Blackbird

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Certo che se è per scrivere queste cose, potrei anche farne a meno.
Comunque, a dispetto dell’apparenza, quello che che sto per raccontare è un bel segno.
Esco trafelata stamattina e davanti alla porta di ingresso del mini condominio dove abito, vedo una cosa nera per terra. Uno straccio. Forse un calzino.
Ma no, non ci sono panni stesi lì sopra. No, è più grosso di un calzino.
Mi avvicino, un uccello. Un uccello nero.
Immobile.
Lo tocco con la punta dello stivale, che nel caso di movimenti repentini ed inaspettati mi fa più paura la vita della morte. Ma no.
È morto.
Non si può dire che possa facilmente sembrare un bel segno, no?
Un uccello nero. Un uccello morto.
Uccello nero portatore di sventura.
Uccello morto portatore di sventura (vicino a casa poi, il pronostico è agghiacciante).
Ma se la matematica volesse venirmi in aiuto, nella semplificazione dei rapporti simbolici, ed energetici, e archetipici di questo mai abbastanza sondato Universo, meno più meno fa più.
(E anche oggi sono riuscita ad rifilarvi un mini giochetto di parole).
La strega, il messaggero dell’ombra, l’inquietante presenza oscura sul ramo all’imbrunire, il pericolo incombente, la sventura, il monito sinistro, l’uccello nero insomma. Morto.
Finito, basta, kaputt.
Si, con un certo protagonismo, direi.
Ha voluto farsi vedere.
Dovevo essere io la prima a vederlo, davanti all’uscio di casa?
Forse non sono stata la prima, ma il messaggio è per chi lo legge.
Di sicuro nessuno prima di me lo ha degnato di sufficiente attenzione.
Su quelle chiare piastrelle era ancora più desolante che mai.
L’ho messo in mezzo al campo.
È vero che mi capita di tutto pur di non essere puntuale in ufficio.
Ma la sepoltura dell’uccello nero alle 07.50 mi pareva troppo.
Povero merlo.

Meteo di gennaio

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Anche se sono abituata, mi sorprende sempre come una folata di vento appena girato l’angolo, il fatto che nelle cose importanti si è sempre soli, faccia a faccia con se stessi.
Soli a cavalcare le onde dell’emotività, a fronteggiare le tempeste interiori che nessuno, da fuori, può percepire nella loro reale intensità.
E a noi si svela la più grande verità: siamo totalmente responsabili e ferocemente liberi.

Tanto per essere confermata come sempre, sta tuonando.
Ho anche preso una ramata di grandine a Sestri.
Ci sarebbe da chiedersi se è il temporale a scendere in me, se sono io a proiettarlo, o se finalmente, in un certo senso, sono assolutamente sincrona con il respiro di questa Terra.
Comunque un temporale a gennaio mi fa specie.
E anch’io mi faccio specie.
Sarebbe il momento di scalpitare.
E invece solo per un attimo è stata festa. E solo per me.
Per cui cessa di esserla immediatamente.
Ogni conquista merita una celebrazione, un entusiasmo, una festa.
Ma questa conquista ha un neo.

Per alcuni è una follia. Per altri è logico, “normale”.
Chi veramente può bere una coppa insieme a me?

C’è una paura gigantesca all’orizzonte, una massa minacciosa come il nuvolone grigio scuro che oggi incombeva dal ponente.
C’è anche la consapevolezza che si tratta appunto solo di un nuvolone.
E il nuvolone non è il cielo.
Grazie a Dio, c’è il Cielo!
Ma tant’è, al momento, di ombrelli non ce n’è.
Buona giornata gatti.

Duegennaio 2013

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2 Gennaio 2013.
Avrei preferito scrivere 2 Gennaio 1913. O 1923.
Non che io voglia tornare nel passato benché il primo ‘900 eserciti su di me un fascino bestiale. Ma perché scrivere un millenovecentoqualcosa avrebbe tutto un altro charme.
Uno stile Anais Nin anziché un Asimov, dico. (Che poi scopro, cercando su google perché non sono sicura di come si scriva Asimov, che è nato proprio il 2 gennaio..)
Comunque, due gennaio duemilatredici.
A Novi piove, a Ronco nevica, a Genova piove.
Tutto va come vuole andare e non si può far altro che prenderne atto.
E alzare il cappuccio in testa visto che l’ombrellino da pendolare è rimasto a casa.
Sempre di più, e oggi più che mai, sento che alzarmi presto e zampettare assonnata in questo marciapiede semideserto è un fatto occasionale.
Come per fare un viaggio.
Come una cosa che non si fa tutti i giorni.
Sarà perché raramente prendo tutti i giorni il treno alla stessa ora.
Sono una dormeuse, lo sanno tutti.

