Personal opera soap

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(Advisory: diario personale – saga familiare)

Lo Zio Bestia, così lui stesso amava definirsi, è stato il primo ad andarsene.
Un uomo tormentato, che quel giorno, privato del soffio vitale, lasciava in bella vista quello che pareva il corpo di un ragazzo, giovane, finalmente sereno.
Trasformato, liberato. E qui davvero non si tratta di cliché.
Ricordo ancora benissimo il suo volto.
Lui faceva parte di quel mondo che da piccola frequentavo spessissimo (per forza di cose)
e in modo sofferto: la famiglia di mio padre.
Una famiglia severa, adombrata, segnata da accidenti di vario genere e dall’innegabile impronta di una non agile abilità relazionale.
Tutti i fratelli e le sorelle dei miei nonni non erano sposati, erano molti, con nomi stranissimi, erano caratterizzati da particolarità creative e di alcuni di loro, conosciuti in tenerissima età, conservo un vago ricordo che talvolta mi pare un sogno.
Erano soli. E come succedeva una volta, vivevano comunque tutti insieme.
Una famiglia di senza famiglia.

La nonna, rimasta vedova piuttosto presto nell’esatto modo in cui restare vedova coincideva con stenti di una certa portata, ammantava la casa di polso, di severità, di “dovere” e di cattolico rigore.
In tutto questa clima pseudogotico, spiccavano papà che pur non essendo esente da inevitabili ripercussioni stilistiche sul genere, conservava nonostante tutto una leggerezza infantile e pulita, mia madre – che meriterebbe un capitolo a parte – e un elemento veramente diverso.
Non posso spendere solo parole buone perché non dimentico fattacci abbastanza gravi che la coinvolgono direttamente, ma questa zia acquisita, perché di lei sto parlando, portava in famiglia un’aria piuttosto gioiosa e mondana difficile da dimenticare.

Il punto è che lei, accasciandosi in una strada del paese nel pomeriggio di un giorno di festa, probabilmente durante una banale passeggiata, segna uno step fondamentale, non so ancora bene in che modo, nell’emancipazione dalla famiglia d’origine.
O forse sarebbe più corretto dire nell’elaborazione della famiglia d’origine.
Dell’eredità ricca e pesante di questo ramo ascendente che sento di incarnare piuttosto ampiamente.
Sento che è un momento importante, perché lei, come lo Zio Bestia ed un paio di altri sono stati i protagonisti di quell’antro scuro e spinoso in cui ho inequivocabilmente sviluppato barriere, divieti e tabù che ancora oggi mi condizionano.

La cosa quindi mi tocca. E dato che non ho condivisioni affettive recenti con lei che possano giustificare questo, comprendo che la vita, per l’ennesima volta mi sottopone uno spunto di riflessione, dragandomi il fondo e permettendomi di sviluppare e risolvere latenze che non saprei come recuperare altrimenti. Una specie di bastoncino che muove un poco la nita (fanghiglia) del fondale.

Uno va a fare una passeggiata. E dopo un po’, di colpo, cambia tutto.
Uno viene a conoscenza del fatto e gli si apre di colpo una botola nel cervello.
E pur non comprendendo il nuovo panorama che gli si presenta, sente che qualcosa è cambiato.

Siamo appesi ad un filo.
La vita è bella.
E ogni giorno è un dono.
E non sono frasi fatte.

E ciao.

Arrendersi

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Non c’è più tempo.
Anche se c’è un sacco di tempo in ogni attimo.
Questo non mi da però il permesso di sprecarne altro.

Mentre le uova si schiudono in massa e le eccellenze si moltiplicano ad ogni angolo di strada, io che le sbaglio tutte, continuo imperterrita ad identificarmi in ogni cosa che osservo, trovo e vivo.
Mi sono arresa ormai e resto quel che sono. E’ più rilassante.
Io e le mie foto. Io e i miei giochetti del cazzo.
Trovo interessante ad esempio la storia della pigna.IMG_8113

C’è qui una piccola pigna, migrata con me durante il trasloco,
che rotola da mesi sulla terrazza come gioco per gatti e che, dopo almeno tre anni di forma fissa, di morte apparente, inaspettatamente si è chiusa sotto una notte di abbondante pioggia. Per riaprirsi, poi, alla prima secca atmosferica. Tornata come nuova.
So bene che è un fatto plausibile, normale, ma averlo notato fa la differenza.

A volte l’immobilità non è morte ma letargia salvifica.
Uno stare con quello che c’è nell’unico modo in cui ci si può stare.

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Solstizio

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La notte più lunga dell’anno.
Nella notte più lunga della mia anima.

Buon solstizio
(PS: questo è il mio post n. 500. Cade male, ma tant’è.)

L’arco nudo

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Per me l’anno finisce qui.
In effetti non manca molto.
Non manca molto soprattutto per il solstizio del quale non sto ad approfondire il senso fondamentale.
Momento cosmico che celebrerò con un rito dagli effetti indelebili perchè non mi fido molto né della mia memoria né della mia mente in generale che, di norma, si inventa davvero qualunque cosa.

Il 2014 ha maturato i semi del 2013.
Se io li ho vissuti come sviluppi ulteriormente peggiorativi è per un errore di fondo: interpretare eventi e condizioni attraverso un codice sordo e insensato.
Un miscuglio di responsabilità, fiducia, scelte, solitudine, illusione, Saturno, Chirone, ingenuità, reattività, premenopausa, paure, ecc. E tanta, tanta fantasia.

E anche perchè non sono abituata a buttarmi senza paracadute né senza fondata speranza di trovare appigli.

Ma se scelgo di farlo poi non devo rompere le palle.
Ho scelto io di non avere il mirino, le protezioni e frecce adatte.

Il dono del 2014, annata scorrevole come un chewingum sul velluto, è stato l’aprirmi gli occhi sul misteriosissimo senso della parola “responsabilità”.
Che è un concetto composto: assumersi la responsabilità e farsi carico delle conseguenze.
Molta gente, per prima io, dimentica la seconda parte.

Celebrerò questo momento scegliendo un simbolo adeguato a quello che ho appena detto.
Nel serio tentativo di tenere ben presente in ogni momento delle mie giornate che Tutto, con il benestare del superiore disegno di cui faccio parte, procede da un unico nucleo e ad esso ritorna: me stessa.

PS: ha smesso di piovere ed è già buio.
Ho passato l’aspirapolvere, mi sono fatta un té.
Le Pellicce stanno bene.
Aspettiamo il Sol Invictvs. Ma non con le mani in mano.
Ciao gattacci.

Respiro

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L’occhietto difettoso del mio gatto è poesia.
Il cielo fedele ed eterno è poesia.
L’acqua, trasparente, plastica, viva, è poesia.
Il ritmo del cuore, il movimento infinitesimale del corpo sono poesia.

L’elettricità nell’aria, il suono, il susseguirsi di odori.

La percezione è poesia.

La calma, il silenzio, lo sbocciare e il transito del pensiero.
L’esplosione e la flessione dei sentimenti.
Gli occhi chiusi.

Gli occhi aperti, la luce e l’entrata e l’uscita delle cose.

Lo stare immobili è poesia.
Il movimento, il ritmo.
Il numero che si ramifica in un apparente caos, è poesia.
Stare è poesia.

Esserci è un atto poetico.
Di bellezza infinita.

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