Un silenzio

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18.09.2012 ore 16.00, in spiaggia, Sturla.

Mi rendo conto che il lettore medio del blog, sempre che io abbia un numero sufficiente di lettori da poter fare una media, gode, eventualmente, delle descrizioni di situazioni mentali e stati emotivi in cui possa facilmente identificarsi.
Le mie frasi normalmente sorgono da un’emozione e passano da un’ideazione per poter essere rese più o meno intelleggibili.

Provo invece a scrivere oggi, di un raro frammento di Silenzio. Che non è solo assenza di pensiero strutturato. È qualcosa che va oltre.
Il mio silenzio oggi è Esistere. Sentire di esistere.
Essere, come va di moda dire.

Ascoltare le piccole onde qui davanti a me. E lasciarle andare.
Guardare i sassi della spiaggia, percepire la brezza e il sole sul corpo e mollare subito la sensazione, senza alcuna considerazione.
Dimenticarli all’istante, lasciarli passare, fluire, tornare dal nulla da cui sono venuti.
In quell’attimo che sorge e muore contemporaneamente.
Il retro dell’eternità.

Prendere atto, per così dire.
E lasciar subito andare.
Non trattenere nulla.
Non attaccarsi a nulla.
Costeggiando e poi penetrando un semplice Movimento.
Un flusso costituito da unità di presente, non organizzate, singole e contestuali, senza un prima né un dopo.
Non c’è passato. Non c’è futuro.
Solo quiete, pace, esistenza piena.

Scrivo questo sul retro di un foglio appoggiato sulle ginocchia.
Per non dimenticare.

Kên

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Sempre così puntuale.

Il Velo alzato, per un attimo

Ecco

Cose fondamentali

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I tuoi occhi.
Le tue mani.
I tuoi capelli. Inconfondibili.
I tuoi lavori.
Il tuo genio.
I tuoi valori.
Il tuo senso di giustizia.
La tua leggerezza.
La tua debolezza.
Le tue parole così giuste.
La nostra incapacità di dialogare.
La tua attenzione.
La tua gentilezza.
Le tue paure.
Il nostro tardivo amore.
La tua dignitosa scelta.
Non l’avrei mai detto,
mi manchi.

Pit stop

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La temperatura si è decisamente abbassata. L’estate è andata.
Ricompaiono i soliti personaggi lungo la banchina della stazione.
I pendolari hanno già le giacchette impermeabili.
Tutti, questa notte, hanno fatto un mezzo cambio dell’armadio.
Certamente, molti, con un certo compiacimento.
Oggi è il 31 agosto per pura formalità. Sembra un fine settembre di quei settembre classici. Di quelli in cui, tra uno sguardo alla strada bagnata e uno al cielo scuro, intarsiavo piccoli entusiasmi progettuali. I propositi per il vero inizio dell’anno, che culminava in primavera e iniziava a decadere in estate.
Ho sonno. Ho bisogno di dormire.

Ho bisogno di un tot di giorni profondamente selvaggi, di barbonaggio spinto, di isolamento totale, di regole esplose, di corpo messo in condizioni di urlare le sue reali necessità.
Un periodo di abbrutimento terapeutico.
Tanto per ritualizzare il ritorno all’essenza.
Ore di sedute insensate nel silenzio profondo, ai confini del niente, tangenti quella cosa che ci spaventa e ci fa sentire diversi.
Tutti possiamo raggiungerla, tutti la neghiamo.
Negando, così facendo, la parte più reale di noi stessi.
Sono spaventata ma pronta ad affrontare il guardiano più temibile: quello che è sempre stato, apparso, palesato. Quello che ci hanno sempre detto, quello che abbiamo sempre creduto, tutte le esperienze indotte da modelli a noi precedenti che originano spaventosi interventi risanatori da parte del nostro spirito: la mente e tutti i suoi scagnozzi.
Il medium indispensabile per intesserci robustamente nella trama della coscienza comune.

Voglio un autentico ritiro.
Un mese sabbatico senza obblighi, senza orari, senza condizioni, senza parole, senza scambi con alcuni che non siano le mie sagge e silenti sfingi di pelliccia.
Poca musica. Molto silenzio. Poche auto, molto vento tra gli alberi, come nei migliori cliché. Poche voci, molto gorgoglìo di acque libere e fredde e inesorabilmente correnti.
Fare niente. Fare niente e stare.
Stare semplicemente. Non mi serve altro.
Solo così posso sperare di udire ancora la mia vera voce.
Perché c’è. Lo so che da qualche parte, sotto tutti questi infiniti rumori sovrapposti, lei c’è.

Chi se la sente di dirmi che non c’è bisogno della grotta e la pelle di leopardo per compiere questa suprema magia?

