È la Legge, baby..

“All’occhio – destato alla visione sovrasensibile – del Mago, il mondo spirituale
si rivela come quello di un insieme di potenze allo stato libero, potenze che non hanno attributi, che sono soltanto se stesse in pura natura di folgorazioni e lampeggiamenti. 
Termini come “fulminee”, “voraginose”, “spaventevolmente pure”, non ne possono, essi stessi, che dare una lontana suggestione.
Ognuna di tali potenze è in quanto mantiene la propria individualità, resistendo alle altre che andrebbero ad attrarla e organizzarla sotto di loro. 
(………)
…. ogni legge ed ogni ordine nulla è più che un prodotto di organizzazione, il segno di un potere più vasto il quale è riuscito a travolgere, riprendere e unificare altri sotto di sé, riducendo così l’originario caos delle forze molteplici e lottanti.
La lotta, tuttavia, qui ha un senso tutto speciale, libero da tutto ciò che è odio e violenza: è come un mettersi faccia a a faccia di “presenze”, come un incontrarsi e misurarsi di gradi di “essere”, di “quanta” di intensità. 
Nessuna potenza vuole, in senso stretto, travolgere e dominare le altre, ma ciò procede in via naturale, in virtù del più alto grado di essere che le è proprio, il quale è vortice in cui sono irresistibilmente attratte, riprese e subordinate le potenze minori che si mettano in rapporto con essa.
In questo mondo materiato di tensione non vi è divario: non subordinare è essere subordinato. Mantenere la proprio autonomia è vincere – e ciò qui vuol dire: resistere.
Un principio fondamentale in magia afferma appunto che ciò che investe un ente e non riesce a travolgerlo, da esso è fatalmente travolto e ripreso nella sua legge.
(…………..)
Un Io che in nessun punto viene meno alla tensione, che in nessun punto è indietro rispetto alla marea vertiginosa delle energie cosmiche che, destate e scatenate dal suo procedere, tenderebbero a sbalzarlo via (………) è un essere regale e solare, più forte della natura, dominatore degli dèi, di là dello stato di nascita e morte.”

(J. Evola, 1927)

Voci dalla cantina

Già l’ho scritto di là.
Sono intrappolata in un inerzia vischiosa, pesante.
Sepolta (mezza) viva nei budelli oscuri della mente che ha smesso di funzionare proprio quando mi trovavo nel seminterrato. E lì sono rimasta.
È una giornata stupenda, oggi.
Non riesco a sovrapporle e adattare ad essa il mio stato oscuro.
Per questo mi sento dissociata.
Posso fare tutto e non riesco a fare niente.
Avevo qualche idea ma vorrei solo dormire.
Anche perché delle idee che avevo l’unica sensata era di quella di andare un po’ nella Gea a prendere il sole.
Giro per casa come un fantasma ma non ci faccio bella figura.
Soprattutto nei confronti degli spiriti veri.
Che poi, con tutto il rispetto, in questo momento di grande disillusione,
non so nemmeno se esistono davvero.
Ma veniva bene a scriverlo.
Rompo i coglioni ai gatti che mi sopportano ma che, appena cessata l’ondata di coccole forzate, si girano dall’altra parte senza colpo ferire ed io resto qui con il mio vuoto attaccato alla schiena. Come una vera carogna.
So che basterebbe solo iniziare. Iniziare a fare qualcosa.
Ma non ci riesco. È più forte questa insensatezza, che mi avvolge come un bozzolo molle ed appiccicoso.
Che poi sarebbe anche una sfaccettatura del processo riparatore: quando ne esco sono sempre parecchio trasformata.
Va be’. Vado a fare un reset parziale dalle due Anime.
Se ci sono. Se non ci sono avrò fatto comunque qualcosa di utile pulendo un po il marciapiede, no?

