Inviterò a cena Saturno.
Così si fa la pace.
Mi pianta certe botte d’ariete…
Tanto vale aprire il portone.
(Com’era? Si chiude una porta, si apre un portone?
Ma non c’entra niente! Non c’entra niente?
Ah bè, scusate! Che carattere!)
Inviterò a cena Saturno.
Così si fa la pace.
Mi pianta certe botte d’ariete…
Tanto vale aprire il portone.
(Com’era? Si chiude una porta, si apre un portone?
Ma non c’entra niente! Non c’entra niente?
Ah bè, scusate! Che carattere!)
Il golf segue fedelmente le mie traiettorie psichiche ed esistenziali.
Oggi mi hanno cambiato il grip (mica patate, il GRIP) perché “sono pronta”.
Ho tirato ovunque. Ogni palla una mina vagante.
Qualcuna giusta: memorabili cannonate.
Cambiamento, crisi, il Nuovo.
(Oppure: crisi, cambiamento, il Nuovo. )
Forse il miglioramento. Lo vedremo.
Per ora una titubanza attonita e smarrita.
Come sempre mi pare di ricominciare daccapo.
Già, già: come nella vita.
In questi tempi di silenzio ed apparente assenza, avrei invece potuto scrivere veramente di tutto.
Non sono assente. Tutt’altro.
Sono così presente che mi ingombro da sola.
Ho bisogno di quiete. Di spazio. Di tempo dilatato, molle.
Di un tempo poroso in cui poter inserire a pieno titolo anche gli eventi dei piani sottili.
In questi periodi, maturati dalla fatica, partoriti a ripetizione secondo nuove cifre che si susseguono ad un ritmo vertiginoso,
ogni pensiero varrebbe una legittima riflessione.
Scrivere, se non altro, per aver l’idea di non perdere nulla.
Ma non perderò nulla comunque: tutto resta scritto sulla pelle, nelle ossa, nei bagliori inediti di uno sguardo che a tratti scopro un po’ più duro e un po’ più profondo.
E’ Agosto, lo sapete?
E’ GIA’ Agosto.
Per quanto mi riguarda dopodomani potrebbe essere già Novembre.
E’ noto che noi gatti interiori si litiga col calendario.
Non abbiamo ancora dimestichezza con freni ed acceleratori della quarta dimensione.
Ma le rughe, queste stronze, insieme alle discese gravitazionali degli iperchili che non riesco a buttare giù, vanno avanti comunque.
Pertanto, buonanotte Gattoni estivi.
Estratta distrattamente alle ore 23.47 di giovedì sera, nell’incerto tentativo di riemergere dalla gigantesca pozza di viscosa inerzia che mi ottenebra in ogni dove.
Quattro di Denari, rovesciata.
Giusto per non fare quello che andrebbe fatto, ovvero interpretare il cartoncino variopinto come lo specchio di questo mio momento così come io vedo e sento, attingo interpretazione divinatoria dal bugiardino allegato:
Ostacoli momentanei che saranno superati. Fortuna ritardata.
ANCORA???
Ho sonno.
Il Sole torna là, oggi,
dove partorì una stella
di puro Amore.
Talvolta, ora,
mi pare di sentirti.
Chi sono?
Come mi sento?
Dove mi trovo?
Da dove vengo?
Dove sto andando?
Sono davvero io?
Adoro le mie certezze.
Buonanotte.
Sposto le scarpe e parte come una saetta
verso l’oscurità remota di un angusto angolo.
Pensando di fregarmi.
Lui non sa chi sono io.
Sono stanca.
Con un sopracciglio lievemente più alzato dell’altro
gli occhi sbarrati
e una specie di smorfia nella bocca
guardo il vuoto che galleggia laggiù,
poco sopra l’asse da stiro.
E mi incanto.
Resto così, immobile
e con l’aria vagamente attonita
mentre un qualunque cd
fa pazientemente il suo quarto giro.
Credo che cadrò in trance.
(O cadrò rovinosamente dalla sedia, non si sa).
Ispirata con estrema facilità dalle turbe algiche che scuotono il mio sacro ventre, capto con lo sguardo uno dei bottiglini di vetro color ambra che stazionano nell’ultimo ripiano della mia credenza antica. In bella vista.
Bottigliette di vetro dai colori che ormai non si vedono più,
di antichi farmaci e rimedi appartenuti alla famiglia paterna.
Dall’analisi delle etichette superstiti possiamo avere una vaga idea del terreno costituzionale dei miei avi. Molto vaga, in quanto tali etichette sono cinque di cui soltanto due leggibili, ma significativa.
Una di queste ci racconta di comuni affezioni bronchiali ed evoca vapori balsamici e sentori di medicinale dall’odore pungente ma, in qualche modo, sano.
Ma l’altra….
La bottiglietta è piatta, stretta e piuttosto alta di un color ambra, come ho già detto, che tende all’arancione scuro.
