Rehab

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Scusate, ma al momento di pubblicare ho pensato che è meglio tacere.
Aggiornerò l’articolo più avanti, quando sarò più a piombo.
Giuro che non manometterò alcuna parola.
La foto però la metto perché mi piace troppo.

Ecco il testo (19.12.12);

Discalimer: questa è una lagna, sappiatelo.

Sono cattiva come sono cattivi tutti quelli che non stanno bene.
I cattivi non esistono.
Esistono solo persone che non stanno bene.

Adesso posso permettermi tutto.
Tutti possono sempre permettersi tutto.
Solo che molti non lo sanno.
Io ora lo so al 90%.
Ma non ce la faccio comunque.

La sutura è completata e brucia, ma uno l’ho tirato fuori.
E ora lo vedo.
Quando le cose le vedi, va già meglio.
Non serve sempre pensare, immaginare, indovinare.
Basta guardare. Percepire l’assetto della materia. I fatti.
Aprire gli occhi dopo un lunghissimo periodo di illusione e osservazione viziata.
Accorgersi che i pesi accumulati a grammi hanno formato una tonnellata.
È evidente ma lo dico: sono addolorata.
Delusa da me stessa e arrabbiata – moltissimo – con me stessa.
Ho mendicato. Che cosa meschina.
Sono stata stupida e inefficace. Il massimo dell’inettitudine.
Ho accettato di passare per l’immatura, l’inopportuna, l’insufficiente della situazione. Ho accettato il dubbio

Hai finito di giocare con le mie frattaglie, piccolo Freud.
Che poi quando devo ricucirmi resto sola come un cactus in Arizona, e non c’è nessuno a passarmi i ferri.

(foto: palla di proiettile, cimelio di famiglia, risalente forse – ma davvero non so – alla seconda guerra mondiale) (perché noi si tiene tutto).

Anabasis


Dal greco, spedizione verso l’interno.
Esplorare e conquistare l’entroterra.
Non è una passeggiata.
Insomma non la è quasi mai, se vogliamo essere onesti fino in fondo.
E io onesta la sono.
Immersa, di tanto in tanto, nel mio fondo oscuro, non faccio mai finta.
Per quanto ne so.

Si capisce che mi ero di nuovo inabissata, no?

Avrei voglia di scrivere liberamente cose che originano dall’Ombra, quelle sensazioni nascoste e primitive che tutti noi occultiamo più o meno coscientemente per etica, per rispetto altrui, per paura.
Vorrei trascrivere immagini forti, eticamente scorrette e rivelare le cose scomode e fastidiose che privatamente e con una certa fatica, porto alla luce per trasmutare ed integrare.
Vorrei concedermi uno spazio per il lamento, l’aspra critica, per l’insulto, per l’orrore e per l’oscenità che voglio permettermi in piena consapevolezza, appena prima di cominciare la fatica di astenermene e dissolverne i contenuti.
Vorrei chiamare le cose con il loro nome. Anzi no, con quella qualità tutta mia personale, con quella viziata forma con cui nascono da un certo segmento della personalità.
Quell’identità, tra le tante, che soffre e si torce.
E che forse, sta – finalmente – per morire.
Vorrei sdoganare un rabbioso turpiloquio, corposo e carico di materia. Buttando fuori vecchie bolle di energia compressa e fermentata.
Libera da quella correttezza e quello sforzo trasformativo che accompagnano la mia presunta crescita personale e che vengono solo dopo aver stanato le bestie.
Non posso risolvere i miei mostri senza conoscerli.
E non posso esimermi dall’avere un pubblico, anche solo teorico, per non rischiare di rimangiarmi tutto, rinnegarmi e, in definitiva ricacciare i temuti enti nell’Ombra.
Tutto ciò che non viene esposto alla luce fermenta, marcisce.
Non voglio che la mia carne venga corrotta.
Detto questo, mi calmo, intanto qui non posso farlo.
Dovrò darmi all’espressione figurativa.
E, in ogni caso, ora va meglio.
Che salto, ragazzi.
Sono tornata alla superficie.
Anzi, di più, più in alto: vedo l’azzurro sconfinato del cielo, mio padre, e l’aria è tanta. E fresca. E io respiro. E io sono viva.
Anche voi, gattoni, siete vivi.
Non è una cosa meravigliosa?

