Essere nella Rete

Ho un processore potentissimo, un case robusto ed elegante, miliardi di dati a disposizione ed un’infinità varietà di programmi.
E sono ancora qui, a cercare la presa di alimentazione.

Fobie del solstizio d’Estate

Solo a leggere la parola mi parte l’input nervoso per l’orripilazione.
Ragno. Ragni.
Una parola onomatopeica per iscritto.
Cinque lettere che evocano l’Abisso.
Patisco anche un po’ i serpenti, le bisce e tutto ciò impunemente e subdolamente striscia.
Ma il rettile ha un suo perché, benché remoto, che lo investe di mistero e di vitale sensualità.
Il ragno è orrore puro. E’ quello che senz’altro ti attraversa il lenzuolo, in prossimità delle costole – se va bene – la notte, mentre tu te la dormi ignaro.
Il ragno è silenziosa violazione del tuo spazio. E’ pedante strategia, subdola trappola. E’ quello che ti colpisce perché sbagli tu. Tu che hai scambiato per pizzo o luccicante cristallo una setosa letale ragnatela.
E questa è il segno dell’immobilità e della stagnazione, del vuoto e dell’assenza. Non sto a spiegare il concetto, mi sembra ovvio.
Il ragno è il trait d’union tra il mondo onirico e l’angolo della tua stanza.
Il ragno è il grumo mobile delle tue paure.

Oggi ne ho stanati diversi, grazie al tubo telescopico chilometrico dell’aspirapolvere di mia cognata.
Il mio non ce l’ha. Domani compro l’aspirapolvere come il suo.
Un po’ mi facevano pena: non dovrebbero fare una brutta fine, come nessun essere vivente non dovrebbe mai fare una brutta fine, solo perché io ne ho il terrore.
Ma come si dice? Mors tua, vita miao.
Sarebbe più etico e naturale se finissero nel tubo digerente primitivo di qualche arcaico predatore dalle brutte sembianze (uno che si ciba di aracnidi deve essere l’immagine stessa dello schifo, l’incarnazione dell’incomprensibile, il Male).

Mi procurerò una colonia di gechi. I gechi mangiano i ragni?
Poi, però, avrei paura dei gechi. No.
Forse le lucertole? Le lucertole sono graziose..
Forse li mangia anche lo squarcababbio?
Lo squarcababbio è brutto quanto basta, ma mi è simpatico e mi libererebbe altresì delle zanzare: unica specie vivente verso la quale non nutro alcuna pietà.
Domani chiedo a Don Natal.

Evento

Mai urlato così tanto…
Il gatto aveva un arretrato di più di 20 anni…
Grande voce, grande musica.
Grandi emozioni.
Grazie DM

Grossa falla a prua dell’autonomia

Il cancello, inguardabile ormai, da verniciare.
L’anta della credenza antica rimastami in mano.
La presa telefonica da spostare.
La luce del bagno che fa guizzi psichedelici e che minaccia tempeste elettriche da settimane.
Muri da tinteggiare. Tanti muri da tinteggiare.
Le mappe del portoncino di ingresso che cigolano e la guarnizione del medesimo che va per i fatti suoi.
La presa elettrica da aggiustare.

A parte la presa telefonica, potrei risolvere tutto con un po’ di impegno e di pazienza.
Ma mi rifiuto.

Rivolta contro il mondo moderno: un Marito è indispensabile.
Necessito di uomo sveglio e capace.
O titolare di ipertrofici conti svizzeri.
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Bene. Le sopracitate righe erano, fino ad un minuto fa, una bozza parcheggiata da due giorni dietro alle quinte del blog.
Poi, stasera, una serata piacevolissima di lettura e musica organizzata in antico e pregevole palazzo della città, che aveva come ospite la Dott.ssa Gianna Schelotto, ha slatentizzato il tutto rivelandosi un eclatante esempio di sincronicità di Junghiana memoria…
Il titolo del libro presentato dalla stessa autrice è “Un uomo purchè sia. Donne in attesa dell’amore”. Facile immaginare i contenuti discussi.
Ecco. Ho pensato che con quel “Ma mi rifiuto” scritto più sopra tra il serio ed il faceto ho tradito un aspetto di me molto più sottile, soffice e profondo di quanto non la sia la drammatica ed urgente necessità di un Domestico attivo e capace.
UFFAAAAAAAAAAAAA
Buona notte Gatti tutti.

Messaggio per Lotti

Le mie considerazioni sui calciatori erano naturalmente ironiche.
Ma per iscritto è difficile dimostrarlo..

Considerazioni sul “lasciarsi un pò andare” nell’ambito di una quotidianità “in cui è necessario essere sempre molto pacati, formali e costruiti”: essendo a conoscenza di contesto e ruolo specifico, capisco molto bene.
Anche la più anonima delle persone, in certi ambiti, si premura di omettere peculiarità personali difficili da interpretare e, come vedi, può riservare inquietanti sorprese.

