Misfit

misfit
In mezzo ad una serie di disegni, una pagina di foglio formato protocollo senza margini.
Tratto piuttosto pesante, stretto, pieno e comunque fluido.
Inchiostro nero. Scritto privato, in italiano “non sorvegliato”.
A giudicare dalla calligrafia, sembrerebbe risalire ai primi anni 90.

“Non riesco a seguire la quotidianità sociale e mondana come fanno tutti, progettando a mia volta, per me stessa e per le mie tappe, avanzamenti e prese di posizione di tipo convenzionale.
Il tempo scorre ad una velocità diversa.
Il mio calendario si cardina su aspetti completamente diversi, avanzando su gradini dall’altezza irrazionale e in tappe dalla durata variabile.
La mia vita è come una moviola dove lentezze estenuanti si alternano in fasi in cui il moto precipita e fugge proiettando il film ad una velocità impazzita. Cade in un impulso irrefrenabile.
Mi sento avanti interiormente ed indietro sul lato pratico.
Proseguo intenta nei miei stretti e profondi sentieri, nelle mie trincee.
Dove nessuno mi scorge.
da dove riemergo apparendo in altri tempi ed in altri luoghi, nascondendo involontariamente l’effettivo percorso ed impedendo la piena comprensione dei miei movimenti da parte di altri.
Vivo bene questa dimensione parallela perché è l’unica che mi avvicina maggiormente al perché delle cose.
Senza un simile costante interrogativo nulla avrebbe senso.
Un giorno capirò che non devo per forza capire e vivrò in pace.
Concepisco il silenzio soltanto in presenza di Dio. O meglio, quando mi rendo consapevole della sua presenza nel qui ed ora di un normalissimo pomeriggio in campagna, o davanti ad un albero, di fronte al mare, o abbandonata al calore del sole.
Per il resto, studio, penso, mi spremo all’inverosimile, immagazzino informazioni di ogni genere sperando che l’accumulo possa un giorno esplodere in una pioggia d’oro che mi rivesta l’anima e la coscienza.
Continuo ad avere la vecchia sensazione di seguire una strada con gli occhi bendati senza sapere dove mi porterà.
Continuo a percepire l’avvicinarsi di un momento di gloria che attendo stupidamente senza capire che già ora potrei trovarmi nel bel me…..”

La pagina termina. E la parola “mezzo” si può facilmente intuire. Chissà come andava a finire.
Sono cambiate molte cose.
A Dio sono state precisate ulteriormente caratteristiche, struttura e collocazione.
I momenti sacri di comunione con il tutto persistono, anche se radi, e, insieme ad un paio di altre cose, sono decisamente il mio salvavita.
Il lamento del sentirsi invisibili e fondamentalmente soli nel proprio percorso, che scritto così implicava una speranza di fusione non dichiarata, è diventato una condizione reale ed inevitabile.
Sull’attesa del Momento Giusto, per fortuna ho cambiato idea.
Anche se sul lato pratico, oggi come oggi tutto ciò mi significa sforzo sovrumano.
Vorrei essere più precisa. Ci sarebbe qualche altra interessante teoria.
Interessante perché, contrariamente al solito, è stata postulata successivamente all’esperienza.
Ma per i motivi descritti da qualche parte nei commenti ve la risparmierò.
Ho altri foglietti da trascrivere.
Rileggerli è divertente ed inquietante insieme.

E’ arrivato il freddo. Ci si rattrappisce ulteriormente.
Avvicinandoci al centro, che, tanto per cambiare, brucia.
Buona giornata gatti.

