Legittime aspirazioni

Per un momento, sognando di arte, danza, natura, letteratura, poesia, musica, viaggi e contemplazioni ho sentito che tutto quel dire: quello è svago, le cose serie sono altre è una falsità inaudita. Abbiamo preso per buone le regole di un’organizzazione globale che ci schiavizza.
Come? Lo avete già letto ovunque questo concetto? L’ho sentito dire da Salvatore Brizzi? È la bandiera degli sfaccendati post New Age?
Ok. Ma stavolta l’ho sentito io. Proprio sulla pelle, nella carne, nelle ossa.

Ci riempiamo di cose da fare, obbiettivi da raggiungere, ambizioni e speculazioni per ingrassare un sistema che – indispensabili servizi sociali a parte – ci munge e ci ingabbia. Ci riempiamo di situazioni condizionanti per non sentire il vuoto, perché siamo poveri. Poveri di spirito e di umanità. Perché di fronte ad un cielo azzurro dopo cinque minuti di silenzioso nulla (che poi è tutto) andiamo in paranoia e ci scappano di mano tutte quelle belle maniglie a cui ci hanno attaccato fin da piccoli.
Se le molli sei uno strano. Se le molli muori. E se muori nelle tue maschere diventi un uomo senza volto. E l’uomo senza volto, col cuore acceso, fa paura. Lo si isola, lo si combatte, lo si estromette dal sistema.
Ma la vita è un’altra cosa! La vita è l’Essere e l’esprimersi e fluttuare nella materia modificandola al nostro passaggio attraverso il proprio e peculiare contributo. Che pur non producendo denaro (nella maggior parte dei casi), aggiunge Valore. 
(04.08.2012, continuerò)

Detto questo, che è un ammasso di speculazioni generiche sull’argomento – di cui non posso certo farmi da portavoce – vi parlo di una fiamma su cui ardono miei caotici pensieri, le mie incerte speranze e, soprattutto, una confusione epica come una nube di pulviscolo che si incendia, si, ma che non produce altro che uno scoppiettante nugolo di scintille.
Quando esploderà il Fuoco? Quando partirà il falò? Quando si farà strada la corrente vera che come ossigeno puro farà appiccare l’incendio?
È un problema di mancato silenzio.
Per anni immersa in troppo rumore. Mai mi sono seduta in silenzio lasciando che il Cuore emergesse con la propria delicatezza.
Oggi come oggi mi sono necessari più impegno e più tempo e, soprattutto, una fortissima motivazione. Prima che tutti i falsi segnali lascino la mia persona, come strati di cipolla, come faglie sovrapposte, ce ne vuole. In fondo 25 anni di accumulo non sono un po’ di polvere sul tavolo del soggiorno. E non è una passeggiata riappropriarsi di redini miseramente cedute in sgrinfie altrui.
Mi muovo con passi incerti su una tensione che in realtà è esistenziale ma che trova una sua controparte concreta in un aspetto della vita che non è solo dannatamente importante, ma, ad un certo punto, diviene fondamentale e coincide con buona parte del Perché ci siamo e perché ci siamo così.

E capisco anche che dai miei doppifondi inconsci parte l’alt. 
E che resisto al liberarmi del tutto perché Mi temo.
Buona giornata gatti.

Le leggi dell’Universo

Esco di casa con un buon anticipo per non fare come ieri: fidarmi
degli orari degli autobus di Roma. 
Data la mia geniale idea di non indossare calze dentro le scarpacce che uso solitamente quando prevedo camminate di un certo tenore, ho un tormentoso bruciore al quarto dito del piede destro. Una piccola abrasione da scelte senza senso.
Mentre cammino verso la mia meta penso: porca miseria è domenica.
NON troverò certo una farmacia aperta.
Giro l’angolo e tac! Una farmacia aperta.
Compro una scatola di cerotti e mi sento come Natalino (mio papà) mentre progetto di tenerne sempre un paio nel borsino delle emergenze, esattamente come lui ne teneva un paio nel portafoglio.
Arrivo in una piazza dove c’è una grandissima fontana e mi siedo su un muretto, mi tolgo la scarpa e metto il cerotto, tutta soddisfatta.
Poi mi attardo a fotografare il ritrovamento di pochi minuti prima (un giochino cinese di plastica, con tanto di draghi stampati in rilievo, di quelli che ti tirano fuori tutta la pazienza: quella tua e quella di Giobbe) e una fontanella. 
Decido di proseguire verso la mia meta e guardando per terra penso: quante cacche. Speriamo di NON pestare una merda.
Dopo qualche metro il genio propiocettivo del mio piede sinistro mi comunica la presenza di qualche sostanza più o meno densa sotto la suola della scarpa.

