Disciplina

Leggendo uno dei sunti (divulgativi e “introduttivi”) più semplici e chiari che io abbia mai trovato sul decondizionamento dalla mente (http://losfidante.marenectaris.net/testo/) che consiglio a chiunque voglia affrancarsi dai propri comportamenti reattivi e che intenda diventare vero conduttore della propria vita, oggi sono ripiombata con violenza nell’inerzia tipica di quando, a fronte di una decisione consapevole, l’ego si scatena con tutti i suoi mezzi a disposizione per evitare di esser messo da parte.
Ieri sera mi sono addormentata con la ferma intenzione di coltivare ed esercitare la Disciplina.
Oggi mi ritrovo gettata sul fondo della confusione che, al primo mio accenno di ribellione verso il condizionamento, solitamente sale ad annebbiarmi la coscienza, mettendomi in condizione di dubitare di tutto ciò che ho fatto e continuo a fare per migliorare la resa del mio potenziale.
Adesso pubblico il mio stato per fissare meglio questa assurdità e per rendere formale la mia intenzione.
Perché non può avercela vinta sempre lei!!!
La mia mente reattiva è forte e robusta, stratificata negli anni e camuffata da struttura funzionale ed ottimale.
E invece è il mio freno.
Mi domina con la paura, mi insidia con il dubbio. Mi fa girare al minimo, si nutre della mia energia.
Adesso basta ragazzi.
La prima conquista è la Disciplina.
La mia decisione deve essere più forte dell’indolenza conservativa di questa parte di me che non vuole crescere.
L’ho detto.

Link: http://losfidante.marenectaris.net/testo/.
Grazie infinite a: http://www.marenectaris.net/

La Presenza

Ci troveremo nella notte.
O in un momento ad occhi chiusi.
Ci incontreremo in altri piani.
Ci parleremo in altro modo.
Quello che hai fatto tu sarà mio.
Quello che farò io sarà anche tuo.

Da ora. Ora che comincio a sentire.

L’attesa

E’ una distesa bianca
E’ la salita di un ponte curvo.
E’ un magnete violento,
un imbuto stretto.
Una distanza elastica e tesa
una frenesia sottopelle.

La lievitazione, il perfezionamento.
Il rituale di antica tradizione.

Io aspetto.
Nel frattempo, vivo.

E’ tutto rosa

Sto pensando a tutte le cose che ho letto e che mi sono state insegnate da quando ho cominciato il mio zoppicante percorso – chiamiamolo – di crescita, nell’ambito della relazione con gli altri.
Il non giudizio, l’accettazione, lo sforzo di percepire la parte divina nell’Altro penetrando per una attimo il manto della personalità e delle apparenze.
E’ dura ragazzi. Io giudico, critico, vivo di paragoni inopportuni, oscillando agli estremi di una bilancia che mi colloca un giorno in cima ad un’odiosa presunzione, il giorno dopo nel baratro abissale del senso di inferiorità.

Eppure, nonostante questo, a volte accade…
Accade che se non sto attenta scoppio d’amore per una persona qualunque che mi sta raccontando come ha fatto 45 punti nella gara di domenica. Accade che scopro solo ora la bellezza in una persona che conosco da 20 anni. Accade che mi sento profondamente legata ad una persona che conosco appena.
Questo è uno di quei rarissimi momenti. In cui sono tutti buoni, tutti bellissimi e tutti pervasi, investiti, da una fortissima emanazione che parte da un punto dietro il mio sterno.
Dovendo scegliere se considerarmi un tantino fuori le righe o beneficiaria di fortunati momenti di illuminazione, (se non altro per non far precipitare la mia già precaria autostima) scelgo la seconda.
Buonanotte gattoni.