Una notte

Il silenzio e l’oscurità.
E’ la notte che mi è consona ora.
Nessun riferimento. Un andare piano, lento, a tentoni.
Brancolare nella selva, conosciuta ma ostile.
Ogni ramo una frustata. Ogni inciampo, una trappola di spine.
Ogni barlume, effimero ed ingannevole.
Un volto, sempre lo stesso, in sovrimpressione, una luce flebile.
Un’icona d’amore che si trasforma ad ogni passo.
Man mano che mi avvicino diviene un mostro.
Che mi graffia, mi morde e mi lacera ancora.

Il silenzio, mai così violento.
L’oscurità mai così spettrale.
Il freddo, una specie di cattivo odore, un movimento interno
delicato e malmostoso.
Una pressione al contrario.
Il vuoto.

Cerco nei suoni interni una musica che mi rassicuri.
Ma non trovo nulla che non sia il rumore di un pietoso
e fatale equivoco, di una cieca ostinazione.
Del tintinnio metallico della costruzione di un pretesto.
Cerco nell’immobilità il senso di esistere.
Ma non colgo il punto per la pioggia intensa di parole
il cui ricordo mi flagella, come una grandine estiva.

E’ la notte che assomiglia ai miei giorni di oggi.
Una notte in cui non posso riposare.
Una notte in cui farmi divorare.

(forse 2001)

Psycospeleologia spinta

Immagine
Gustave Doré, La Divina Commedia, L’Inferno, Canto I, Versi 1 – 2, La Selva
(grazie a Marco Capurro)
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Continuano le esplorazioni…

Speleologia psichica in un qualunque pomeriggio

Il pomeriggio in casa, quello imprevisto, caratterizzato da quella meravigliosa
quota di vuoto che prende alla sprovvista, è, in realtà un viaggio pazzesco.
Mi muovo tra piccole incombenze che decido di lasciare tali e lentamente
scendo sui piani profondi di questo illusorio spazio, fisico e non.
Salgo e scendo verticalmente all’interno della sottile stratificazione delle dimensioni, con una facilità ed una velocità incredibili.
Il regno è quello del silenzio che, paradossalmente, raggiungo con l’aiuto della musica.
Di paradossi il mio stato d’essere è pieno. Mi ci sono abituata e ci trovo anche un senso ormai: non può esistere nulla senza il suo contrario.
La scoperta dell’acqua calda. Però sentirlo nella pancia è un’altra cosa.
In questi momenti c’è uno strano caos nella percezione dei piani, un fluire disordinato che mi rivela tutta la fatica e la complessità dell’organizzazione del quotidiano: cazzeggiare è splendido. E se mi arrendo, la superficie della coscienza, prima immobile per calma piatta, comincia a ribollire lentamente lasciando affiorare frammenti dimenticati.
Guardo le lenzuola da stirare e vedo l’agghiacciante forma pensiero di 30 anni fa in cui credevo di essere sola e che la sarei stata per sempre. Passo accanto al tavolo di mia madre e mi sale alla coscienza il senso ineffabile e morbidissimo di un certo amore che con lei non ha nulla a che fare. Forse.
Guardo gli angoli tra soffitto e pareti e mi vedo bambina, mentre gioco a cercare le facce nel pavimento della cucina, un conglomerato marmoreo degli anni 60.
Lavo due bicchieri e sento la soddisfazione di aver indossato un abito che mi sta bene.
Le associazioni sono apparentemente assurde e si creano in un modo che io non riesco a comprendere. Questo mi da la dimensione (infinita) di quella zona sotterranea della mia psiche per esplorare la quale darei tutto che ho.
Una delle mie fantasie più vive e ricorrenti di quando ero più giovane era quella di poter avere per un giorno l’accesso ai fondali del mare. Mi vedevo camminare sul fondo, asciutto e illuminato dalla luce del giorno, intenta ad osservare ogni frammento o oggetto presente su esso, con una curiosità micidiale ed una piccola quota di timore per paura di trovare qualcosa di brutto, spaventoso o sgradevole.
Vedevo gli oggetti o meglio, li percepivo senza saperli qualificare, identificare.
Quale metafora! Mi stavo già preparando a farmi il culo nell’esplorazione di me.