Legge n. 1: l’universo non riconosce il NON

Senza malizia

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Corpi caldi in autobus

E non è una cosa erotica.
Un respiro nell’incavo del mio gomito.
Una pancia calda sulla mia schiena.
Insopportabile.
L’unica cosa bella, di quando la gente pian piano comincia a scendere, è guadagnare quel minimo di spazio per appendermi con una mano alla barra in alto: mi stiracchio la schiena ed effettuo mentalmente micro movimenti dance sulle note di Yes Sir, feat. Goldfrapp.
Pubblico e scendo. Yeah!

Il mondo è dentro di me

Amo fare le liste. 
La lista per la valigia, quando parto per una vacanza.
La lista delle cose da non dimenticare, quando vado via anche solo per due giorni.
La lista della spesa.
La lista delle cose da fare per il giorno dopo.
La lista delle cose che vorrei a breve.
La lista delle cose che vorrei.
In questo ultimo periodo, la lista che mi riesce meglio e che si compila da sola nella mia testa senza che io ne sancisca volontariamente l’inizio, è quella dei fastidi.
Le cose che mi danno fastidio.
Le molte cose che mi danno fastidio.
Le molte cose che mi danno tanto fastidio.
L’elenco sorge da sé. Come un serpentone di pezza che si anima autonomamente sotto il mio sguardo perplesso. Un oggetto bislungo che cresce ed ondeggia e ad ogni svolta d’angolo si riveste d’argento. E che a poco a poco si leviga e si lucida a tal punto da trasformarsi in un specchio sinuoso, di quegli specchi deformanti da baracconi, quelli in cui mi rifletto scorgendomi nelle mie più profonde e talvolta palesi storture.

Mi da fastidio quel tizio che tutte le mattine si mette al centro delle porte del treno per scendere per primo. Ma mi da fastidio perché occupa quella posizione prima di me.
Mi da fastidio il suo zainetto con il perfetto kit da piccolo pendolare in evidenza. Tipo l’ombrellino supercompatto nella tasca laterale che a stento aderisce alla sacca da quanto è piena di roba. Cosa avrà mai da portarsi per trascorrere una giornata in ufficio? Tutto quello che mi porto io, poi penso. Solo che il mio ombrellino è più ingombrante e la mia borsa più gonfia ancora della sua.
Mi da fastidio quello che lancia il mozzicone di sigaretta in mezzo ai binari. 
Ma io faccio peggio: lo lascio cadere facendo finta di niente tra il convoglio e la banchina, appena prima di salire sul minaccioso predellino.
E nel farlo, contestualmente mi vergogno.
Mi da fastidio la collega che è di pessimo umore e saluta a stento. E lo noto mentre penso che non vorrei anima viva nel raggio di 300 metri per almeno un paio d’ore.
Mi da fastidio quella che non si allontana dalla scrivania senza portare con se il cellulare. Mentre spesso io me lo porto anche in bagno.
Mi da fastidio tutto questo gran parlare di spiritualità e di modi alternativi e di downshifting e di fiori di Bach e psicologia della ricchezza e di intelligenza emozionale e di qui-e-ora e di magia e di natura e di filosofia e di crescita personale. E io a casa non ho un libro di argomento diverso da questi tranne il Ricettario Carli e un paio di antichi messali.
Mi da fastidio la signora vestita come una ventenne rampante e mente lo penso mi tiro giù la maglietta smilza nel tentativo di occultare il rotolino che strasborda dai jeans a vita bassa.
Da quando mi hanno messo in testa questa cosa dello “specchio” ho scoperto cose di me che nemmeno il mio peggior nemico.

