Oggi è così

E’ una vita che non mi sento così.
Maledizione.
Una colonia gigante di tarme nella pancia e un uguale tormento, sommesso e continuo, nel petto.
Il muovermi senza una direzione.
Il galleggiare su un mare di scelte tutte plausibili e tutte difficili.
E un pietoso osservarmi, un paziente seguirmi, con sguardo accigliato,
forse un po’ preoccupato.
Un ritorno alle antiche cure, come modo per temporeggiare e sentirmi anche carnalmente.
Uno sforzo per muovermi secondo i binari degli ordinari giorni.
Non perderti. Non ti perdere.
Lasciati andare si, ma non perdere la visione di te.
Mi dico.

In tutto questo un’inedita sensazione di vitalità, mai vissuta insieme alla fatica di risalirmi.
Quando e se mi riconquisterò, stavolta avrò fatto un buon lavoro.
Con o senza.

Ciò che pulsa è vivo.
E io lo sento.
Ora posso uscire.
A dopo – sicuramente.

Progetto

Mi incanto, stanca del rincorrersi dei pensieri, dei tentativi di ragionare cose impossibili da razionalizzare e accedo accidentalmente a quel mondo fatto di immagini casuali e paesaggi surreali non strutturati.
Ci metto un attimo ad entrare in quel non luogo che in passato cercavo di conquistare con sensibile sforzo e disparate tecniche.
Mi fermo un attimo e nell’immobilità si apre il sipario che si sovrappone alla visione reale rivelando tutta la mia incoerenza, tutto il mio caos e tutti i sentieri possibili che pur essendo assolutamente a partata di mano, sembrano lontanissimi.
Vedo il mio campo pieno di scorie e particolari inutili.
Riesco ad intercettare gli ostacoli nascosti dietro alla mia presunta ricchezza interiore e comprendo che la frammentazione attraverso la quale mi esprimo è una ricercata e sofisticata via di fuga.
Il coltello che mi apre e mi esplora così profondamente e minuziosamente è un meraviglioso e spaventevole dono per questi miei anni.
Ho la voglia di entrare in questo paesaggio con un grande sacco nero in cui buttare piccoli arabeschi ormai deformati, decorazioni inutili e fuorvianti, frammenti di spazio-tempo ormai inerti da tempo.
Ho voglia di ripulire al massimo per trovarmi.
E per fare questo ho bisogno di uccidere tutto quello che sono stata fino ad ora.
Ho bisogno di estirpare tutto in tutto l’orto, dissodare la terra.
Ararmi, confondermi con il caos primigenio, destrutturami e tornare vergine.
E tutto questo forte impulso di distruzione – che potrebbe preoccupare più d’uno di voi che leggete – anziché abbattermi e rendermi ad un inquietante oblio, mi accende una fiamma, mi rivivifica, mi fa vibrare, mi espande.
E mi lascia intravedere una guizzo di Libertà.

Il percorso pare lento ed articolato. Ma non mi fermerò.

Nigredo

(lettera indirizzata ad altra anima ricercatrice di Verità, scritta nella mia massima fase Nigredo)

9.39.
E’ il numero che ho letto sul telefono stamattina appena ho aperto gli occhi.
E ho aperto gli occhi perché qualcuno mi ha telefonato dal lavoro. E meno male, vorrei dire.
In questi giorni ho tirato un po’ la corda in questo senso. Dovrei dormire di più.
Il tragitto verso l’ufficio è stato compiuto in trance come sempre. Ma con una trance diversa dal solito: non è stata solo una questione di sonno, ma ho trascinato involontariamente nel tempo un’immagine psichica che mi ha colta al risveglio.
Appena sveglia immaginando me stessa ancora addormentata, in quella terra di mezzo che separa la mente cosciente dall’immenso materiale occulto che cerco disperatamente di conoscere, ho percepito la metà di un seme dentro di me. L’ho proprio “visto”, ora sappiamo che è possibile.
E’ un dolore soffuso, omnipervadente, un accordo di fondo: un senso di separazione.
Oserei dire l’antichissimo senso di separazione che ognuno di noi ospita alle radici della parte individualizzata del proprio essere.
Mai e poi mai avrei creduto di raggiungere simili profondità e questo apre necessariamente una riflessione sofferta e ancora caotica di cui non posso più rimandarne l’inizio e che ha a che fare non soltanto con la mia vita terrena ma con il concetto stesso della mia Esistenza.

