudo

IMG_4899
Per me l’anno finisce qui.
In effetti non manca molto.
Non manca molto soprattutto per il solstizio del quale non sto ad approfondire il senso fondamentale.
Momento cosmico che celebrerò con un rito dagli effetti indelebili perchè non mi fido molto né della mia memoria né della mia mente in generale che, di norma, si inventa davvero qualunque cosa.

Il 2014 ha maturato i semi del 2013.
Se io li ho vissuti come sviluppi ulteriormente peggiorativi è per un errore di fondo: interpretare eventi e condizioni attraverso un codice sordo e insensato.
Un miscuglio di responsabilità, fiducia, scelte, solitudine, illusione, Saturno, Chirone, ingenuità, reattività, premenopausa, paure, ecc. E tanta, tanta fantasia.

E anche perchè non sono abituata a buttarmi senza paracadute né senza fondata speranza di trovare appigli.

Ma se scelgo di farlo poi non devo rompere le palle.
Ho scelto io di non avere il mirino, le protezioni e frecce adatte.

Il dono del 2014, annata scorrevole come un chewingum sul velluto, è stato l’aprirmi gli occhi sul misteriosissimo senso della parola “responsabilità”.
Che è un concetto composto: assumersi la responsabilità e farsi carico delle conseguenze.
Molta gente, per prima io, dimentica la seconda parte.

Celebrerò questo momento scegliendo un simbolo adeguato a quello che ho appena detto.
Nel serio tentativo di tenere ben presente in ogni momento delle mie giornate che Tutto, con il benestare del superiore disegno di cui faccio parte, procede da un unico nucleo e ad esso ritorna: me stessa.

PS: ha smesso di piovere ed è già buio.
Ho passato l’aspirapolvere, mi sono fatta un té.
Le Pellicce stanno bene.
Aspettiamo il Sol Invictvs. Ma non con le mani in mano.
Ciao gattacci.

Respiro

IMG_6077.JPG
L’occhietto difettoso del mio gatto è poesia.
Il cielo fedele ed eterno è poesia.
L’acqua, trasparente, plastica, viva, è poesia.
Il ritmo del cuore, il movimento infinitesimale del corpo sono poesia.

L’elettricità nell’aria, il suono, il susseguirsi di odori.

La percezione è poesia.

La calma, il silenzio, lo sbocciare e il transito del pensiero.
L’esplosione e la flessione dei sentimenti.
Gli occhi chiusi.

Gli occhi aperti, la luce e l’entrata e l’uscita delle cose.

Lo stare immobili è poesia.
Il movimento, il ritmo.
Il numero che si ramifica in un apparente caos, è poesia.
Stare è poesia.

Esserci è un atto poetico.
Di bellezza infinita.

IMG_6310.JPG

Monster: catturato e descritto

image
Possiedo un prezioso, sconfinato, spaventoso vuoto.
Possiedo quello che ho sempre temuto.
Il nulla. L’ottava bassa della pace.
Una cosa, comunque, palesemente finta.
Voglio dirlo. Non voglio trattenere e contaminare i nuovi germogli.

Sembrerebbe una lunga permanenza in una stanza di lenta e progressiva deprivazione sensoriale.
E invece si tratta del contrario.
Se gli stimoli esterni sono pressoché pietrificati, i sensi sono tutti accesi dentro.
Certo un po’ di narcosi nel quotidiano è indispensabile.
Ma quando torno a casa..
Quando torno a casa si apre la botola e mi butto, senza resistenze.

Sono dentro il film.
Entro ed esco ( ma non del tutto) da lunghi tunnel pieni di immagini, sensazioni, colori. Emozioni pure.
Il tratto caratteristico è il colore.
Il colore, non saprei come altro definire la vibrazione modulata.
Ora a bassa frequenza, cupa, pesante, ora velocissima, chiara, cristallina, vertiginosa.
Emozioni pure.
Le acque.
Cavalcare l’onda, farsi schiaffeggiare dai flutti.
E bere anche. E spesso.

Frasi dimenticate che affiorano ed esplodono in superficie con una violenza inattesa.
Piccoli particolari e sensazioni di un passato ormai remoto, al momento negate e congelate, che risalgono frantumandosi al confine con la luce e scoprendo progressivamente quella verità tanto temuta e perciò fortemente rinnegata.
Un successivo senso di liberazione che viene conquistato a caro prezzo.
A carissimo prezzo.
Il dolore. Non posso chiamarlo in altro modo.
Qualcosa che scioglie bruciando.
É un bruciore continuo. Una fiamma pilota che a tratti si espande e incendia tutto.
A volte solitudine impotente.
Strappo. Cose che si strappano. Non so nemmeno quali!
Frantumazione, scioglimento, vapori dall’odore intenso e pungente.
Pezzi che cadono, nodi che si slegano, giunti che si polverizzano.
Tutto disarticolato, caotico, decadente.
Povero.
Essenziale.

Il tempo corre troppo velocemente.
Com’è possibile che certe cose, rimaste incollate dentro, restino intatte, come fosse accaduto ieri?

Pulizia. Pulizia e mai nutrimento!
Sacrificio, privazione, negazione, diminuzione, separazione.
Fatiche. Poi sintesi.
Ma so che sta per finire.
Saturno, con tutti quei cerchietti intorno, quando parlo di te, momento ciclico e necessario del mio processo evolutivo, altri ridacchiano con finta compassione.
La gente ha paura di queste cose. Le evita. Finisce per non crederle naturali ed in ultima analisi, non crederle per niente. Danno parecchio fastidio. C’è sempre il timore di osservarle e nell’osservarle sentirle risuonare in sé.
Anche solo in un tintinnio remoto ed appena percepibile.
Ti affibbiano i tratti della psicotica. Dell’inconsapevole.
Di quella che si lamenta e non fa nulla per.
Ormai sono quasi due anni che mi passi al pettine.
E allora, allora sai che c’è, amato pianeta di piombo?
Che io ti vengo incontro e mi arrendo.
E la mia resa avrà il movimento dell’acqua sorgiva, filtrata dalla roccia in profondità e resa alla superficie trasparente, gorgogliante, ricca e viva.
E io rinascerò. Molto prima della primavera.