L’anima con le borchie

Quand’é che il mostro sei tu?
Sempre. Il mostro sei SEMPRE tu.
Dopo anni di autoanalisi de’ noantri, dopo insegnamenti plurimi sull’equilibrio psicofisico e sulla (da te spesso diffidata) esistenza di una dimensione spirituale,
ti siedi nei seggiolini color faggio della sala d’attesa delle poste, con in tasca il numero E183 e scrivi la genialata che hai capito.
Quella che hai sentito nei visceri quando hai incrociato il tuo sguardo nello specchietto retrovisore, circa 15 minuti fa, alla rotonda dell’outlet e ti sei vista uno schifo. Brutta, sporca, peccaminosa. Lucida e brillante fuori, come una mela col verme dentro. Corrotta, difettosa, deviata, maldestramente ingannevole e stanca. Stanca morta di voler essere a tutti i costi non si sa cosa.
(Che non sia, naturalmente, quella che sei.)
In pratica hai scoperto che nessun al mondo avrebbe nulla da ridire su come ti vesti, su quello che mangi, su quanto dormi e su quello che ti piacerebbe fare tranne che quell’improbabile tipa che ti fissa attonita, la mattina, allo specchio.
Che sei tu che non ti sopporti.
Che sei tu che ti critichi.
Che sei tu che ti giudichi.
Che sei tu che non ti vai bene.
Che sei tu che non ti vuoi bene.

Che sei tu il mostro che, mentre ignara intrecci contenuti di superficie sentendoti intelligente e phyga (lo scrivo così perché temo i motori di ricerca), pianta i paletti nelle tue fondamenta, costruisce trappole nuove su tagliole antiche, tende lenze ed erige muri.
Non statemi a dire che lo sapete già.
Il mondo pullula di manuali di auto-aiuto e di condivisioni facebookkiane in cui si proclama che i limiti sono nella nostra mente.
Non tutti lo sanno davvero, io per prima fino a ieri.
Non si tratta di capirlo o di scriverlo.
Si tratta di sentirlo.
Non sono teorie.
È guardarti e, molto sinceramente, in quel momento non piacerti.
Sono quegli attimi in cui affiora il tuo demone e ti mostra quanto puoi essere brutta, cattiva, sbagliata.
È un’improvvisa buca su una strada liscia.
È vita, comunque. Vita tempestata da mille borchiette di anti-vita.
Siamo al numero E177 e dopo questa visione delle borchiette, direi che è meglio se la mollo li.
Tanto, sono comunque di buon umore.
Buona serata mostriciattoli.

Decreti di fine settembre

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La cucina sottosopra, settemila barattoli sul tavolo, aspirapolvere e scatole tra i piedi, gatti ovunque.
Prendo un grosso sacchetto di nocciole, un grilletto di plastica, lo schiaccianoci e vado in terrazza a perdere tempo con qualcosa di assolutamente non prioritario.
Durante la meditazione contadina (per dargli un tono) che durerà ore, promulgo quanto segue:

Legge 1: fare esperienze ed acquisizioni che mi posso permettere.
Dettagli: Applicabile a tutti gli ambiti: acquisti, sentimenti, viaggi, esperienze, collocazione di aspirazioni e ambizioni. Non muoversi di casa se non a piedi.
Decorrenza: immediata.
Validità: fino a raggiungimento dei crediti necessari per il prossimo livello.
Strumenti a disposizione: disciplina e raziocinio, consapevolezza della casta (mondana e spirituale) di appartenenza. Ridimensionamento dell’ego.

