Un canto antico

È l’inizio di una notte.
Ho indossato una giacca pesante e sono qui ad ascoltare la pioggia,
protetta dalla terrazza e da una semioscurità che ora mi è affine.

La pioggia è la voce del cielo per la terra.
È un dono, una musica; un canto, un atto d’amore.
Un suono primordiale, radicale, universale.

I ritmi della naturale caduta si sovrappongono al gocciolio delle gronde
su altre superfici e al sottile suono dei rivoli raccolti in certi dove,
in una sequenza apparentemente regolare che a tratti si interrompe o si impenna come per mano di un invisibile solista.

Piove, in questo ennesimo famigerato Aprile.

Profumo di freno

Stamattina ho iniziato la mia giornata di pendolare in modo inconsueto.
Dalla stazione di partenza a quella di arrivo sono stata circondata da profumi, da odori gradevolissimi.
So che questo potrebbe apparire un esordio ironico o, peggio, sarcastico: ogni pendolare sa che il treno puzza.
I treni puzzano, senza eccezioni.
Se durante l’inverno questa è una realtà opinabile, in estate questa verità esplode in tutta la sua grandezza. E non sto ad elencare nello specifico, tutte le varietà degli olezzi e le sottospecie delle origini di tali emanazioni.
Invece stamattina era tutto un profumo.
Profumi. Profumi di bagnoschiuma, profumi di chewingum alla menta, profumo di profumi, da uomo e da donna, davvero graditi. Alcuni di essi ben conosciuti dalla sottoscritta.
Adoro i profumi (non tutti, ovviamente). Tanto da chiederne, alle persone che in un certo momento mi gravitano intorno affascinando il mio senso olfattivo, il nome, il marchio o qualunque altra informazione che me lo renda potenzialmente raggiungibile.
Non è uno scherzo. Mi è capitato di chiederlo anche a perfetti sconosciuti.
È più forte di me e non me ne frega niente se faccio la figura della strana.
Stamattina non ho chiesto nulla a nessuno. Troppo presto: non metto a repentaglio la mia proverbiale tecnica di invisibilità per attaccare bottone impunemente con uno sconosciuto. Ma mi sono ritrovata a fare il segugio inseguendo un profumo straordinario che sapeva di forza, di arte e di mistero.
Ho seguito lentamente (la velocità del passo collettivo da pecore tipico di chi scende in una piccola stazione molto frequentata) un signore di mezza età che lasciava dietro di sé questa discreta scia di suggestione olfattiva davvero incantevole.
(“Incantevole” da “incanto”, letteralmente. Non userei mai questo termine in altro modo. Vi parrebbe il mio stile?).
Insomma, altro che puzze da treno. Una mattinata più unica che rara.

C’è solo un odoraccio che, nella consueta immersione nelle puzze da treno, mi lascia perplessa. Perché è una puzza, appunto, ovvia, funzionale ed inevitabile che però a me piace parecchio.
È l’odore dei freni del treno. Un odore che mi lega a ricordi di viaggi-vacanza, di puntate quotidiane al mare nei giorni torridi di luglio, di sandali ai piedi, di campanelli che annunciano l’arrivo del convoglio nelle piccolissime stazioni liguri di riviera, di pelle cosparsa di sale e capelli in disordine.
È l’odore dell’estate di un tempo.
Il profumo di freno.

È arrivato l’arrotino?

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Se il chicco di frumento..

Primo giorno di Primavera.
Questo nome ha il colore, il profumo e la delicatezza delle primule.
Una delicatezza che cela in sé una straordinaria forza.
Quella che spacca i bordi dell’asfalto per far strada all’erba giovane.
Quella che erompe da sotto, inumidendo l’aridità della terra ancora fredda.
Sono correnti circolari quelle della vita.

C’erano – ci saranno ancora – parole che cantavo in chiesa quando ero adolescente.
Dicevano così:

“Se il chicco di frumento
non cade nella terra e non muore
rimane da solo.
Se muore crescerà.
………….
Come il tralcio che piange
anche tu fiorirai.
Viene la primavera
l’inverno se ne va”.

Cattolicesismi a parte, non è male.
Buona Primavera.

Droghe e videogiochi

(Anti post del precedente)
Ho avuto una pensata mentre stiravo.
Una volta c’era la religione che era l’oppio dei popoli.
Oggi quella simpatica trovata fa acqua da tutte le parti: siamo diventati troppo furbi e disincantati.
E l’oppio dobbiamo comprarcelo e chi non ha soldi ce l’ha nello stoppino.
Le cose sono così come sono.
Non c’è ragione. Non c’è un vero motivo.
Ognuno ha una funzione a caso e se non sa qual’é è proprio sfigato: nella migliore delle ipotesi si annoia. Oppure cerca, appunto, qualche droga.
Il mondo è un grande videogioco 3D di qualche creatura che sta a noi come noi stiamo alle cavie della Monsanto.
Siamo un esperimento di cui ignoro un’eventuale utilità.
Siamo spuntati fuori a caso. E non andiamo da nessuna parte.
A parte vicino alle carote, quando sarà il momento.
Tutto questo mi rilassa molto.
Credo di essere molto vicina all’illuminazione.