L’anima con le borchie

Quand’é che il mostro sei tu?
Sempre. Il mostro sei SEMPRE tu.
Dopo anni di autoanalisi de’ noantri, dopo insegnamenti plurimi sull’equilibrio psicofisico e sulla (da te spesso diffidata) esistenza di una dimensione spirituale,
ti siedi nei seggiolini color faggio della sala d’attesa delle poste, con in tasca il numero E183 e scrivi la genialata che hai capito.
Quella che hai sentito nei visceri quando hai incrociato il tuo sguardo nello specchietto retrovisore, circa 15 minuti fa, alla rotonda dell’outlet e ti sei vista uno schifo. Brutta, sporca, peccaminosa. Lucida e brillante fuori, come una mela col verme dentro. Corrotta, difettosa, deviata, maldestramente ingannevole e stanca. Stanca morta di voler essere a tutti i costi non si sa cosa.
(Che non sia, naturalmente, quella che sei.)
In pratica hai scoperto che nessun al mondo avrebbe nulla da ridire su come ti vesti, su quello che mangi, su quanto dormi e su quello che ti piacerebbe fare tranne che quell’improbabile tipa che ti fissa attonita, la mattina, allo specchio.
Che sei tu che non ti sopporti.
Che sei tu che ti critichi.
Che sei tu che ti giudichi.
Che sei tu che non ti vai bene.
Che sei tu che non ti vuoi bene.

Che sei tu il mostro che, mentre ignara intrecci contenuti di superficie sentendoti intelligente e phyga (lo scrivo così perché temo i motori di ricerca), pianta i paletti nelle tue fondamenta, costruisce trappole nuove su tagliole antiche, tende lenze ed erige muri.
Non statemi a dire che lo sapete già.
Il mondo pullula di manuali di auto-aiuto e di condivisioni facebookkiane in cui si proclama che i limiti sono nella nostra mente.
Non tutti lo sanno davvero, io per prima fino a ieri.
Non si tratta di capirlo o di scriverlo.
Si tratta di sentirlo.
Non sono teorie.
È guardarti e, molto sinceramente, in quel momento non piacerti.
Sono quegli attimi in cui affiora il tuo demone e ti mostra quanto puoi essere brutta, cattiva, sbagliata.
È un’improvvisa buca su una strada liscia.
È vita, comunque. Vita tempestata da mille borchiette di anti-vita.
Siamo al numero E177 e dopo questa visione delle borchiette, direi che è meglio se la mollo li.
Tanto, sono comunque di buon umore.
Buona serata mostriciattoli.

Timori notturni

Questo buio stanotte è poco denso.
Non è che mi esce fuori qualche fantasmino?
Anche no, per favore.

È la Legge, baby..

“All’occhio – destato alla visione sovrasensibile – del Mago, il mondo spirituale
si rivela come quello di un insieme di potenze allo stato libero, potenze che non hanno attributi, che sono soltanto se stesse in pura natura di folgorazioni e lampeggiamenti. 
Termini come “fulminee”, “voraginose”, “spaventevolmente pure”, non ne possono, essi stessi, che dare una lontana suggestione.
Ognuna di tali potenze è in quanto mantiene la propria individualità, resistendo alle altre che andrebbero ad attrarla e organizzarla sotto di loro. 
(………)
…. ogni legge ed ogni ordine nulla è più che un prodotto di organizzazione, il segno di un potere più vasto il quale è riuscito a travolgere, riprendere e unificare altri sotto di sé, riducendo così l’originario caos delle forze molteplici e lottanti.
La lotta, tuttavia, qui ha un senso tutto speciale, libero da tutto ciò che è odio e violenza: è come un mettersi faccia a a faccia di “presenze”, come un incontrarsi e misurarsi di gradi di “essere”, di “quanta” di intensità. 
Nessuna potenza vuole, in senso stretto, travolgere e dominare le altre, ma ciò procede in via naturale, in virtù del più alto grado di essere che le è proprio, il quale è vortice in cui sono irresistibilmente attratte, riprese e subordinate le potenze minori che si mettano in rapporto con essa.
In questo mondo materiato di tensione non vi è divario: non subordinare è essere subordinato. Mantenere la proprio autonomia è vincere – e ciò qui vuol dire: resistere.
Un principio fondamentale in magia afferma appunto che ciò che investe un ente e non riesce a travolgerlo, da esso è fatalmente travolto e ripreso nella sua legge.
(…………..)
Un Io che in nessun punto viene meno alla tensione, che in nessun punto è indietro rispetto alla marea vertiginosa delle energie cosmiche che, destate e scatenate dal suo procedere, tenderebbero a sbalzarlo via (………) è un essere regale e solare, più forte della natura, dominatore degli dèi, di là dello stato di nascita e morte.”

