Il cane in chiesa

Sono appena uscita (e rientrata fulmineamente, visto l’abbigliamento..) per comprare le sigarette.
Il tabaccaio è appena fuori dalla mia via, di fianco alla chiesa.
Al ritorno ho visto un cane ancorato con un guinzaglio blu al portone principale della chiesa.
Seduto, immobile, in sacra attesa del suo padrone, o della sua padrona (secondo me è il cane di una donna), messo di profilo rispetto all’entrata, fermo e diligente, con lo sguardo fisso su una delle porte laterali.
Mi è dispiaciuto non avere l’altro telefono: avrei fatto una foto bellissima e toccante.

Dalle nostre parti c’è un detto ironico che recita: “Sei benvisto come un cane in chiesa” il cui significato non lascia dubbi.
Il cane in chiesa non può entrare.
Non sei gradito, non ti vogliono, non ti possono vedere, ti è vietato l’accesso.
Il cane, incarnazione della fedeltà, della dedizione, della devozione, costretto a restare fuori dal tempio del sacro, dell’Amore, della bontà (che sia cattolico, è un puro caso) perché “cane”.
C’è forse da chiedersi qualcosa sull’innocenza degli animali rispetto a quella di coloro (o alcuni di questi) che possono entrare nella casa del signore, o è tutto chiaro?

Tecniche avanzate di invisibilità

Prendere il treno per andare a lavorare.
La misantropia del primo mattino, seppur compensata da un indispensabile minimo di buona educazione, é un diritto.

Prendere atto che i propri occhi sembrano impanati nella sabbia, che i minuti avanzano lenti trasformandosi da attesa in ritardo, che certamente perderemo la coincidenza, che sará un’altra mattinata incredibilmente calda, che in fondo non ce la possiamo fare, é una cosa che andrebbe fatta in santa pace.

E invece ogni mattina é una lotta.
Ho esplorato tutte le possibili soluzioni utili ad evitare chiacchieroni di prima mattina, persone conosciute e inspiegabilmente vogliose di penetrare i misteri della mia quotidianità o del mio status sociale, civile e talvolta anche psichico. Individui che partoriscono, tra un annuncio gracchiante e l’altro, quelle domande fondamentali, quasi esistenziali, che tu ti fai ogni giorno da vent’anni. Tipo: “ti trovi bene (al lavoro)? O quelle domande che percepisci come percepiresti i filamenti di una medusa all’interno del braccio. Tipo: “ti sei sposata? (dopo essersi, l’inquisitore, accertato con un rapido sguardo della lapalissiana nudità del tuo anulare sinistro).

Le ho provate tutte, dico. Ma è dura.
La missione inizia sul marciapiede del binario. 

Arrivare all’ultimo minuto salendo dalla scala opposta a quella che salgono tutti, ragionevolmente, poiché tutti protendono per la direzione ottimale. Quella che non ti obbliga ad appenderti al predellino posteriore del convoglio tipo indiano che assalta la carovana. 
Oppure arrivare presto e fare un chilometro a piedi (in direzione ottimale) e far finta di contemplare l’ultimo palo dell’alta tensione a disposizione, prima che il marciapiede si inabissi inesorabilmente nel piano di asfalto, ferro e sterpaglie.
Nella speranza che il regolare e fluente incedere silenzioso passi inosservato come un refolo di vento tiepido tra la gente disseminata sulla via.
Quello che certamente non é da fare, é entrare in scena nell’orario medio, nel quale occhiali scuri, maldestre finzioni al telefono e immaginari pruriti alla caviglia, non garantiscono affatto di evitare il fatale sguardo che, inesorabile, ti aggancia.
Ma Loro non ce l’hanno sonno? Non hanno bisogno di quell’oretta di pseudo-oblio, di sacro standby, di legittimo limbo cognitivo? Non sentono la necessità di un lento e graduale passaggio dal sottile ticchettio interno ai rumori della vita moderna?
Se ti dico un“ciao” sorridente e riabbasso lo sguardo subito o non faccio nemmeno il gesto di togliere uno degli auricolari (di un ipod assolutamente strategico e spesso anche spento), perché insisti? Perché non capisci che nel mio schermo mentale ancora fluttuano le onde dell’inconscio? Perché srotoli uno stillicidio di concetti inutili mentre io sono ancora intenta a fare la conta di sicurezza di tutte le cose indossate, di quelle prese e di quelle dimenticate?
Perché parli forte mentre io ancora dormo?
(Perché parli ad una persona che dorme?)
Il mattino è tenue. E non c’è spazio per volumi sfacciatamente diurni.
Il mattino è rarefatto. E non lo si può coagulare in un istante, facendolo precipitare su domande quadrate e fondamentalmente vuote.
Il mattino è ancora una terra di mezzo. Non potete farmi salire in superficie a questa velocità. Non potete.
Poi, dicevamo, arriva il treno. La gente si muove.
Le curve di invisibilità, attentamente create facendo un immaginario slalom tra i passeggeri in attesa, all’improvviso ondeggiano. Si incrociano, si fondono, si scindono di nuovo, originando losanghe di pericolo. Come delle zone rosse bislunghe, tra le quali scivolo cercando di fissare l’attenzione sul crescente rumore della ferraglia che precede l’arresto del mezzo. Come se tutti facessero la stessa cosa e fossero quindi troppo impegnati per scorgermi.
In effetti, l’arrivo del treno è un momento di caos in cui tutto si confonde. Ma, anche, in cui tutto torna possibile.
Gli sguardi degli altri, lungi dall’essere linee rette tipiche, invece, della volontaria focalizzazione su un obiettivo, sono come bolle irregolari ad andamento caotico e dall’ampiezza direttamente proporzionale al grado di attenzione del soggetto, che si muovono, si scontrano, si compenetrano: si possono vanificare 7 minuti di totale invisibilità con un imprudente voltarsi o con un’infelice scelta del vagone su cui salire.