C’è sofferenza in tutto questo, una sofferenza che non procede da altro che sia all’infuori di me: si tratta di un attrito fortissimo e bruciante tra quella che sono stata fino ad ora e quella che sto diventando o magari quella che, semplicemente, Sono.
Potremmo chiamarla Opera al Nero. La Nigredo. La Morte ad opera del Fuoco Sacro.
Ed è così che io mi sento: a fuoco, bruciata, consumata in alcune mie parti che perderò irrimediabilmente, definitivamente. Sento il fumo della dissolvenza mentre rispondo al telefono, mentre parlo con un collega, mentre scrivo dei documenti, mentre mi accendo una sigaretta.
Sento il bruciore della fiamma nel silenzio di una disperata ricerca della centratura, la sento ancora di più nel momento in cui trovo la centratura.
E vedo cadere delle parti, annerite, che si frantumano via via che si allontanano da me, nella corsa verso il vuoto pneumatico del nulla che assorbe le mie scorie.

Questo bel quadretto alla mia parte di superficie piace poco.
E’ una vertigine. Una corsa a perdifiato verso non si sa cosa.
E’ una corsa in un canale velocissimo e dotato di valvole: non si torna indietro.
Sto cambiando veramente questa volta.
Penso alla morte di mia madre, alla morte – simbolica – di mio padre, alla successiva venuta dell’ennesimo maestro, severo e tuttavia amorevole, all’energia che sento scorrere in me. E vedo anche con chiarezza la necessità delle persone che mi vogliono vicina come un loro anelito di nutrimento. Che io non ho mai provato veramente bastando a me stessa, nella convinzione che così dev’essere.
Che presunzione! Gli altri vogliono nutrirsi in me e io mi basto da sola!
Mi parlavano di un masso ostruente. Il mio è così grosso?
Sta cambiando qualcosa sul serio.
Penso alla mia non-disciplina, al mio potenziale che percepisco come importante, imponente, alla mia intensa forza, all’impatto che ha sul “mondo esterno” e ai danni che può fare a causa della mia immaturità.
Penso alle cose che escono da me e che io non vedo.
Penso alla mia natura profonda che forse altri percepiscono e della quale io non sono consapevole.

Penso che ho paura di prendere senza dare niente. Altro che generoso nutrimento all’Altro.
E scopro che vorrei fare qualcosa anche per gli altri. E che forse non ne sono capace.
Penso che la mia energia spinge da dentro con violenza e io non so ancora qual’è il canale che violerà per uscire fuori nella giusta e corretta manifestazione.
Mi sono vista avvolta in una guaina. E so che la lacerazione è prossima. O forse sta già avvendendo.
Partorirsi da sé è poeticamente una figata, ma fa male tale e quale – credo – un parto biologico.

In tutto questo mi chiedo, ancora, come farebbero un ritardato mentale o un ostinato ignorante: tutto questo è reale o è un rivestimento elegante e sofisticatissimo ad opera della mia mente che cerca di raccontarsela per non permanere nella mortifera stagnazione?
O peggio: siamo sicuri che io sia una persona equilibrata?

3 Giugno 2010

(Molto intimo e per stomaci forti)

Ti scrivo.
Perché tutte le volte che vengo da te non riesco a dirti nulla. Ma mica per inibizione, o per eccesso di dramma.. Non so. Sono sempre molto tranquilla. Più di una volta, per questo, mi sono chiesta se sono una fredda, una figlia degenere, una perversa.
Lo sai cosa faccio. Tolgo subito tutto, passo la scopa, ricompongo, innaffio, e mi siedo un po’ lì. A volte addirittura fumo o scrivo qualche messaggio. Sono certa che qualcuno troverebbe tutto questo quasi una profanazione.
Insomma, non è mai successo – tranne forse le prime volte – che io riuscissi a formulare un a specie di discorso sensato. Del resto, è chiaro che, nel caso, parlerei soltanto con un riflesso: il tuo riflesso in me. E per fare questo non ho certo bisogno di fare 30 chilometri, no? E nel caso in cui invece che un riflesso ad ascoltare fossi veramente tu, a maggior ragione, non vedo il senso di uno spostamento fisico. In più abbiamo capito una volta per tutte, che il Dialogo migliore avviene quando le parti coinvolte non si parlano. Al massimo possono toccarsi o guardarsi. Ma nemmeno queste sono condizioni necessarie.
Arrivare fin lì è, alla fine, una specie di rituale, ovvero uno di quei comportamenti mirati a creare solchi psichici, un irrobustire l’intenzione e l’esperienza, un adiuvante per formare un’idea che funzioni.
Arrivare fin lì è immergermi nell’Origine della quale tu sei l’emblema massimo.
E poi il paese, gli alberi, i campi, quei sentieri che ricordo da sempre…
Poi, si: mi siedo lì sul gradino di cemento e comprendo all’istante il senso di molte cose. Come quando mi siedo in chiesa. Come quando sto per addormentarmi. Come quando guardo il cielo.