Le aperture di Aprile

Wiki dice, tra le altre cose, che Aprile “secondo alcune interpretazioni deriva dal greco Aphros, che è il nome greco della dea Afrodite, a cui era dedicato il mese di aprile. Secondo altre teorie, il nome deriva dal latino aperire (aprire) per indicare il mese in cui si “schiudono” piante e fiori.
In ogni caso, ho ragione io: ci troviamo di fronte al mese amoroso per eccellenza.
Per lo meno, per molti anni è stato così per me. Non so perché quindi da qualche anno a questa parte non è successo più niente. Va bé.
Un’altra caratteristica di questo mese, relativamente alla storia personale, è la facilità in cui mi trova preda di influenze stagionali (invernali, però..) e di raffreddori micidiali.
Razionalmente parlando è una faccenda piuttosto ovvia: l’organismo è impegnato nell’adattamento al cambio di stagione e non ha molto tempo per occuparsi di controllare bene i varchi. I soldati sono tutti dentro a fare ristrutturazione e le sentinelle scarseggiano.
A questo punto – lo sapete già – tignosa come sono, sono pronta a disquisire il risvolto psicologico (se non psicopatico) dell’intera dinamica primaverile.
In sintesi c’è un’Apertura generale. In concerto con Madre Natura, ovviamente.
L’Apertura fa entrare e provoca un Cambiamento di Stato (i miei rarissimi fidanzamenti e gli altrettanti rari incipit di intrallazzi vari).
Il Cambiamento, in generale agognato dalla sottoscritta come un bicchiere d’acqua in mezzo al deserto, allo stesso tempo mi terrorizza, rompe le file, mi disorienta rendendomi particolarmente vulnerabile.
A tutto ciò io rispondo con una bella ritirata sottocoperta, letteralmente.
E invece di far entrare Javier Bardem, apro la porta al virus.
Una furbizia unica, non c’è che dire….

Resurrezioni

Stamattina ho ricordato un sogno (miracolo).
Non sono stata abbastanza furba da segnarmelo subito perché ero in coma perciò ora, come al solito, non ricordo nulla.
Il mattino, si sa, per me è una specie di tragedia.
Ho dimenticato tutto tranne un’immagine molto vivida che se chiudo gli occhi vedo bene ancora adesso..
Ho sognato di vedere me stessa, molto da vicino, mentre toglievo una specie di pellicola incolore e opaca dal mio volto.
Avete presente quelle maschere cosmetiche che induriscono e formano una pellicola da togliere poi come una guaina? Solo che nel sogno, nonostante la consistenza e le caratteristiche, per me era proprio pelle.
Sotto questo strato che andavo a togliere, piano piano, la pelle era bella, perfetta, di un bel colore.

Direi che sognare di cambiare pelle due giorni prima di Pasqua è un evento interiore che, quantomeno, mi allinea al punto giusto del divenire ciclico della natura.
Insomma, Buona Pasqua..

Assoluto

Non ho un amore.
Eppure amo.

Ida

Ida ha 90 anni.
E’ stata la prima a vedermi, appena nata.
E oggi mi stringeva forte forte le mani.
Ripeteva che le ho fatto il regalo più bello
andando a trovarla.
Mi chiedo perché non l’ho fatto prima.
Altro che regressione.
Oggi sono rinata.

Perché voglio la primavera

Ancora neve. Ancora freddo…
Siamo ancora nella luna di Febbraio, avrebbe detto Anna.

Vorrei la primavera.
Perché ho bisogno del primo sole.
Di quel primo cauto calore che ti inebria e ti fa sentire vivo.
Perché vorrei vedere le gemme spuntare dalle piante.
Perché vorrei veder germogliare le piantine sulla terrazza.
Perché ho bisogno che il colore abbia la meglio sui toni neutri e severi del, pur
necessario, inverno.
Perché voglio vestirmi leggera.
Perché voglio andare a giocare a golf.
Perché voglio andare al mare a farmi avvolgere dalla brezza salmastra ed ancora pungente.
Per avere il desiderio di uscire ad ogni ora.
Per sentire i profumi nell’aria.
Qui profumi acerbi che l’inverno, in questa fine stagione, inizia a rilasciare con parsimonia e talvolta rapisce ancora nel duro cristallo del gelo. Una specie di guardare e non toccare.
Voglio la primavera per tornare in campagna a vedere la natura che si risveglia.
Per camminare sul ciglio della strada e osservare i coraggiosi virgulti verdi che rompono l’asfalto.
Per andare al paese al sabato mattina a portare ad Anna fiori rosa e bianchi.
Anna che mi dice: “Fai la tua vita!”
Anna che mi dice: “Ci vuole più a dirlo che a farlo”
Anna che mi dice, ancora, in una memoria più viva che mai: “Quello che non succede in dieci anni, può succedere in un giorno”.
Anna che mi dice: “Qualche santo provvederà”.
Che madre straordinaria.

Voglio la primavera per sentire l’energia.
Per respirare forte tutta l’aria, tutto il mondo, tutto quello di cui mi accorgo.
Per accorgermi di tutto ciò di cui non mi sono mai accorta.
Per innamorarmi di tutto e di qualcuno. E anche di me.
Insomma, signor ciclo delle stagioni, sono stata convincente?