[13 Luglio 2011 – il treno ha finalmente preso una velocità decente. A quello di fronte a me ciondola la testa da un pezzo. Improvvisamente ho sonno. Continuo dopo. Oppure domani.]

Alla fine non ho continuato. Sono decisamente paganiniforme.

Per strada

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Sono le sette e sono appena salita sul treno, di corsa.
Fa già caldo, l’aria è pesante, umida e il sole, senza troppe cautele, attraversa il finestrino, scalda la pelle e offende i miei occhi stanchi di una notte difficile.
Ho una fame violenta, come un cane che mi morde dentro. Stanotte non sono stata bene e ciò che ho poi forzatamente spinto, in tempi estenuanti e allucinati, dal mio stomaco verso ulteriori basse elaborazioni ha lasciato un vuoto quasi insostenibile.
Non sono riuscita a fare colazione perché ero in ritardo spinto. Quando al mattino ho fame, mi pare di non poter resistere e mi rendo conto allora di come ancora il controllo del mio corpo sia ancora parecchio imperfetto.
Certo la valenza emotiva del comportamento alimentare giustifica tale difficoltà. Ma tant’è mi dicono: “Infrangi ogni necessitá. Usa di tutto e astieniti da tutto a volontà. Fatti padrone assoluto della tua anima” (*).
Io ho fame. Ho sonno. Ho male ovunque.
Per strada ho trovato una molletta rossa, di quelle per bucato. Mezza molletta, per la precisione. Divisa, persa, inutile in quel modo ed in quel contesto.
Come sono precisi i Segni.

(*) vedi precedente post

Voglio vivere così

.. in accappatoio, semisdraiata sulla morbidissima poltrona nuova, con la porta della terrazza aperta, con il sottofondo del cinguettio di incredibili uccellini felici, con una buona radio a mezzo volume, a ritoccare foto per puro divertimento, o a scrivere pensieri colorati e leggeri come fiori, con le riviste preferite di fianco, i capelli raccolti, le mollettine, i lineamenti sereni, i piedi all’aria aspettando che asciughi lo smalto, con il gatto sdraiato accanto.
E guardando, ogni tanto, beatamente nel vuoto con la più totale assenza di pensieri.
Ma chi mi credo di essere?

Strabismo di Venere

Che nome gentile per un difetto.
Sarà per questo che vedo cose che molti non vedono.
O che le vedo diversamente.
Che la mia ottica è atipica.
Che il punto di vista è spesso l’Altro.
Che solitamente divergo, che parto per la tangente,
e che, ugualmente, curvo con facilità.

Una volta era un problema.
Oggi sono io.

Facebook

Mi hanno disabilitato il profilo su facebook.
Senza preavviso. Senza motivazione.
Sono degli stronzi.
Ma ancora una volta noto come le orecchie dell’universo siano dannatamente pulite.
Non molto tempo fa mi chiedevo quanto mi sarei sentita più libera senza il “piacere obbligato” di restare in contatto con una certa quantità di persone.
Era solo una domanda! Non era il caso di farmi sparire così.
Anche perché esistono sempre i telefoni. L’isolamento funzionale è un’utopia.
Mi sento molto Jessica in questi momenti.
Che abbia ragione lei?
Comunque creerò un profilo per il Gatto.
Personalmente, se mi “riattivano” posso anche valutare l’ipotesi di restare
(dopo aver tolto tutto ciò che mi appartiene arbitrariamente cacciato nel nulla come le foto, ad esempio).
Diversamente, non ci sarà un altra Lola.

Al modo di San Sebastiano

Ho domande infilate ovunque.
Come frecce, come piccoli coltelli.
Una frenesia carnale ai confini con un tenue e sordo dolore.
Un fastidio disseminato, sostenibile ma molesto.

Vado a dormire con tutte le mie freccette.
Buonanotte gatti.

La diga

Sono vicino al momento in cui la fisiologica tenuta
si trasforma in resistenza.
Prima che la pressione possa farmi scoppiare
apro un certo tot di finestrelle.

Il dodicesimo mese

Ho capito che è Dicembre.
Ma non so bene di quale anno.
No, il calendario non c’entra.
Sarà stata la brioche, dirà qualcuno.
Il tempo non esiste, dirà qualcun’altro.
Fateli con la mia testa questi ragionamenti
e poi capirete che non è facile!
Pertanto, buongiorno gatti.

Illuminazione

Questo blog è una lagna totale.