Tutto (o quasi?) quello che vedo, per come lo vedo, è creato dalla radianza delle mie forme. I miei spigoli, le mie distese, le mie curve, le mie deviazioni.
Il mondo intero è dentro di me.
E ciò mi fa particolarmente piacere se sto semisdraiata in spiaggia con i piedi all’aria, con una mano sulla pancia e nell’altra mano un pezzo di focaccia.
Con tutte le meraviglie di cui mi accorgo quasi quotidianamente, non sono poi così male, no?
Dite “no”.

Pausa pranzo a cinque stelle

Breve sosta su una delle panchine del Belvedere dedicato a Lina Volonghi.
Oggi il mare ha il colore del cielo e si confonde con esso in un tenue celeste all’orizzonte.
Il sole è nascosto ma scalda.
Il salmastro mi lambisce ad ondate richiamando altri odori e memorie antiche che interrompono questo superbo ed indiscutibile silenzio interiore.
Ma chi sta meglio di me?
Torno in ufficio. Ciao gatti.

Ciao ciao

Ciao.
Oggi sto bene. Particolarmente bene.
Oggi vorrei poterti incontrare.. Non succede spesso, nel senso che so bene dove sono io e dove sei tu e, a tratti, mi intimorisco anche solo nel pensarla, una simile istanza. Per motivi grezzamente scaramantici. Sai no?
Vorrei incontrarti. Magari chiacchierare mentre si aspetta insieme il treno in questo marciapiedi soleggiato.
Oh no! Il treno no! Ricordo bene uno dei tuoi ultimi sogni. Ci risiamo con cornetti e gatti neri..

Vorrei incontrarti e chiederti se è vero che è vero quello che credo vero.
E se i concetti di anomalia e disagio sono veramente spiritualmente anticostituzionali.
A questo punto credo di si.

Guardo fuori dal finestrino. Il treno è fermo a Principe. Fa quasi caldo. Si sta bene.
Se vago con lo sguardo e di colpo fisso le scale del sottopassaggio mi pare quasi di vederti arrivare.
“Ciao ciao”

Profumo di freno

Stamattina ho iniziato la mia giornata di pendolare in modo inconsueto.
Dalla stazione di partenza a quella di arrivo sono stata circondata da profumi, da odori gradevolissimi.
So che questo potrebbe apparire un esordio ironico o, peggio, sarcastico: ogni pendolare sa che il treno puzza.
I treni puzzano, senza eccezioni.
Se durante l’inverno questa è una realtà opinabile, in estate questa verità esplode in tutta la sua grandezza. E non sto ad elencare nello specifico, tutte le varietà degli olezzi e le sottospecie delle origini di tali emanazioni.
Invece stamattina era tutto un profumo.
Profumi. Profumi di bagnoschiuma, profumi di chewingum alla menta, profumo di profumi, da uomo e da donna, davvero graditi. Alcuni di essi ben conosciuti dalla sottoscritta.
Adoro i profumi (non tutti, ovviamente). Tanto da chiederne, alle persone che in un certo momento mi gravitano intorno affascinando il mio senso olfattivo, il nome, il marchio o qualunque altra informazione che me lo renda potenzialmente raggiungibile.
Non è uno scherzo. Mi è capitato di chiederlo anche a perfetti sconosciuti.
È più forte di me e non me ne frega niente se faccio la figura della strana.
Stamattina non ho chiesto nulla a nessuno. Troppo presto: non metto a repentaglio la mia proverbiale tecnica di invisibilità per attaccare bottone impunemente con uno sconosciuto. Ma mi sono ritrovata a fare il segugio inseguendo un profumo straordinario che sapeva di forza, di arte e di mistero.
Ho seguito lentamente (la velocità del passo collettivo da pecore tipico di chi scende in una piccola stazione molto frequentata) un signore di mezza età che lasciava dietro di sé questa discreta scia di suggestione olfattiva davvero incantevole.
(“Incantevole” da “incanto”, letteralmente. Non userei mai questo termine in altro modo. Vi parrebbe il mio stile?).
Insomma, altro che puzze da treno. Una mattinata più unica che rara.