Momento Frankenstein

Seguo da qualche anno Salvatore Brizzi e la sua scuola di Risveglio.
La parola “risveglio” può far sorridere i detrattori del lavoro su di sé.
Al pari di “illuminazione” e sostantivi equivalenti, svalutati dall’abuso che se ne è fatto durante l’ultimo decennio grazie alla corrente culturale e pseudo-spirituale conosciuta universalmente sotto il roseo nome di New Age, il percorso ultrapsicologico del “conosci te stesso” espone a sguardi di sufficienza, equivoci interpretativi e, nei casi peggiori, ad una sommessa derisione da parte della maggior parte della gente.
Del resto, si sa, lavorare su se stessi è una gran fatica. E, soprattutto, spesso i risultati non sono evidenti ad un occhio esterno come desidereremmo che fosse, visto che non siamo ancora illuminati e ce ne frega parecchio del giudizio altrui, essendone noi pregni fino al midollo. Vorremmo che i frutti del lavoro si palesassero subito e in modo inequivocabile se non altro per dare un senso a tutto questo impegno che, nei momenti di crisi ci riempie di dubbio e ci porta a farci (tante, troppe) domande.
Comunque l’argomento è più che vasto e non intendo farne un trattato né farmi portavoce di esso visto che sono ancora indietro come le balle del cane – detto popolare poco elegante tipico della mia zona.

Tuttavia vorrei scrivere una riflessione che mi agghiaccia, mi disturba, mi traumatizza ogni volta. E tale riflessione riguarda il principio fondamentale su cui si fonda il concetto di responsabilità della propria vita e quindi, in un’ultima analisi, della Libertà dell’uomo. Concetto che permea totalmente il percorso della conoscenza di se e dell’eventuale cambiamento evolutivo che ad essa, se ci va di culo e siamo stati bravi, ne consegue.
Chi legge ed è qualcuno che normalmente accetta questo tipo di insegnamento senza fiatare, non si offenda per l’ironia e le battute (tipo quella contenuta nella precedente frase): la mia è un’ironia giocosa, funzionale allo scritto e un po’ narcisistica e, fondamentalmente, si tratta della mia firma, l’impronta onnipresente del mio atteggiamento salvavita.
Quindi non dissacro, ma ironizzo per non soccombere.

Tale principio è quello secondo il quale il mondo così come lo vediamo, lo percepiamo e lo viviamo, lo creiamo noi. Il mondo è la tua ombra, mi viene detto. “Cambia tu ed il mondo è costretto a seguirti”. Ovvero, il mondo è una mia proiezione.
Non voglio convincere nessuno e perciò non spiegherò cosa significa in modo approfondito questo concetto. Anche perché dubito davvero di essere in grado di farlo in modo pulito e completo. Ma, in soldoni, credo che si possa riassumere con queste parole: ogni cosa presente nella nostra vita, in qualche modo ce la siamo scelta ed è la fedele rappresentazione dei nostri contenuti interiori.
E questo ci va bene finché parliamo di automobili, borse, vacanze, tovaglie e smalto per le unghie. Quando cominciamo a mettere in ballo le persone o gli ambiti fondamentali della vita, che normalmente paiono dispensati dal caso o dal famigerato destino, il discorso cambia. Partiamo ad esempio dagli amici che possiamo sempre cercare e trovare, cambiare, lasciare. Si. Ma non è semplice, vero?
Passiamo poi per il lavoro, i colleghi, con i quali ci intratteniamo per una grande percentuale del nostro tempo. Com’è possibile che io stessa abbia “scelto” il mio capo? Proprio lui? Proprio quello li? Capite? Passiamo poi per i vari fidanzati, amanti, mariti, mogli, concubine, trombamici, etc. Per arrivare all’estremo rappresentato dai genitori e altri stretti parenti.
Qui l’illusione è ancora più spettacolare: siamo costretti ad abbandonare romantiche teorie sulle anime gemelle, e tortuose psicogiustificazioni sui bisogni, sui cliché culturali del momento e sugli innumerevoli traumi infantili che non ricordiamo ma ci devono essere per forza, vista la situazione!
In realtà, poi, queste cose che ho appena citato sono assolutamente plausibili (e anche funzionali all’evoluzione, pare) MA verificare la loro esistenza non ci consola affatto! Non basta. Non serve, in sé. Non giustifica nulla. Prima di tutto perché siamo responsabili anche di quelle. E poi perché andranno anche prese in considerazione, analizzate e studiate, ma vanno soprattutto SUPERATE.
Loro sono il passato e il passato non si può cambiare. Oggi, si, possiamo cambiare qualcosa, ma gli ingredienti sono sempre quelli. Gli esiti del passato, così come ce li troviamo in tasca. Non servono minuziose analisi: il tempo vola.
Serve una nuova ricetta con quello che si ha in frigo. Anche se quello che si ha in frigo, secondo il parere di alcuni – un parere che finisce per convincerci – è irrimediabilmente corrotto. Andato a male per illusioni, ingenuità, superficialità, egoismo, noncuranze varie e, soprattutto per una grande ignoranza.
Perciò i residui del passato non vanno rifiutati ma considerati per quello che sono: un punto di partenza che è così e resta così. Dobbiamo accettarli, farcene una ragione, integrarli ed andare oltre.
Niente scuse! “O scuse, o risultati!” (cit. T. Harv Eker).
Siamo insomma costretti ad ipotizzare e valutare il fatto che va tutto bene così com’è, perché se così non fosse, non ci troveremmo di sicuro a fianco di Tizio o in ufficio con Caio. Che quelle persone servono alla nostra crescita, che la vita ci da quello che ci serve in esatta misura, in un dato preciso modo, proprio in quell’istante.
Parliamo non solo di persone, ma anche, naturalmente, di certe situazioni, certi contesti, certi eventi o condizioni o imprevisti.
Sentirsi dire che ci siamo scelti pure quelli, in certi casi, stimola la partenza del famigerato “embolo” (cit.GG). Ce la prendiamo con la nostra anima? Ma poi, un’anima ce l’abbiamo?
Io non saprei. Dipende dal giorno in cui me lo chiedo.
Insomma, si dice quindi che certi contesti ci servivano (anche se non lo sapevamo) e ce li siamo CREATI.
A questa punto la differenza tra me e Dio è, come si dice, appunto, zero.
Difficile da mandare giù. Libertà vera! Responsabilità totale!!
E qui, per una comune impiegata statale con un universo personale grande quanto un fazzoletto, comincia il rischio follia.
Perché capita a tutti – e ci sarà una ragione anche per questo – di pasticciare un po’ con gli ingredienti e sfornare certi periodi che assomigliano a notti invernali in Transilvania.
Capita a tutti di creare inferni o mettere in piedi mostri antropomorfi che percepiamo come separati da noi. O che, se siamo proprio messi male, vediamo direttamente allo specchio in certi giorni..
Capita a tutti un periodo Frankenstein. Periodo in cui quello che crei non è molto diverso da un day after, da un diluvio universale senza arca e senza Noè, o da un morto riciclato pieno di cicatrici che hai proiettato sul povero vicino di turno, all’accensione del tuo proiettore interno.