Tutto questo ragazzi, senza droghe, senza astruse tecniche psichiche o quant’altro.
Solo con il coraggio di restare sul confine tra una sottile disperazione e la gioia comunque di essere viva.

Il gioco di Dio

Dicevo altrove, tutti gli anni la stessa storia.
La cosa che mi pesa di più è l’impormi un comportamento consono all’occasione, quello che gli altri si aspettano o quello che CREDO gli altri si aspettino.
Non è nemmeno tanto il fatto che non c’è più quel pranzo rassicurante
con le cose di tutti i giorni, con la torta di mia madre, piuttosto che
quella mezz’ora pomeridiana in cui si anticipava il rituale tipico del giorno di Natale:
il sonnecchiamento sul divano di casa, nel caldo abbraccio delle radici familiari.
Questo tipo di festeggiamento, pur da superare e trascendere prima o poi, mi piaceva.
Comunque non è questo. Non solo, ahimé.
E’ che ogni volta che il calendario mi ricorda la partenza di questa mia esistenza ho un senso di disagio inevitabile e puntualissimo. Un disagio bruciante, complesso, difficile da spiegare e da capire, impossibile da condividere senza sembrare in preda ad una qualunque forma di depressione o alla banale e cinematografica angoscia del tempo che passa.
Il viale del tramonto su di me non fa presa.
Più che altro incidono gli ingredienti non utilizzati e lasciati, come dire, scadere.
Incide lo spreco, l’incapacità mostrata, lo sguardo al passato.
Che non esisterà ma fa il suo danno nel momento in cui lo prendo in considerazione.
Incide, sopra ogni cosa, un presente ancora sempre troppo spesso insoddisfacente.

Sono molti i fantasmi tirati in ballo. Li ho identificati con una certa precisione, li conosco bene e non voglio, né in questa sede né in altra, illustrarli, benché la mia analisi sia precisa, lucida ed efficace come sempre.
Sarebbe l’ennesima esplorazione capillare di un Essere che ora voglio portare alla sintesi e ad un consapevole agire.
Ciò che veramente mi fa friggere è che in questa occasione non me la cavo bene nemmeno “fuori”.
Di solito, avendo una buona conoscenza della forma, riesco a creare una salvifica discrepanza tra come mi sento dentro e come appaio fuori.
Qui non funziona quasi mai.
Normalmente non vedo l’ora che finiscano gli eventuali festeggiamenti, non vedo l’ora che le 00.00 del giorno successivo mi permettano un profondo sospiro e cose di questo genere.

Liberarsi del proprio genetliaco.
Quel giorno in cui una volta mi sentivo speciale e senza alcun dubbio reclamavo il diritto e celebrare la mia comparsa in questa sfida avvicente, difficile e a tratti gratificante.
Credo che questa lunga fase di avversione ad un naturale e legittimo atto di autocelebrazione, prima o poi svanirà. Più velocemente di come è comparso.
Ma intanto ci siamo ancora dentro.
Credo sia questo il momento adatto di ricordarmi che anch’io sono Dio.
E la mia comparsa fa parte del gioco.
E allora giochiamo.

Lanternini

Troppo illanguidita dal caldo umido che mi vince 10 a 1, in questo pomeriggio insensato (che diverrebbe congruo e opportuno solo sulla curva morbida di una sdraio in riva al mare) non ho la forza di scrivere un trattato che mi sarebbe molto utile e al quale nelle ultime ore ho pensato moltissimo.
Inizierei, per oggi, con il cercarne un degno titolo:
* Il bignami delle scelte folli
* Trattato del Lanternino
* Anatomia e fisiologia della Visione con luce fioca
* Il Lanternino come strumento del Dharma
* Chi cerca troppo niente trova
* La ricerca dell’eccellenza e il pugno di mosche.

..cose così, insomma.

