Riflessione

Quando comincio a lavorare su qualcosa, su qualche problematica, l’oggetto della mia attenzione si scatena: il problema aumenta o ha picchi di intensità di notevole rilievo.
Ma perché?
Io lo interpreto come un buon segno. Il segno dell’efficacia della mia azione,
la precisa direzione del mio agire, il “toccare il punto”.
Però che due palle, ragazzi.

Specchio delle mie brame

Sono di pessimo umore.
Detesto la non coerenza.
Detesto la visione tubolare dell’esistenza di alcune persone.
Patisco la non considerazione dell’intero.
La non considerazione di tutti i riflessi che si propagano da esso e che vengono giudicati elementi superflui anziché preziose indicazioni dello stato dei fatti.
Non tollero la prevaricazione.
Aborro la mancanza di umiltà.
Patisco la considerazione monca di aspetti si, sottili, ma fondamentali.
Soffro le mie impulsive – e di conseguenza – errate valutazioni.
Devo avere Marte direttamente nel didietro.
Bisogna ammetterlo.

Ora, tenuto conto che ciò che mi tocca, mi tocca perchè risuona in me,
capite bene che non sono per niente contenta di dover riconoscere l’esistenza di tali gravi imperfezioni.
Guarirò?
Perché rompere lo specchio non si può.
(ci mancherebbero altri sette ani di sfiga)
Grrrr.

Nervi

Nervi.

Gli strali del giovedì

Potrebbe anche essere divertente in fondo. Per chi legge, ovviamente.
Lo sapete che, come la ruota gira, la vita è ciclica e il giorno si alterna con la notte, io vivo momenti santissimi e, poco dopo, periodi di esplorazione forzata nel mio inferno personale, dove affronto a muso duro sordide emozioni e ingaggio lotte corpo a corpo con i miei soliti demoni.

Il volo non l’ho ancora spiccato, questo è chiaro. E perché?
Perché resisto con l’idea di avere un’origine a cui dedicare parte di me (una parte ho detto, non il 90% però!).
Ma questa cosa non esiste più. E io non la voglio capire.
E’ difficile per tutti prendersi la responsabilità di essere quello che si è. Molto meglio rivestire i panni del soggetto a costrizione, della vittima, dell’irrimediabilmente condizionato.
Io, nonostante le mie teorie, non la voglio proprio capire.
E il fatto che io non la voglia capire costringe la vita a farmi sparire mia madre, a svuotarmi completamente papà e non dico niente su mio fratello.
Su quest’ultimo ho delle pretese mica da ridere. Povera stella. A volte mi fa tenerezza.
In fondo lui fa la sua vita ed è assolutamente giusto così.
Anche se ogni volta che vado a far colazione mi faccio delle gran domande…
Ma sono comunque cazzi suoi. Peggio per lui. O meglio per lui. Io non posso giudicarlo.
E allora?
E allora ecco che scopriamo, dietro alla rabbia e allo scazzo, il dolore dell’antico abbandono (che si ripropone sotto mille fantasiosissimi travestimenti) e la bruciante consapevolezza di non essere ancora diventata veramente adulta.
E’ questo che mi fa male.
Finché misuro la mia entità attraverso le azioni e la presenza altrui ce l’ho nello stoppino (espressione dedicata a mia madre, che, naturalmente, non diceva mai “culo”).

La prima reazione a tutto questo è il desiderio di fuga.
Le impressioni si memorizzano e restano cristallizzate negli oggetti e nelle mura fisiche della quotidianità e io penso sempre più spesso che vorrei andarmene.
Tutte le volte che ho trascorso un certo periodo lontana dal “miei” posti, dalla mia casa, dalla mia famiglia, mi sono sentita libera. E anche cretina. Perché non essere capace di emanciparsi senza queste pseudo fughe, suona immaturo, ridicolo, cretino appunto.
Probabilmente quindi andarsene è una misura fasulla, ma come ogni buon rituale potrebbe essere una scelta utile a rinforzare il processo interiore.
L’ambiente è importante.
E’ vero che ci portiamo i mostriciattoli con noi. Ma è anche vero che se si è almeno minimamente consapevoli di questo, un’energia diversa aiuta parecchio.

Insomma molto meglio che farsi bloccare da una improvvisa e mai vista lombalgia. Tipo oggi. No?
Sarete stufi. Vado a fondermi con il divano finché non mi passa il broncio.

Meteo

Poi si stupiscono perché sono isterica.

L’Araba Fenice #2

Sto preparando un altro bel falò.
E come al solito, dopo, non mi riconosceranno.
Cassi loro.

Cose che capitano (solo a me)

Metto in moto la macchina, ingrano la prima e esco dal garage.
Sento due volte una specie di “crich” articolato.
Mi fermo, scendo dalla macchina e mentre chiudo la basculante guardo per terra per vedere cosa ho schiacciato.
Nella semioscurità di un garage interrato, giace il mio telefono.