Salite e discese

Come può un’intronauta della mia specie, abituata a sondare in profondità qualunque cosa, vivere una svolta epocale al solo atto di arrampicarsi lungo una parete rocciosa alta una ventina di metri? (che poi non si sa se i metri sono effettivamente una ventina, perché il senso della misura è sempre stato e sempre resterà un mistero per la sottoscritta).
Il primo insegnamento ricevuto ha a che fare con la valutazione.
La valutazione precede l’esperienza e facilmente può degenerare in un dannoso pregiudizio che nasconde i pericoli o, al contrario, tarpa anzitempo magnifiche ali.
Nel momento in cui ci si abbandona ad una attenzione non adeguata, il pericolo può correggere la nostra forma con un trauma improvviso e molto severo.
E laddove la paura mostra una lastra rocciosa apparentemente priva di appigli, l’esperienza ci mostra che anche la sporgenza di un solo centimetro, cercato e trovato con impegno ed attenzione è utile per sostenerci e per permetterci di progredire.
Occorre fondamentalmente Attenzione: la precisa direzione della nostra energia. Occorrono concentrazione, la giusta tensione e disponibilità ad effettuare anche un reset parziale delle precedenti esperienze poiché ogni luogo è unico e ogni individuo che si prepara a viverlo è diverso da tutti gli altri.
La progressione è un divenire continuo in cui il corpo non affronta la roccia, ma la integra amorevolmente nella propria dinamica di ascensione.
Più che una conquista o una sfida è una sintonizzazione, una risonanza, l’espressione di una Legge naturale che rivela la fondamentale condizione dell’individuo: l’essere uno in sé e parte dell’Uno con tutto.

Essere consapevoli di questo rende palese la necessità di coltivare una virtù, spesso data per scontata, ma per alcuni di difficile gestione: la Fede. Fiducia, cooperazione, sostegno, reciprocità.
Iniziare l’esperienza facendo “sicurezza” all’istruttore mi ha colpita parecchio, innescando tra l’altro tutta una serie di meccanismi mentali che spaziavano a destra e a manca per approdare alle mie storiche e famigerate zavorre di autosvalutazione. Mi stranivo del fatto che lui – pur essendo certamente in grado di non crearsi occasioni di pericolo – potesse affidare la corda a me che oltre ad essere una principiante, sono anche “io” (…).
Diciamo che ho scoperto di avere qualche problema con la fiducia. Per cui, nell’eterno gioco dello specchio, ho permesso, ad un certo punto, che una paura atavica ed irrazionale affiorasse nel momento in cui i ruoli si sono ribaltati.
La mia mente è convinta di fidarsi. Ma una vocina remota ed antichissima, che fino ad ora non avevo percepito con tale chiarezza, la pensa diversamente. E mi ha portato dritta a quello che potremmo definire la terza opportunità di questa bella esperienza.

Tale lezione, mostruosamente importante per me, che rappresenta in realtà l’inizio di un processo, di un nuovo atteggiamento, ha a che fare quindi con la paura, con la responsabilità ed in ultima analisi con quella quota di soggettività con cui navighiamo nell’esistenza che potremmo individuare nel cosiddetto libero arbitrio.
Molte volte ho avuto paura. Anzi, posso tranquillamente dire che ho sempre avuto paura di mille cose (chi ha già letto le mie esternazioni saprà della famosa paura dell’ignoto che oltre ad avere una valenza letterale, racchiude formalmente tutte le altre).
Quindi dov’è la novità?
La grande novità sta nel modo con cui ho scelto di affrontarla e il tentativo di eliminare coscientemente un vecchio radicato atteggiamento disfunzionale e assolutamente antievolutivo: la fuga. La mia solita fuga. In fondo potevo tranquillamente urlare: “portami giù”. Ma non l’ho fatto.
Non è stato tanto importante l’esito (ovvero superare di fatto l’attimo di paura viscerale e continuare), quanto di decidere di “restare” in quel momento. Non resisterlo e non cedervi, ma abbandonarsi ad esso restando vigile, presente, vivendolo fino in fondo e contemporaneamente cercare di fidarmi di me e di tutto il resto.
Questo, lo si capisce facilmente, cambia tutto.
Ce l’ho fatta. Ho dominato, anche se per poco, la mia mente.
Non supererò forse la paura della morte (che su di una roccia ha la diabolica bellezza del vuoto) ma consapevolizzerò il non essere rimasta un individuo primitivo alla mercè del suo cervello rettile.
Forse.
La mia salita è stata una discesa nelle profondità.
Come ho già scritto credo, cambia soltanto il punto di vista.

Chissà cosa accadrà nelle prossime uscite… Stay tuned.