C’è solo un odoraccio che, nella consueta immersione nelle puzze da treno, mi lascia perplessa. Perché è una puzza, appunto, ovvia, funzionale ed inevitabile che però a me piace parecchio.
È l’odore dei freni del treno. Un odore che mi lega a ricordi di viaggi-vacanza, di puntate quotidiane al mare nei giorni torridi di luglio, di sandali ai piedi, di campanelli che annunciano l’arrivo del convoglio nelle piccolissime stazioni liguri di riviera, di pelle cosparsa di sale e capelli in disordine.
È l’odore dell’estate di un tempo.
Il profumo di freno.

Tappe da novanta

Di tanto in tanto capita che vada a rileggermi qualche post del passato. Non ho ben presente tutto quello che ho scritto. Ci mancherebbe: con la produzione compulsiva di certi momenti, il ricordarsi di tutti i contenuti farebbe di me un’autistica da podio.
Tuttavia sono sicura, stracerta e certissima dello stato d’animo all’interno del quale, normalmente si origina l’impulso a scrivere.
Un impeto, come quello di stasera, che esige una manifestazione, che si sviluppa in un’espressione intercettabile e potenzialmente destinata ad essere compresa da un punto ricevente che ne convalidi l’esistenza.
Un impulso che deve uscire, deve farlo adesso, subito e così, per precipitare al fondo, addensarsi e solidificarsi come base per la prossima partenza.

Sorrido nel pensare che ogni volta annuncio un punto cruciale, una svolta, una straordinaria tappa, un giro di boa, un evento fatalmente incisivo e cose di questo genere.
E non è solo perché sono teatrale, sapete?
Il divenire è una successione di punti (più o meno) cruciali.
Il divenire è un processo, una maglia di elementi perfettamente contigui e mobili quanto basta per optare le possibili direzioni.
E ogni tappa ha il suo perché.
Tutte sono importanti, come gli anelli intermedi di una continuità necessaria e, di vita parlando, ineluttabile. E a seconda della nostra dimensione in quel dato momento, ci sono tappe da un centesimo e pezzi da novanta.

Questo step dura da un bel pezzo ed è destinato a svilupparsi ulteriormente. Non si completerà domani, insomma.
Questo step, per dirla con le metafore, vale mille.
Rivoluzione globale. Araba fenice gigantesca. Stravolgimento cosmico.
Smottamenti a tempo di rock. Uragano che lascia in mutande.
Saturni contro e transiti straordinari. Scoperte dell’America e dell’Acqua Calda.
(Magari ora vai a dormire però.)
Buonanotte gatti.

Droghe e videogiochi

(Anti post del precedente)
Ho avuto una pensata mentre stiravo.
Una volta c’era la religione che era l’oppio dei popoli.
Oggi quella simpatica trovata fa acqua da tutte le parti: siamo diventati troppo furbi e disincantati.
E l’oppio dobbiamo comprarcelo e chi non ha soldi ce l’ha nello stoppino.
Le cose sono così come sono.
Non c’è ragione. Non c’è un vero motivo.
Ognuno ha una funzione a caso e se non sa qual’é è proprio sfigato: nella migliore delle ipotesi si annoia. Oppure cerca, appunto, qualche droga.
Il mondo è un grande videogioco 3D di qualche creatura che sta a noi come noi stiamo alle cavie della Monsanto.
Siamo un esperimento di cui ignoro un’eventuale utilità.
Siamo spuntati fuori a caso. E non andiamo da nessuna parte.
A parte vicino alle carote, quando sarà il momento.
Tutto questo mi rilassa molto.
Credo di essere molto vicina all’illuminazione.