La sensazione nell’iniziare questo nuovo anno – distinzione illusoria, più emozionale che reale: è tutto soltanto un susseguirsi di giorni e notti – è che qualcosa cambierà.
E cambierà nella misura in cui io lo vorrò cambiare. A Babbo Natale, alla Befana e al Felice Anno Nuovo come speranza che si autoestingue dopo solo due settimane di gelida quotidianità invernale, non è più il caso di credere.
Cosa volevo dire davvero in questo scrivere non lo so.
Forse niente.
Forse solo volevo fissare un punto di partenza in questo anno che si chiama come un film di fantascienza.
E non ho neanche scritto bene.
Ma sono coerente. Perché il proposito (certo, il proposito per l’anno nuovo: sono tradizionale..) è quello di fare il più possibile quello che mi pare senza giustificare un bel niente.
Buon Anno Nuovo gattoni belli.

Incredibile

Meri-Nut

Khepri aveva spinto Ra fuori dalla Duat e, miracolosamente, come ogni mattina
Nut nacque. Immensa, sconfinata, brulicante di vita. Nut che canta la Luce.
Nut la volta celeste, snella ed arcuata sopra le nostre vite.
Nut, nel mio Nome e nel mio destino. Meri-Nut, ‘amato da Nut’.

“Meri-Nut, sei in anticipo” disse il saggio Ka-Bak trovandomi seduto in mezzo agli alti steli di lino.
Ra splendeva appena sopra il mio orizzonte e il fiume dondolava ritmicamente le mie gambe.
“Ka-Bak parlami di Khepri. Perché un animale che rotola una palla di sterco diventa un Dio?”
“Khepri crea il sole come lo scarabeo crea la palla che nutrirà il suo seme. Quello che è stato scartato ed è – e pare! – morto, torna a rivivere in un altro modo, in un altro ciclo, potrei dire. Nulla muore veramente. Così il sole che sembra perire affondando, la sera, nella oscura Duat, rinasce il mattino con un nuovo giorno, con una nuova vita. Tutte è permanente. Tutto, soltanto, si trasforma”.
“Nella Duat ci sono i morti!”
“I morti non sono morti. Entrano nella Duat e rinascono a nuova vita. Come Ra. Guardati intorno Meri-Nut! Osserva la natura. Impara dalla natura e saprai di te. Osserva te stesso e saprai del cielo e della terra.”
Io non capivo proprio tutto ma mi fidavo. 
Ka-Bak si era seduto vicino a me. Immerse i suoi piedi nell’acqua. Poi li ritirò, si alzò e si allontanò dicendomi: “Khepri è il Cuore che trasforma”.
Chiusi gli occhi, toccai il ciondolo che avevo sul petto e lo premetti forte sullo sterno. Il sole scaldava la mia pelle, stavo bene. Sperai fortemente che Khepri aprisse il mio cuore.
Speravo che il cuore si aprisse, il velo si sollevasse, le paure bruciassero. Che morisse qualcosa per far nascere un’altra cosa. Non so bene cosa. Che i miei anni si moltiplicassero in un istante per comprendere tutto quello che a dodici anni non sapevo e potevo capire. 
Ka-Bak se ne andò lasciandomi intento in questa specie di ascolto che sembrava potesse trasformarsi, da un momento all’altro, nel tentativo di trovare un varco per un sapere che sentivo vicino ma al quale non riuscivo ad accedere.
L’acqua del fiume cantava con un debole gorgoglìo e i suoi riflessi attraversavano le mie palpebre trasformandosi in aloni di luce rossa e arancione, vivaci e cangianti.
Rimasi lì per molto tempo.
E quando riaprii gli occhi, ero un Uomo.

Alto tradimento

Colpevole di alto tradimento.
Verso me stessa.
Riempire pozzi senza fondo,
investire nel nulla.
Svuotare la vita di tutto per far posto ad un’idea.
Restare seduta qui, nel vuoto assoluto.
Con questo tempo di merda oltretutto.
Tempo buttato via.
Non avessi almeno sprecato le ferie.
Sono furibonda.

The Phoenix

 

.. and even in the case of trouble
you would be able TO RISE AGAIN
like a Phoenix from the ashes.