Non capisco una cosa

A dire il vero non ne capisco molte.

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L’inverno è arrivato.
Il freddo secco sotto la volta stellata mi pare quasi piacevole.
Non regge il paragone con il tepore di un clima mite ma anche il freddo
ha il suo perchè.
E’ una qualità fisica che ho imparato ad apprezzare nel tempo
ed è qui che mi accorgo di come si cambia.
Sembra che io stia parlando di una banalità, mi rendo conto.
Ma capisco che se arrivo ad assaporare l’aria frizzante sul volto, sono pronta per una serie di altre cose che prima non sfioravano nemmeno l’anticamera della mia mente.

In fondo il rigore mi piace. Il rigore del freddo, ad esempio, un limite fisico. E del Limite inteso nel suo senso più ampio.
Il rigore è quella gabbia entro la quale si svolge e si sviluppa la nostra reale libertà.
Senza confini non esiste il concetto di libertà.
Può sembrare una contraddizione in termini, ma è così.
E’ una lezione che ho imparato qualche anno fa.
I confini sono la misura della nostra esperienza. Definiscono l’ampiezza del nostro movimento. Ci qualificano in quantità, in specie, in orientamento.
I confini vengono definiti con l’esperienza e di essa ne sono la bandiera.

A pensare che tolti false credenze e condizionamenti vari, dei confini rimane solo il Rispetto (verso sè e verso gli altri) viene quasi una specie di vertigine.

(ascolto: il sordo fruscio del sonno che sale.)

12 Novembre 2008

Sono inevitabilmente un po’ triste. Le ricorrenze. I ricordi.
Ma pare sia normale.
La spoglia crudezza del mio sentire, ora, mi svela altri mostri.
Che non volevo vedere. A cui, più che altro, non volevo cedere.

Ricomincio.
Un’amica mi suggerirebbe di dichiarare un “anno zero”.

Per iniziare, abbandono una partita. Un’ambiziosa corsa.
Con non poca fatica, devo ammettere.
Ma ho fondato una fede su un niente. Non ha senso insistere.
Preferisco un dirupo che un tiepido, vile ed agevole stallo.

Stanca di interpretare, stanca di parole vuote ed inutili disquisizioni.
Stanca di convenevoli, codici cifrati, etichette e giudizi di opportunità.
Voglio chiarezza, voglio fatti, voglio coerenza, voglio luce a giorno.
Non mi piego, non mi sposto, non taccio, non mi tradisco.

Io sono io. Senza condizioni.

Novembre

Ne scriverei intere risme. Ne dipingerei interi muri.
Ma è nel non manifesto che si percepisce Novembre.
Adagiata finalmente nel mio centro, non posso scriverne
senza scrivere di me.

Come grandi ametiste, conglobate in una grigia roccia,
si brilla solo se ci si apre. Rompendo la struttura difensiva.
Specialisti della morte apparente, trasformisti silenziosi,
abissi fecondissimi di infinti piccoli semi. Siamo noi.
Novembre ed io.

Vorrei affrancarmi un poco da questa globale, storica, congenita latenza.
Qualche seme in meno, molti fiori in più. E succosi, solidi, rossi frutti.

La Nebbia

La sospensione che non precipita.
La madida ostilità che spinge all’interno.

Il guardiano del sole d’inverno, freddo e umido, mi guida su tracce altrimenti inavvertibili.
Di intimi percorsi. Inaspettatamente, di intenso calore.
Un inedito pensiero, un dubbio, un fuoco, un’idea.
Il sogno si espande nel bianco, senza più incontrare confini.

Siamo un’altra volta arrivati in una fase
in cui nuovamente, mi partorisco da me.

Ottobre, il Tempo

Siccome mi fisso, e una delle fissazioni che durano da anni è quella di far caso – e celebrare – se possibile, date, stagioni, mesi, etc., dopo Settembre, ora mi fisso un po’ su Ottobre.
L’idea di far caso a delle porzioni di Tempo, quando questo è, evidentemente, un parametro soggettivo, mi fa pensare che ho dei problemi con la resa effettiva del mio vivere.
Secondo me, non faccio tutto quello che vorrei/potrei fare. E allora mi pare di non aver mai tempo. Figuriamoci ora che è scattato l’Ottobre.
Si, il Tempo sta accelerando. E la galassia, e il Kali Yuga et varianti varie….
Ma intanto il calendario, di fatto, scrive Ottobre con tutti quei rassicuranti color ruggine, e quei verdoni e quel trionfo di castagne e funghi e foglie che se potessi ci dormirei dentro.
Sento l’arrivo della mia stagione. E’ banale lo so. Ma mi parte l’intimo senso di crogiolamento che ha senso solo in questo preciso periodo. Il periodo più bello. E so di dire qualcosa di veramente impopolare…

Come Ottobre e Novembre, per me, ci sono solo Aprile e Maggio.
Tutto il resto potrebbe anche non aver nome.
Non ti chiamo se non hai un Nome. E se non hai un Nome non esisti.

E quindi? Quindi Ottobre è la Preparazione. La scelta del riparo e della direzione, la decisione germinale, il Chi, Cosa e Dove.
L’investimento, la semina, l’azione profonda, arriveranno soltanto nel fine mese, deciso preludio di un oscuro e fertile Novembre.
Ottobre è il ritiro. La messa a punto. La barocca cerimonia di fine gioco.
C’è ancora colore, talvolta calore.
Ma già il sole, con fermezza, raziona la luce.
Schiaccia le forme con ombre sempre più lunghe.
Come una madre manda a letto presto i suoi bambini.
E va via dalla stanza, per preparare un nuova giornata.

Sedotta dall’autunno.

La data è questa

L’interruttore è scattato.
La sveglia ha suonato.
Mi sono vista.
Ho tolto il freno.
Da oggi si cambia.

Coltelli dentro

Il ricordo ora si fa acuto.
Quali sono le strade percorse dalla memoria?
Quale canale occulto fa si che tu ritorni all’improvviso?
Quanto durerà questo dolore?
Per sempre. Durerà per sempre.
Da esso potrò solo distrarmi.
Ma io conosco solo immersioni, non distrazioni.
Ecco che devo di nuovo imparare qualcosa.

Un bel momento

Sono sfiancata, sbattuta, sfibrata, sfinita,
consumata, arsa, rosa, tagliuzzata in profondità.
Un tormento inedito.
Una fatica immane.
Che bel momento.
Necessito di immediata catarsi.

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Inoltre:
novanta giorni senza di te.
Che sembrano una vita.
Che sembrano una manciata di minuti.
Tu che vivi nel non tempo e nel non spazio,
dimmi dove mi trovo.
Aiutami a ricollocarmi nel solco evolutivo.
Ti voglio bene,

Eclissi

Sono nata in concomitanza di un’eclissi totale di Luna.
Configurazione particolare e straordinaria.

Nella sua declinazione peggiore – assenza e oscurità –
a volte ricorre.

Oggi ho un’eclissi di gioia.

Percorsi

Ho da scalare una specie di everest.
(e ho già preso una valanga)