Cosa? Devo smettere?
Troppo tardi.

Tutto questo l’ho scritto ieri pomeriggio.
Oggi aggiungo, ascoltando attentamente le parole che mi sono detta da sola attraverso il mondo esterno, che sono piena di molta più cacca di quanto credessi.

Sguardi aerei

Certe vite sono una sequenza di scelte sbagliate.
Una più una meno, cosa vuoi che sia.
Buongiorno. Si fa per dire.

Timori notturni

Questo buio stanotte è poco denso.
Non è che mi esce fuori qualche fantasmino?
Anche no, per favore.

Cosa si mangia stasera?

Certe terre promesse sono come la carota dell’asino.
Tu vai avanti e non la prendi mai.

Nel menù oggi, oltre alla carota dell’asino, abbiamo anche
la sindrome del binario, l’avvistamento della chimera,
il miraggio perfetto, l’epopea del paradosso.
E una serie infinita di rifrazioni, come di due specchi
messi l’uno di fronte all’altro, tali da portare alla follia.
Per non rischiare, vado a dormire.
Buonanotte supergatti.

I segreti della schiavitù finanziaria

Posso sfogarmi una volta ogni tanto? Si? Certo. Questo è il mio diario. 
E poi mica sono sempre al top.
Ho impiegato 15 anni a non farmi sopraffare dalle spese per ritrovarmi
oggi con un prossimo gigantesco rosso in un mese già critico di per sé.
Roba da intaccare i risparmi. Ad averceli.
Se c’è una cosa che mi fa morire di stress è questo.
Sento di nuovo quel senso di angoscioso mancamento alla sola idea di come andranno le cose nelle prossime settimane.
Faccio una vita sproporzionata al mio reddito. Punto.
Non c’è altra spiegazione. Non può esserci altra spiegazione.
Sono stressata, schiacciata, mi sento male, malissimo, 
inchiodata in un senso di eterna impossibilità.
Certo. Posso sempre RISPARMIARE. 
Fatemi capire: una volta uscivo a cena almeno un paio di volte alla settimana, cinema, palestra, giornali, aperitivi, lotto, stupidaggini e cazzeggi vari.
Adesso dico, ADESSO, dove vanno?
Ora mi chiudo in casa, non faccio colazioni fuori (cioè, mi alzo alle 5?),
vado a fare la spesa solo al discount, spengo le luci, smetto di fumare (anche questa l’ho già sentita dire), vedrò di non perdere mai più il treno, e di limitare l’uso dell’automobile ad un solo viaggio per settimana. Se proprio è necessario.
Basterà? NO. Perché in questa florida situazione ho anche avuto il coraggio di prendermi impegni che non posso mantenere.
Sono caduta nella trappola del Vorrei Ma Non Posso! Che stupida.
Sono un’idiota.
(e, oggi, anche un po’ nervosa…)
Va be’. Per la legge di compensazione, il prossimo articolo sarà angelico, dai.