Quiz


Dopo aver raccolto negli anni diverse carte da gioco trovate per strada, stamattina è stata la volta di una chiave.
Ho trovato una chiave sul marciapiede mentre andavo in ufficio.
E’ la chiave di una serratura comune ed è di colore blu,
quello che comunemente si definisce blu elettrico.
Naturalmente l’ho raccolta e l’ho messa in tasca.
Ed ora è qui, in casa, destinata ad arricchire il gruzzolo di oggetti improbabili e totalmente inutili che stazionano nello spazio fisico della mia quotidianità.
Lungi dal considerare il ritrovamento di tale reperto una casualità,
accetto interpretazioni, ipotesi, suggestioni.
Non sono graditi commenti che mi danno dell’insensata..

Assoluto

Non ho un amore.
Eppure amo.

Ida

Ida ha 90 anni.
E’ stata la prima a vedermi, appena nata.
E oggi mi stringeva forte forte le mani.
Ripeteva che le ho fatto il regalo più bello
andando a trovarla.
Mi chiedo perché non l’ho fatto prima.
Altro che regressione.
Oggi sono rinata.

Perché voglio la primavera

Ancora neve. Ancora freddo…
Siamo ancora nella luna di Febbraio, avrebbe detto Anna.

Vorrei la primavera.
Perché ho bisogno del primo sole.
Di quel primo cauto calore che ti inebria e ti fa sentire vivo.
Perché vorrei vedere le gemme spuntare dalle piante.
Perché vorrei veder germogliare le piantine sulla terrazza.
Perché ho bisogno che il colore abbia la meglio sui toni neutri e severi del, pur
necessario, inverno.
Perché voglio vestirmi leggera.
Perché voglio andare a giocare a golf.
Perché voglio andare al mare a farmi avvolgere dalla brezza salmastra ed ancora pungente.
Per avere il desiderio di uscire ad ogni ora.
Per sentire i profumi nell’aria.
Qui profumi acerbi che l’inverno, in questa fine stagione, inizia a rilasciare con parsimonia e talvolta rapisce ancora nel duro cristallo del gelo. Una specie di guardare e non toccare.
Voglio la primavera per tornare in campagna a vedere la natura che si risveglia.
Per camminare sul ciglio della strada e osservare i coraggiosi virgulti verdi che rompono l’asfalto.
Per andare al paese al sabato mattina a portare ad Anna fiori rosa e bianchi.
Anna che mi dice: “Fai la tua vita!”
Anna che mi dice: “Ci vuole più a dirlo che a farlo”
Anna che mi dice, ancora, in una memoria più viva che mai: “Quello che non succede in dieci anni, può succedere in un giorno”.
Anna che mi dice: “Qualche santo provvederà”.
Che madre straordinaria.

Voglio la primavera per sentire l’energia.
Per respirare forte tutta l’aria, tutto il mondo, tutto quello di cui mi accorgo.
Per accorgermi di tutto ciò di cui non mi sono mai accorta.
Per innamorarmi di tutto e di qualcuno. E anche di me.
Insomma, signor ciclo delle stagioni, sono stata convincente?

Salite e discese

Come può un’intronauta della mia specie, abituata a sondare in profondità qualunque cosa, vivere una svolta epocale al solo atto di arrampicarsi lungo una parete rocciosa alta una ventina di metri? (che poi non si sa se i metri sono effettivamente una ventina, perché il senso della misura è sempre stato e sempre resterà un mistero per la sottoscritta).
Il primo insegnamento ricevuto ha a che fare con la valutazione.
La valutazione precede l’esperienza e facilmente può degenerare in un dannoso pregiudizio che nasconde i pericoli o, al contrario, tarpa anzitempo magnifiche ali.
Nel momento in cui ci si abbandona ad una attenzione non adeguata, il pericolo può correggere la nostra forma con un trauma improvviso e molto severo.
E laddove la paura mostra una lastra rocciosa apparentemente priva di appigli, l’esperienza ci mostra che anche la sporgenza di un solo centimetro, cercato e trovato con impegno ed attenzione è utile per sostenerci e per permetterci di progredire.
Occorre fondamentalmente Attenzione: la precisa direzione della nostra energia. Occorrono concentrazione, la giusta tensione e disponibilità ad effettuare anche un reset parziale delle precedenti esperienze poiché ogni luogo è unico e ogni individuo che si prepara a viverlo è diverso da tutti gli altri.
La progressione è un divenire continuo in cui il corpo non affronta la roccia, ma la integra amorevolmente nella propria dinamica di ascensione.
Più che una conquista o una sfida è una sintonizzazione, una risonanza, l’espressione di una Legge naturale che rivela la fondamentale condizione dell’individuo: l’essere uno in sé e parte dell’Uno con tutto.