Legge 2: casa mia non è (più) un parcheggio temporaneo, né un magazzino, né un capanno di campagna, né la succursale novese del Victoria & Albert Museum.
Dettagli: applicabile in ogni stanza, con particolare attenzione alla Stanza del Chaos. Urgente ripristino della terrazza, detta anche il cimitero dei vegetali che furono.
Decorrenza: immediata
Validità: fino a missione compiuta
Strumenti a disposizione: sacchi neri, stracci, aspirapolvere, olio di gomito, implacabilità, spirito ninja.

Legge 3: silenzio
Dettagli: totalità ed universalità negli ambiti di applicazione.
Decorrenza: immediata
Validità: nella quotidianità, a termine di stato psichico alterato. Intimamente parlando, in eterno.
Strumenti a disposizione: isolamento, disciplina.

Legge 4: invece di scrivere, comincia, cazzo.

Si può ancora fare

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Il Velo alzato, per un attimo

Ecco

Pit stop

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La temperatura si è decisamente abbassata. L’estate è andata.
Ricompaiono i soliti personaggi lungo la banchina della stazione.
I pendolari hanno già le giacchette impermeabili.
Tutti, questa notte, hanno fatto un mezzo cambio dell’armadio.
Certamente, molti, con un certo compiacimento.
Oggi è il 31 agosto per pura formalità. Sembra un fine settembre di quei settembre classici. Di quelli in cui, tra uno sguardo alla strada bagnata e uno al cielo scuro, intarsiavo piccoli entusiasmi progettuali. I propositi per il vero inizio dell’anno, che culminava in primavera e iniziava a decadere in estate.
Ho sonno. Ho bisogno di dormire.

Ho bisogno di un tot di giorni profondamente selvaggi, di barbonaggio spinto, di isolamento totale, di regole esplose, di corpo messo in condizioni di urlare le sue reali necessità.
Un periodo di abbrutimento terapeutico.
Tanto per ritualizzare il ritorno all’essenza.
Ore di sedute insensate nel silenzio profondo, ai confini del niente, tangenti quella cosa che ci spaventa e ci fa sentire diversi.
Tutti possiamo raggiungerla, tutti la neghiamo.
Negando, così facendo, la parte più reale di noi stessi.
Sono spaventata ma pronta ad affrontare il guardiano più temibile: quello che è sempre stato, apparso, palesato. Quello che ci hanno sempre detto, quello che abbiamo sempre creduto, tutte le esperienze indotte da modelli a noi precedenti che originano spaventosi interventi risanatori da parte del nostro spirito: la mente e tutti i suoi scagnozzi.
Il medium indispensabile per intesserci robustamente nella trama della coscienza comune.

Voglio un autentico ritiro.
Un mese sabbatico senza obblighi, senza orari, senza condizioni, senza parole, senza scambi con alcuni che non siano le mie sagge e silenti sfingi di pelliccia.
Poca musica. Molto silenzio. Poche auto, molto vento tra gli alberi, come nei migliori cliché. Poche voci, molto gorgoglìo di acque libere e fredde e inesorabilmente correnti.
Fare niente. Fare niente e stare.
Stare semplicemente. Non mi serve altro.
Solo così posso sperare di udire ancora la mia vera voce.
Perché c’è. Lo so che da qualche parte, sotto tutti questi infiniti rumori sovrapposti, lei c’è.

Chi se la sente di dirmi che non c’è bisogno della grotta e la pelle di leopardo per compiere questa suprema magia?

Dacci il nostro Tao quotidiano

Il mondo è un mercato.
La mente è un mercato.
Tutto si definisce in termini di cose e anti-cose.
Ovunque entra qualcosa facendone uscire un’altra.
Ovunque la destra presuppone la sinistra, l’alto presuppone il basso,
il dare precede o segue il ricevere, ecc. Solite cose, soliti esempi.
In ogni caso c’è la conservazione di un intero.
Un intero prestabilito.
Equivale a dire, dicendola con comune senso, che tutto ha un prezzo.
Entra il panino, escono 3 euro. Esce una battuta, entra una risata.
Entra uno schiaffo, esce un urlo.
Esce una pazienza, entra una speranza.
Sulle faccende non materiali, l’arte del compromesso è la soluzione – paradossalmente – più chiara e definita e forse anche saggia rispetto ad una franca predominanza sull’esterno che, volitiva e funzionalmente aggressiva, pare prevalere e vincere e che invece finisce per creare voragini di vuoto all’interno.