Perché io il Lanternino lo conosco bene.
E da tempo (mica dico balle).
Il Lanternino, come una vecchia e calda coperta (perdonate l’immagine inopportuna, data la stagione) ci riconnette al rarefatto e vaporoso senso di non responsabilità adolescenziale, quando tutto ti permetti perché hai tempo.
Quando la mamma ti dice: “ma li cerchi tutti col lanternino!” e tu non ti incazzi. Anzi, ti fa quasi piacere e sprofondi in una specie di torpido autocompiacimento che ti permette di spostare la tua Scelta a Domani.
(Quale Domani, a proposito? Se ne parlava proprio ieri o ieri l’altro).

Va bè, ve l’ho detto: fa caldo.
Ne parliamo un’altra volta, dai.

Ancora antichi segni

Riordinando angoli oscuri dei miei famigerati accumuli casalinghi, ho trovato di nuovo una ventina di fogli sopravvissuti al rogo di 10 anni fa. Le date non sono indicate ma, ad occhio e croce tutti risalgono ai primi anni 90.
Ogni tanto spunta qualcosa nei posti più impensati..
Disperso nella cassetta degli attrezzi, ad esempio, (si! ho una Cassetta degli Attrezzi!) ho trovato anche un pezzo di quella che credo fosse una lettera diretta a non so chi, scritta a macchina nel 1985, in cui ho evidenziato le seguenti frasi:

“Sono sempre più convinta che alla lunga, per una sorta di magia naturale, uno finisce sempre per farsi accadere le cose che desidera. Non senza una serie lunga – e magari pesante – di eventi apparentemente contrastanti.
Dico “apparentemente” perché se ci pensiamo un attimo, non è difficile riconoscere nelle ostilità del fato una sorta di lezione che ci apre gli occhi e ci prepara a vivere ciò che vogliamo vivere. E con potremmo mai vivere in maniera vera, adeguata, autentica, se prima non passiamo dalle forche caudine dell’esperienza che rende consapevoli dei vari lati della cosiddetta medaglia.
Ecco le radici del mio ottimismo di fondo.”

A parte il discutibile uso della lingua italiana, resta comunque un’esternazione notevole! Considerata l’età…
Vorrei capire nei vent’anni successivi cosa mi è successo!
A che punto della strada ho perso cotanta saggezza?
Forse anche questo stesso lungo tunnel di incoscienza, ha avuto il suo perché.
Poiché è perfettamente inutile possedere alcuni mezzi per il raggiungimento degli obiettivi nonché una comprensione piuttosto profonda degli eventi, quando non sappiamo chi siamo e, tantomeno, cosa vogliamo.
Va bè.
Prossimamente, magari, altri antichi segni.
Buonanotte gattoni.

I passatempi

Non pensavo che la scelta di dedicarmi ad un hobby – chiamiamolo così – in modo un pò più deciso del solito fosse l’inizio di una traversata terrificante. La traversata di un oceano di cui io, povera giocherellona convinta, sono solo la superficie increspata.
E che ne sapevo io, che sotto c’era altro?
E che ne sapevo io, che le onde si formano a causa di correnti abissali e non per occasionali raffiche di estranei venti?
Per saperlo, lo sapevo. Non esiste alcuna teoria che mi sfugga.
Ma sulla barchetta, di fatto, non c’ero mai stata così a lungo.
Ma è possibile che ogni cosa entri dentro di me come la vanga entra nell’orto?

L’autunno di un amore estivo (1996)

Ci siamo spogliati di tutto.
Abbiamo tolto quei pezzi che così bene, talvolta, s’incastravano
tra di loro, rendendoci uniti e reciproci.
Abbiamo provato a fare senza, disposti alla resa, alla perdita,
ad un probabile lento ed inevitabile scemare.
Abbiamo bruciato gli orpelli, le sfumature, gli addobbi e i rituali abbellimenti.
Ci siamo scelti asciutti, ci siamo inoltrati nel medium, sfumando i caratteri distintivi, scendendo nelle cantine, aprendo dispense e
temibili quotidiani orridi.
Abbiamo appiccato il fuoco, per sublimare, se non distruggere,
e non pensarci più.

Niente da fare: ancora come prima, meglio di prima,
più profondamente di prima.