Essere consapevoli di questo rende palese la necessità di coltivare una virtù, spesso data per scontata, ma per alcuni di difficile gestione: la Fede. Fiducia, cooperazione, sostegno, reciprocità.
Iniziare l’esperienza facendo “sicurezza” all’istruttore mi ha colpita parecchio, innescando tra l’altro tutta una serie di meccanismi mentali che spaziavano a destra e a manca per approdare alle mie storiche e famigerate zavorre di autosvalutazione. Mi stranivo del fatto che lui – pur essendo certamente in grado di non crearsi occasioni di pericolo – potesse affidare la corda a me che oltre ad essere una principiante, sono anche “io” (…).
Diciamo che ho scoperto di avere qualche problema con la fiducia. Per cui, nell’eterno gioco dello specchio, ho permesso, ad un certo punto, che una paura atavica ed irrazionale affiorasse nel momento in cui i ruoli si sono ribaltati.
La mia mente è convinta di fidarsi. Ma una vocina remota ed antichissima, che fino ad ora non avevo percepito con tale chiarezza, la pensa diversamente. E mi ha portato dritta a quello che potremmo definire la terza opportunità di questa bella esperienza.

Tale lezione, mostruosamente importante per me, che rappresenta in realtà l’inizio di un processo, di un nuovo atteggiamento, ha a che fare quindi con la paura, con la responsabilità ed in ultima analisi con quella quota di soggettività con cui navighiamo nell’esistenza che potremmo individuare nel cosiddetto libero arbitrio.
Molte volte ho avuto paura. Anzi, posso tranquillamente dire che ho sempre avuto paura di mille cose (chi ha già letto le mie esternazioni saprà della famosa paura dell’ignoto che oltre ad avere una valenza letterale, racchiude formalmente tutte le altre).
Quindi dov’è la novità?
La grande novità sta nel modo con cui ho scelto di affrontarla e il tentativo di eliminare coscientemente un vecchio radicato atteggiamento disfunzionale e assolutamente antievolutivo: la fuga. La mia solita fuga. In fondo potevo tranquillamente urlare: “portami giù”. Ma non l’ho fatto.
Non è stato tanto importante l’esito (ovvero superare di fatto l’attimo di paura viscerale e continuare), quanto di decidere di “restare” in quel momento. Non resisterlo e non cedervi, ma abbandonarsi ad esso restando vigile, presente, vivendolo fino in fondo e contemporaneamente cercare di fidarmi di me e di tutto il resto.
Questo, lo si capisce facilmente, cambia tutto.
Ce l’ho fatta. Ho dominato, anche se per poco, la mia mente.
Non supererò forse la paura della morte (che su di una roccia ha la diabolica bellezza del vuoto) ma consapevolizzerò il non essere rimasta un individuo primitivo alla mercè del suo cervello rettile.
Forse.
La mia salita è stata una discesa nelle profondità.
Come ho già scritto credo, cambia soltanto il punto di vista.

Chissà cosa accadrà nelle prossime uscite… Stay tuned.

Bambine

“…perché in fondo ogni donna è stata, ed è, una bellissima bambina”
Lella Costa

Cambio di stagione

Scrivo poco.
Ma, almeno, vivo molto?

La lezione del Monte

La salita. E, dopo il culmine, la discesa.
Entrambe faticose, entrambe bellissime.
Esistono reciprocamente, l’una indispensabile all’altra.
Come la notte ed il suo giorno.
Come la contrazione e la successiva espansione.

La salita e la discesa insieme fanno il monte.
Il senso della vita si evince dalla inevitabile duplicità delle cose.