L’etichetta è intatta, stampata con scritte e loghi di colore rosso, con decorazioni verde chiaro, su uno sfondo bianco.
Impossibile intercettare una data di preparazione o di scadenza ma direi, per logica, che trattasi di farmaco acquistato e consumato negli anni 40. Al massimo nei prima anni 50.
Proseguo, dall’alto verso il basso:
“PLASMOVARINA” (un nome, un programma)
alla valeriana (avete già capito)
……………
regolatore delle funzioni ovariche
SEDATIVO
P.V.O. (nome dell’azienda: Prodotti Valero Opoterapici;
opoterapia: terapia di antiche origini nella quale si somministra al paziente l’estratto di un organo, a dosi ponderali, in particolare ghiandole endocrine per riportare a valori normali l’ormone carente)
GRAMMI 100 CONTENGONO:
estr. glic. ghiandola ovarica (mio Dio!)
estr. glic. Mammaria vergine (Maria Vergine!)
estr. glic. Surrenale
Glicerofosfato sodio
Glicerofosfato ferro
Estratto fluido Senecio (pianta comune con contenuto di alcaloidi altamente tossici, )
Estratto fluido Belladonna (non ha bisogno di presentazioni, Lei, la velenosa medicamentosa)
Valeriana
Elixir aromatico
Adesso, perchè stupirsi di chi sono e di come mi dolgono le origini biologiche?
Le mie prozie. Adorabili isteriche.
(Ma non mi avrete! Io spezzerò la tradizione maledetta fatta di tristi zittellagini e contorsivi mal di pancia! Io sono anche DI FIGINO! Luogo di anatidi – quasi sempre – felici! Tiè.)
Eccola! Ma allora non aveva finito, ieri sera.
E’ finita. Stavolta ci siamo.
Mi ricordo che più di un anno fa, era arrivata una signora piccolina dalla faccia simpatica che però puliva come una furia. Un uragano. Di solito era lei che si occupava di noi, nonostante la casa non fosse sua ma della figlia. La figlia che sarebbe poi questa qui che ha appena messo fuori la scala sulla terrazza. Una tipa che te la raccomando. La signora, almeno, usava il classico spazzolone di setole sintetiche e colorate. Era sempre un rischio, certamente, ma così era tutta un’altra cosa: una specie di avventura.
Vedevi arrivare lo spazzolone lungo una traiettoria un po’ malferma e inframmezzata da colpetti di assestamento e in qualche modo riuscivi a scappare.
Quando la signora ti metteva all’angolo, confinandoti in coordinate priva di vie di fuga avevi almeno due soluzioni: o sbavavi velocemente un bel filo di seta scendendo in caduta libera fino al pavimento o ti lanciavi arditamente sul nemico aggrappandoti allo spazzolone e penetrandone velocemente gli spazi tra le setole per evitare di essere schiacciato.
In quest’ultimo caso, spesso, alla fine dell’attacco, un violento strattonamento precedeva la tua definitiva fuga: malconcio ma salvo. Le vittime erano veramente poche. I più tanti, quelli rimasti nel raggio di massimo pericolo o quelli feriti, si accartocciavano e facevano finta di essere morti per poi scappare a gambe levate non appena l’attenzione della signora si fissava altrove.
Questa invece?
La pazza si è presentata con un aggeggio infernale, rumorosissimo. E letale.
La paura la spinge a soluzione estreme, mi rendo conto.
Ma qualcuno potrebbe dirle, per cortesia, che può anche sfrattarci e sequestrarci le tele senza eliminarci dalla faccia della terra?
Si arrampica su quella vecchia scala, appoggia le ginocchia al secondo scalino, osserva con aria preoccupata la zona da bonificare, poi impugna il manicotto flessibile brandendo quel ridicolo tubo telescopico, accende la macchina satanica e ci attacca.
Inizia sempre dalla periferia della ragnatela: non so se lo fa per lento sadismo o se, effettivamente, gira un po’ intorno al problema perché si sente a disagio a farci fare una brutta fine.
Mi fa anche un po’ tenerezza: vuole fare la dura ma, mentre ci aspira, ha lo sguardo zuppo di sgomento.
Comunque, va in giro, si, dicendo che le dispiace ucciderci, ma intanto riaccende quel tifone centripeto e ci destina ad un buio e fatale limbo, povero di ossigeno, pieno di polvere, capelli, briciole di chissà cosa e tele completamente aggrovigliate.
Un cesso di posto, veramente.
Ma allora che ci schiacci e amen!
Come quando ti riduce a fin di vita nel tentativo di catturarti vivo e poi ti lancia fuori dalla finestra convinta di aver fatto una buona azione: lanciato in uno strapiombo di 4 o 5 metri con cinque gambe rotte su otto! E magari passano ancora venti buoni minuti prima che giunga un’automobile a finirti con una veloce e pietosa passata di pneumatico.
Ho sentito dire che i piccoli li risparmia perché non le fanno troppa paura.
Forse è una cucciola anche lei.