Lo so, non sono chiara questa volta.
Sono immagini, suggestioni appena abbozzate, appena nate.
Fa niente.
Troppo importanti però per lasciarle perdere.
Questa riflessione nasce dalla consapevolezza di un mio atteggiamento personale.
Un atteggiamento da pecora, che diventa moneta di scambio.
Quanta gente lo fa senza saperlo.

Il germe della ribellione cresce, scoppietta, si agita e contunde le mie pareti interne troppo vive e dignitose per ricoprirsi di callosità da rassegnate sconfitte.

Sarà una giornata impegnativa.

Politrauma (terapia del)

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Arriva un giorno in cui si è disposti a prendersi tutte le responsabilità.
E tutte le colpe.
Anche di ignoti.

Fa caldo, gatti.

Cose che voglio fare

Voglio risalire il Borbera tra Persi e Pertuso: 4 km sul letto del torrente, in una gola scavata nei conglomerati di Savignone e ornata da boschi che, da lontano, sembrano manti di soffice verde moquette. Lo zio dice che ci sono pozze d’acqua profonde e verdissime e che si guada il corso d’acqua qualcosa come 59 volte.
Scarpette di gomma, costume e via.
Da fare a Luglio e in caso di Agosto caldissimo: l’acqua è ghiacciata.

Un seminario di danza Butoh di cui ho letto e di cui in realtà non so nulla.
Dal poco che ne so (il corso lo tiene una mia amica) deve essere qualcosa assolutamente nelle mie corde, nonostante io e la coreografia siamo affini come lo può essere un artista di strada rispetto ad un manager della City. Pare un esercizio di presenza assoluta nel corpo che si muove, striscia, si erge e si abbandona come una pianta che segue la luce, come un neonato che esplora lo spazio, come una radice che si propaga in armonia con la forma e la consistenza della terra che la ospita.
Magari non è vero niente ed è tutt’altra cosa. Ma queste suggestioni che in qualche modo ho deciso di avere sono sufficienti a farmi venire voglia di sperimentare.

Iniziare una meditazione, ad occhi chiusi, sulle note di Felbomlasztott Mentökocsi, creare immagini di grandi alberi e cattedrali e cieli scuri che si rischiarano e piccoli insetti che restano immobili ad ascoltare la loro breve ed intensa vita, per poi scendere nel silenzio che va oltre il ritmato fruscio del respiro. E poi aprire gli occhi, nuova di zecca, ascoltando il fresco sulla fronte e la forte presenza delle mie mani.

Voglio andare a visitare un grande museo d’arte e, una volta uscita, sedermi in un caffè e guardare cose e persone a caso, per sperimentare il contrasto delle immagini, lo shock dell’essere entrata e poi uscita da un mondo nel mondo e capire ancora meglio che decido io dove mi trovo e come mi ci trovo. Conoscere la soglia dei miei corpi e cogliere il senso della vera libertà di movimento.

Voglio farmi fare un massaggio ogni due settimane almeno.

Voglio fare miliardi di fotografie e affinare l’abilità di cogliere l’essenza di luoghi, cose e persone. Se potrò permettermelo, magari anche un buon corso di fotografia per arricchire la strumentazione percettiva, evitare il barocco (laddove non sia protagonista) e velocizzare la resa delle mie intenzioni.

Voglio muovermi di più, mangiare meglio, dormire di più e latitare dalla testa e sentirmi fortemente nella carne.

Per ora non mi viene in mente altro.
Intanto, buon ferragosto.