Cose che ancora non capisco

Premessa: nel Giugno del 2007 a mia madre viene diagnosticata una malattia incurabile, terribile, fatale. Di quelle che se hai anche una sola speranza, nella maggior parte dei casi, significa che ti illudi.
La donna che, oltre ad avere con me il più stretto legame di sangue possibile, ha avuto e ha tuttora la mia massima stima e tutto il mio amore, mostra a noi e al mondo il suo cuore e la sua forza vivendo molto al di là delle aspettative di tutti.
Dei medici, di sicuro.
Negli ultimissimi giorni della sua esistenza terrena viene assistita anche da un gruppo di infermiere della locale ASL che si occupano dell’assistenza domiciliare. Mi ricordo i nomi di tutte. Ma il contatto cruciale, in quello che sto per dire, si chiama Michela.
Michela quasi un anno fa, mi contatta per coinvolgermi in un progetto di volontariato a favore delle persone colpite da questa malattia. Lo fa con cautela e con molto tatto pensando che per me è ancora troppo presto. Che forse non voglio nemmeno sentir parlare di Mostro. Si, “Mostro”, perché anch’io come molti rabbrividisco al solo nome e non lo pronuncio senza un certo disagio. Proprio come faceva mia madre, quando capitava di parlarne o quando si stabiliva l’offerta annuale per il sostegno della ricerca.
In realtà, dopo aver vissuto quello che ho vissuto a fianco alla persona biologicamente, affettivamente e primordialmente più legata me, credo di essere in grado di affrontare grandi cose.
Comunque, tornando alla cronologia degli eventi, posseduta dal rifiuto verso il concetto stesso di Mostro, piuttosto che dai ricordi tristi e difficili che tuttora sento riaffiorare, non mi presento nemmeno a una delle riunioni di questo gruppo che, in quel periodo, si stava pian piano costituendo. Dimenticandomene o, semplicemente, prendendola alla leggera, come se si trattasse di scegliere se andare o meno a vedere un film qualunque in una sera di noia.

Michela è tornata a proporsi qualche tempo fa.
Io ho detto di si, semplicemente. E stasera ne vengo da un incontro bellissimo che mi ha lasciato, tra tante altre cose, uno scomodo interrogativo a cui non so dare una risposta.
Ho ben compreso il senso della parola volontariato.
Volontariato è Servizio.
Quello che non capisco – per niente – è cosa c’entro io con questo concetto.
Abituata da tempo alle esplorazioni interiori, riesco ad essere abbastanza onesta da riconoscere che il Servizio non è il fattore antagonista e risanatore del senso di colpa. Non è nemmeno la strada scomoda per una sospirata e travagliata autostima. Il Servizio non è una via di fuga dalla responsabilità verso se stessi. Il Servizio non è il pretesto che sdogana un gratuito ed illusorio senso di superiorità.
Il Servizio non è il tappo per i nostri buchi, insomma.
Io mi sento ancora una persona immatura in questo senso. Egoista.
Infastidita dalle mie mancanze e dipendente dai miei bisogni.
Io mi sto chiedendo perché vado a questi incontri quando, pur essendo convinta della bontà dell’iniziativa, non sono affatto convinta dell’opportunità della mia presenza. Mi sto chiedendo cosa c’entro. Io non sono così elevata e disinteressata. Non ancora. O, comunque, non mi sembra.
Sebbene abbia avuto la fortuna di conoscere, qualche volta, la gioia di fare qualcosa per gli altri gratuitamente ed incondizionatamente, sono eternamente rosa dal tarlo del dubbio che dietro a questo mio tentativo di “dare”, ci sia ancora una bambina che mendica attenzione, amore e conferme facendo “la brava”.
Perché, certa che le cose non capitino a caso, mi sono chiesta se l’Altro veda davvero in me una risorsa utile e in che modo. E questa è la dimostrazione che il mio “servire” è ancora allo stadio di subdolo alibi: io sono una persona, un numero – nel senso buono -, forza buona per fare gruppo. Non dovrei chiedermi nulla: esserci e basta. Esserci e fare quello che serve.
La pretesa di individualizzare e specializzare la mia presenza in quel gruppo – che ha senso solo per il fatto che sono la familiare di una persona colpita dal Mostro – rivela con molta chiarezza che non sono nemmeno ancora al primo gradino di questa scala di umanità e di Amore.

Però, non posso che salire.

Gatto ossessionato dal freddo

“FREDDO RECORD: -47° – E c’è il nuovo record italiano del freddo, con i 47 gradi sotto lo zero registrati in Trentino il 18 dicembre. E in particolare a Busa di Manna, fra le Pale di San Martino, nel Primiero, il luogo tradizionalmente più freddo della penisola. Si tratta di una depressione tra le rocce, a 2.550 m di quota, che già lo scorso anno aveva segnato un primato: 43,8 gradi sotto lo zero. Stavolta il record è arrivato alle 5.15, ma il giorno precedente l’ambiente non era molto più caldo: il termometro aveva segnato -45° e nelle notti appena trascorse segnava -37°.”