Dacci il nostro Tao quotidiano

Il mondo è un mercato.
La mente è un mercato.
Tutto si definisce in termini di cose e anti-cose.
Ovunque entra qualcosa facendone uscire un’altra.
Ovunque la destra presuppone la sinistra, l’alto presuppone il basso,
il dare precede o segue il ricevere, ecc. Solite cose, soliti esempi.
In ogni caso c’è la conservazione di un intero.
Un intero prestabilito.
Equivale a dire, dicendola con comune senso, che tutto ha un prezzo.
Entra il panino, escono 3 euro. Esce una battuta, entra una risata.
Entra uno schiaffo, esce un urlo.
Esce una pazienza, entra una speranza.
Sulle faccende non materiali, l’arte del compromesso è la soluzione – paradossalmente – più chiara e definita e forse anche saggia rispetto ad una franca predominanza sull’esterno che, volitiva e funzionalmente aggressiva, pare prevalere e vincere e che invece finisce per creare voragini di vuoto all’interno.

Lo so, non sono chiara questa volta.
Sono immagini, suggestioni appena abbozzate, appena nate.
Fa niente.
Troppo importanti però per lasciarle perdere.
Questa riflessione nasce dalla consapevolezza di un mio atteggiamento personale.
Un atteggiamento da pecora, che diventa moneta di scambio.
Quanta gente lo fa senza saperlo.

Il germe della ribellione cresce, scoppietta, si agita e contunde le mie pareti interne troppo vive e dignitose per ricoprirsi di callosità da rassegnate sconfitte.

Sarà una giornata impegnativa.

Provvidenziali salvataggi (c’è una speranza per tutti)

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…..E poi c’è una cosa.
Una cosa non nuova, ma che appare molto raramente nella mia vita.
Una cosa misteriosa che risale alla superficie nei momenti più tragici, più difficili da superare.
Quelli in cui sento una pena dentro come un qualcosa tirato allo spasimo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.
Il mio equilibrio, direi.
Di questa cosa non intravedo la forma. Non riesco nemmeno a tastarne la consistenza.
Ho idea che sia sottile. Che sia qualcosa che si perfonde in me, che crei una specie di rete invisibile che mi impedisce di andare in pezzi, contenendomi in modo libero ed elastico, in modo da mantenere una peculiarità di forma senza costrizioni decise.
Questa è la cosa – non saprei definirla – che segna lo stop in certe divagazioni del mio essere. Come un’orbita oltre la quale non posso cadere senza perdermi.
È quella cosa che mi blocca nel momento appena prima di.
Ed è la stessa cosa che mi sposta di colpo su una trattoria che io non vedo e che riconosco come profondamente coerente a me, con il famoso senno di poi.
………

(dai Diari privati del Gatto)

Cosa conta

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Un buon momento per capire
cosa conta davvero.

Politrauma (terapia del)

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Arriva un giorno in cui si è disposti a prendersi tutte le responsabilità.
E tutte le colpe.
Anche di ignoti.

Fa caldo, gatti.

I sacchi neri

Domenica.
Nei sacchi neri ci abbiamo messo le spoglie di una passata presenza.
Gli accessori di un passaggio in questa realtà, stipati da quasi un anno in un armadio semplice, di legno liscio, nell’attesa che venisse il tempo.
Nei sacchi neri buttiamo l’obsolescenza annidata nella nostra mente.
Facciamo praticamente un rituale, elementare e solenne, con le ciabatte ai piedi e le tende aperte.
Naturalmente, in una giornata di sole.
Con la porta spalancata su latrati lontani, su gatti appollaiati con occhi socchiusi e campane domenicali che mi entrano nel midollo.

Dai sacchi neri si sono liberati ricordi teneri e anche un po’ ridicoli di una infanzia condivisa e ricordata a pezzi. Che sussulta appena, tra le nostre parole e le nostre risate, prima di ripiegarsi per sempre all’interno di una storia compiuta. Che resterà da oggi, indisturbata, distesa a strati nelle fondamenta. Sempre presente, ma lontana dal frenetico quotidiano.
Dai sacchi neri sono evasi i pomeriggi al torrente, imprigionati nelle fibre di una maglietta a righe, insieme a quel sole pazzesco, quella luce che faceva strizzare gli occhi.
È uscita quella cancellata bianca e le mani di papà, mai sporche, mai rovinate. Sono usciti lavoretti in legno, salse di pomodoro fatte in casa, frutta raccolta, terra zappata, frittate con l’erba amara e poi tetti, pavimenti e odore di calce e cemento.
Tra i sacchi neri ho fregiato mio fratello del titolo di Ragionevole Concreto. Meritevole di avermi impedito di tenere un passamontagna giurassico verde militare, un giaccone delle ferrovie e un paio di calzerotti fatti a mano, numero 43.

I sacchi neri sono un pettine che scioglie nodi.
Sono un’essenza odorosa che scivola sulla pelle, che subito brucia ma che poi mette in bolla i ricordi.
Bonne nuit.