A volte è un lavoro inutile però: c’è sempre qualcuno che inspiegabilmente ti percepisce al di là delle apparenze.

Eredità

Una tua pianta sulla mia terrazza.
I tuoi due anelli nei miei cassetti.
Le tue stoffe nel mio armadio.
Le tue tende nella mia cucina.
I tuoi proverbi nella mia testa.
Il tuo sorriso nei miei tratti.
La tua forza nel mio centro.
Il tuo cuore, ancora, dentro il mio.

Litorale riflessivo

Oggi guardavo il mare e pensavo: la distesa, la profondità,
la forza, la massa…
Cavolo, il mare è proprio grande eh……..

Ma se voglio, io sono più grande di lui.

Crisi n° 258*

*(Considerato che sto al mondo da 15mila e 500 e pussa giorni e che, in media, una crisi ogni due mesi ce l’ho avuta, no?)

Il gatto annaspava quasi compiaciuto, credendo che l’affogare in una profondità straordinaria gli togliesse il respiro e facesse di sé l’eroe di una incredibile ed indimenticabile avventura.
Invece si era semplicemente rotolato, cadendo accidentalmente a muso in giù, in una fangosa e banalissima pozzanghera che, in condizioni normali, nemmeno gli avrebbe bagnato la coda.
Altro che togliere il respiro, pensa il gatto sbadigliando un insignificante vuoto.

Sono triste anche, non me ne abbiate. Molto triste.
I ricordi si ancorano agli oggetti, ai luoghi, agli odori, alle canzoni. E anche al calendario.
Come ho già scritto da qualche parte, è una cosa stupida: uno non si ricorda di qualcosa aprendo l’agenda. Ma tant’è l’agenda viola la guaina protettiva del quotidiano che schematicamente ed inesorabilmente avanza, occultando abilmente l’insidiosa interiorità (che ha ritmi, contenuti e sospesi tutti suoi), mettendo in bella vista cifre, mesi, nomi legati a tragedie e/o meraviglie personali.
Cosa ho fatto in quest’anno così intenso ed impegnativo?
Ho imparato qualcosa da quello che è successo?
Forse si. Direi di si. Ma certe pecche le ho mantenute. E anche nutrite.
Non ho vinto ancora il senso di colpa. Non ho vinto alcune debolezze, non ho superato il bisogno della conferma, non volo ancora con le mie ali insomma.

Sono delusa. Attenzione: so perfettamente che la delusione è la diretta conseguenza di un’illusione. E l’illusione ce la facciamo in casa noi stessi per cui nessuna accusa a chissachì, solo un amarezza che serpeggia sotto la superficie.
Sono delusa da me stessa quindi, dalle mie scelte oniriche: solo dormendo capita di sprecare così tanta energia per progetti sterili, disegni vuoti. Prima ci si sbatte senza risparmio per costruire un’idea, poi ci si consuma per smontarla, lavoro fatto con fatica e riluttanza perché ai propri mostri, si sa, ci si affeziona sempre. Ho costruito una casa su un terreno franoso. Che intelligente.
Quando l’ho fatto, è evidente, non c’ero. Tuttavia, anche ora, ad occhi aperti, l’esorcismo è veramente molto doloroso.

Mi capita di iniziare a piangere pensando a qualcosa, per poi continuare il mio pianto per tutt’altro. Piangere (curiosa coincidenza) è come sbucciare una cipolla: il blob energetico da buttare fuori se ne va e rivela un’altra botola segreta, che appare insidiosa e graduale come una casa lontana nella densa nebbia che si consuma pian piano.
Scrivere mi fa lo stesso effetto.
Ora che sono saltata di palo in frasca passando da mia madre ad altri personaggi e viceversa, ad esempio, inspiegabimente so cosa devo fare.

A volte la morte di mia madre mi sembra un evento totalmente senza senso, inspiegabile, ingiusto, tramortente e crudele. A volte (nessuno inorridisca per favore, ho già i miei bravi e giganti sensi di colpa per questo) mi pare una cosa giusta, perfettamente inscritta nel disegno che non ci è dato di percepire per intero.
Ed è qui che mi chiedo quale traccia sono io, di questo immaginifico Progetto. Quale riga sono? Sono una linea? Sono una curva? Sono una parte chiara? Una scura? Sono un colore? Un vuoto? Un armonioso arabesco?

Andrò a stirare ma invece di pensare cercherò di imparare qualche pezzo dei DM (il 18 c’è il concerto e io sono quella che non sa mai nemmeno una parola) così mi distraggo adolescenzialmente.

Va bè ragazzi, mica si può sempre ridere.
E comunque sono lavori che non finiscono mai.

Vi spiego

Perché il mio silenzio non è affatto vuoto:
il mio silenzio è un’insidiosa cova.

Rottura di forme

Le fratture liberano energia.
Talvolta, inebriante.

Fuori dal recinto c’è un mondo!