Per vizio guardo spesso anche per terra: è così che trovo i miei famosi tesori.
E un giorno proprio lì, vicino al tuo laboratorio di trasformazione, ne ho trovato uno pazzesco.
Osservavo con sguardo neutro l’erba, i rametti secchi, le piccole pietre, l’irregolarità del piano e ho visto dei frammenti di legno chiaro. O forse no: delle pietre. No. Né legno, né pietre.
Il passato – un passato piuttosto remoto, in quel caso – affiora dalla terra rivelando la veridicità di frasi come “tutto è uno”, “nulla si crea o si distrugge; tutto si trasforma”, “si torna alla terra” e cose di questo genere.
Allora il pensiero è andato subito a te: mi sono chiesta molte volte come puoi vivere oggi la trasformazione del tuo ultimo tempio. Mi chiedo se sei già stata mondata dall’attaccamento tanto da accettare ciò che sta accadendo al tuo veicolo senza morirne – per la seconda volta – d’orrore.
No. Non sono alienata nel fare questi pensieri. Sono fermamente convinta che tutti ci pensano. Ma come al solito c’è chi le cose le dice e chi non le dice. Tutto qui.
Allora in quel giorno, trovando un piccolo frammento osseo, contrariamente a quanto si possa pensare di fronte ad una prova tangibile della Fine, ho avuto uno strumento in più per aiutarmi ad avere fede: non siamo solo materia. Qualcosa di noi vive oltre. Ancora combattuta tra il raziocinio e un certo Sentire, potrei disquisirne all’infinito: chi legge abitualmente ciò che scrivo ha capito come sono e in cosa credo veramente. Quella che non ha ancora capito sono io perché un giorno mi fido di me e l’altro no.
Tu hai sempre creduto. Potrei invidiarti per questo.

Come va.
Va bene. Va meglio. Anche se c’è una cosa che vorrei dirti al riguardo. Ma è una cosa di cui mi vergogno e che a volte mi fa sentire cattiva, ingrata, diabolica. Ma te la dico così inizio ad integrarla.
Scusami (e scusa anche a chi legge) se questa cosa magari l’ho già detta. Io seguo ciò che emerge. Se ripeto qualcosa è perché forse è necessario che io lo faccia.
Vorrei parlarti di crescita e di libertà.
La tua partenza mi ha liberata un poco. Ha sdoganato la possibilità di essere quella che sono, eventualità da sempre inibita che se ne stava nascosta dietro il desiderio di compiacere i tuoi presunti desideri. E dire che non mi hai mai chiesto nulla. E nemmeno mai impedito niente. Solo ora comincio a conoscermi e ad esprimermi e a comprendere, guardando un poco indietro, la forte dipendenza che avevo verso di te che ci ha condotte in un involontario ma tragico condizionamento reciproco.
Tu te ne sei andata, poi. E io mi sono sentita libera.
E’ chiaro che tu hai fatto il Tuo percorso, non mi sento certo responsabile di niente in questo senso. Ma è altrettanto chiaro quel che si dice: che i genitori si scelgono “prima”. E io ho scelto una madre generosa al punto da non lasciare che brucianti domande creassero i presupposti per la Mia strada. Una madre che ad un certo punto mi ha liberato, più che da sé, da tutti quei legami condizionanti dei quali, ancora oggi in certi casi, cerco di scioglierne le fila. Avevo, forse, bisogno proprio di fare così. Chi lo sa. In ogni caso sono ancora al lavoro in questo senso.
Tu te ne sei andata ed io mi sento libera. Suona come un sacrilegio.
Eppure più dico questo, più ti amo. Ma non attraverso la consueta modalità drammatico-romantico-tradizionale. E’ più una cosa primitiva, terra-terra, che rasenta la legge biologica, che si fonde con i codici universali della Natura. Qualcosa di indifferenziato e omnicomprensivo che mi conduce immediatamente alla comprensione del vero senso dei legami e della reciprocità degli esseri.

Sarebbe naturale, a questo punto, che io dicessi che ti penso spesso e sei nel mio cuore.
Ma è più corretto dire che ora sento chiaramente di portare avanti una parte di te e che se ti sento, ti sento nella carne e nella tua eredità psichica che, passo dopo passo, sto ripulendo dal vizio per renderla funzionale nella mia vita.
Voglio saperti libera e felice.