(J. Evola, 1927)

Voci dalla cantina

Già l’ho scritto di là.
Sono intrappolata in un inerzia vischiosa, pesante.
Sepolta (mezza) viva nei budelli oscuri della mente che ha smesso di funzionare proprio quando mi trovavo nel seminterrato. E lì sono rimasta.
È una giornata stupenda, oggi.
Non riesco a sovrapporle e adattare ad essa il mio stato oscuro.
Per questo mi sento dissociata.
Posso fare tutto e non riesco a fare niente.
Avevo qualche idea ma vorrei solo dormire.
Anche perché delle idee che avevo l’unica sensata era di quella di andare un po’ nella Gea a prendere il sole.
Giro per casa come un fantasma ma non ci faccio bella figura.
Soprattutto nei confronti degli spiriti veri.
Che poi, con tutto il rispetto, in questo momento di grande disillusione,
non so nemmeno se esistono davvero.
Ma veniva bene a scriverlo.
Rompo i coglioni ai gatti che mi sopportano ma che, appena cessata l’ondata di coccole forzate, si girano dall’altra parte senza colpo ferire ed io resto qui con il mio vuoto attaccato alla schiena. Come una vera carogna.
So che basterebbe solo iniziare. Iniziare a fare qualcosa.
Ma non ci riesco. È più forte questa insensatezza, che mi avvolge come un bozzolo molle ed appiccicoso.
Che poi sarebbe anche una sfaccettatura del processo riparatore: quando ne esco sono sempre parecchio trasformata.
Va be’. Vado a fare un reset parziale dalle due Anime.
Se ci sono. Se non ci sono avrò fatto comunque qualcosa di utile pulendo un po il marciapiede, no?

Una notte

Il silenzio e l’oscurità.
E’ la notte che mi è consona ora.
Nessun riferimento. Un andare piano, lento, a tentoni.
Brancolare nella selva, conosciuta ma ostile.
Ogni ramo una frustata. Ogni inciampo, una trappola di spine.
Ogni barlume, effimero ed ingannevole.
Un volto, sempre lo stesso, in sovrimpressione, una luce flebile.
Un’icona d’amore che si trasforma ad ogni passo.
Man mano che mi avvicino diviene un mostro.
Che mi graffia, mi morde e mi lacera ancora.

Il silenzio, mai così violento.
L’oscurità mai così spettrale.
Il freddo, una specie di cattivo odore, un movimento interno
delicato e malmostoso.
Una pressione al contrario.
Il vuoto.

Cerco nei suoni interni una musica che mi rassicuri.
Ma non trovo nulla che non sia il rumore di un pietoso
e fatale equivoco, di una cieca ostinazione.
Del tintinnio metallico della costruzione di un pretesto.
Cerco nell’immobilità il senso di esistere.
Ma non colgo il punto per la pioggia intensa di parole
il cui ricordo mi flagella, come una grandine estiva.

E’ la notte che assomiglia ai miei giorni di oggi.
Una notte in cui non posso riposare.
Una notte in cui farmi divorare.

(forse 2001)

Psycospeleologia spinta

Immagine
Gustave Doré, La Divina Commedia, L’Inferno, Canto I, Versi 1 – 2, La Selva
(grazie a Marco Capurro)
_______________________________________________________________________

Continuano le esplorazioni…