I gigli

Oggi è il 3 giugno. Mi ricordo eh!
Ho sentito Fabri al telefono: è in aeroporto e sta per partire per una breve vacanza.
Mi ha detto che quest’anno i gigli non sono fioriti. Anzi non sono proprio nati. Peccato. Avevo pensato proprio di passare a prenderne 2 o 3 prima di tornare a casa. In questi ultimi anni erano puntualissimi (tranne, a dire il vero, l’anno scorso che erano in anticipo. Nella prima meta di Maggio erano già fioriti.) 
E quest’anno niente.
Che significa?
Pare brutto a vederla così, ma io che credo nei segni, credo sia un buon segno: staccata definitivamente dalla Terra, hai terminato la tua Nigredo finale.

I gigli sono bianchi. Sono com’era una parte di te.
Sono come è una parte di tutti noi.
Sono come una pagina che ancora deve essere scritta, come lo è ogni giorno, alla luce del primo mattino.

Io sto bene. Credo che presto cambieranno molte cose.
Ciao

Il mondo è dentro di me

Amo fare le liste. 
La lista per la valigia, quando parto per una vacanza.
La lista delle cose da non dimenticare, quando vado via anche solo per due giorni.
La lista della spesa.
La lista delle cose da fare per il giorno dopo.
La lista delle cose che vorrei a breve.
La lista delle cose che vorrei.
In questo ultimo periodo, la lista che mi riesce meglio e che si compila da sola nella mia testa senza che io ne sancisca volontariamente l’inizio, è quella dei fastidi.
Le cose che mi danno fastidio.
Le molte cose che mi danno fastidio.
Le molte cose che mi danno tanto fastidio.
L’elenco sorge da sé. Come un serpentone di pezza che si anima autonomamente sotto il mio sguardo perplesso. Un oggetto bislungo che cresce ed ondeggia e ad ogni svolta d’angolo si riveste d’argento. E che a poco a poco si leviga e si lucida a tal punto da trasformarsi in un specchio sinuoso, di quegli specchi deformanti da baracconi, quelli in cui mi rifletto scorgendomi nelle mie più profonde e talvolta palesi storture.

Mi da fastidio quel tizio che tutte le mattine si mette al centro delle porte del treno per scendere per primo. Ma mi da fastidio perché occupa quella posizione prima di me.
Mi da fastidio il suo zainetto con il perfetto kit da piccolo pendolare in evidenza. Tipo l’ombrellino supercompatto nella tasca laterale che a stento aderisce alla sacca da quanto è piena di roba. Cosa avrà mai da portarsi per trascorrere una giornata in ufficio? Tutto quello che mi porto io, poi penso. Solo che il mio ombrellino è più ingombrante e la mia borsa più gonfia ancora della sua.
Mi da fastidio quello che lancia il mozzicone di sigaretta in mezzo ai binari. 
Ma io faccio peggio: lo lascio cadere facendo finta di niente tra il convoglio e la banchina, appena prima di salire sul minaccioso predellino.
E nel farlo, contestualmente mi vergogno.
Mi da fastidio la collega che è di pessimo umore e saluta a stento. E lo noto mentre penso che non vorrei anima viva nel raggio di 300 metri per almeno un paio d’ore.
Mi da fastidio quella che non si allontana dalla scrivania senza portare con se il cellulare. Mentre spesso io me lo porto anche in bagno.
Mi da fastidio tutto questo gran parlare di spiritualità e di modi alternativi e di downshifting e di fiori di Bach e psicologia della ricchezza e di intelligenza emozionale e di qui-e-ora e di magia e di natura e di filosofia e di crescita personale. E io a casa non ho un libro di argomento diverso da questi tranne il Ricettario Carli e un paio di antichi messali.
Mi da fastidio la signora vestita come una ventenne rampante e mente lo penso mi tiro giù la maglietta smilza nel tentativo di occultare il rotolino che strasborda dai jeans a vita bassa.
Da quando mi hanno messo in testa questa cosa dello “specchio” ho scoperto cose di me che nemmeno il mio peggior nemico.

Tutto (o quasi?) quello che vedo, per come lo vedo, è creato dalla radianza delle mie forme. I miei spigoli, le mie distese, le mie curve, le mie deviazioni.
Il mondo intero è dentro di me.
E ciò mi fa particolarmente piacere se sto semisdraiata in spiaggia con i piedi all’aria, con una mano sulla pancia e nell’altra mano un pezzo di focaccia.
Con tutte le meraviglie di cui mi accorgo quasi quotidianamente, non sono poi così male, no?
Dite “no”.

Pausa pranzo a cinque stelle

Breve sosta su una delle panchine del Belvedere dedicato a Lina Volonghi.
Oggi il mare ha il colore del cielo e si confonde con esso in un tenue celeste all’orizzonte.
Il sole è nascosto ma scalda.
Il salmastro mi lambisce ad ondate richiamando altri odori e memorie antiche che interrompono questo superbo ed indiscutibile silenzio interiore.
Ma chi sta meglio di me?
Torno in ufficio. Ciao gatti.

Un canto antico

È l’inizio di una notte.
Ho indossato una giacca pesante e sono qui ad ascoltare la pioggia,
protetta dalla terrazza e da una semioscurità che ora mi è affine.

La pioggia è la voce del cielo per la terra.
È un dono, una musica; un canto, un atto d’amore.
Un suono primordiale, radicale, universale.

I ritmi della naturale caduta si sovrappongono al gocciolio delle gronde
su altre superfici e al sottile suono dei rivoli raccolti in certi dove,
in una sequenza apparentemente regolare che a tratti si interrompe o si impenna come per mano di un invisibile solista.

Piove, in questo ennesimo famigerato Aprile.

Se il chicco di frumento..

Primo giorno di Primavera.
Questo nome ha il colore, il profumo e la delicatezza delle primule.
Una delicatezza che cela in sé una straordinaria forza.
Quella che spacca i bordi dell’asfalto per far strada all’erba giovane.
Quella che erompe da sotto, inumidendo l’aridità della terra ancora fredda.
Sono correnti circolari quelle della vita.

C’erano – ci saranno ancora – parole che cantavo in chiesa quando ero adolescente.
Dicevano così:

“Se il chicco di frumento
non cade nella terra e non muore
rimane da solo.
Se muore crescerà.
………….
Come il tralcio che piange
anche tu fiorirai.
Viene la primavera
l’inverno se ne va”.

Cattolicesismi a parte, non è male.
Buona Primavera.

Cosa si mangia stasera?

Certe terre promesse sono come la carota dell’asino.
Tu vai avanti e non la prendi mai.

Nel menù oggi, oltre alla carota dell’asino, abbiamo anche
la sindrome del binario, l’avvistamento della chimera,
il miraggio perfetto, l’epopea del paradosso.
E una serie infinita di rifrazioni, come di due specchi
messi l’uno di fronte all’altro, tali da portare alla follia.
Per non rischiare, vado a dormire.
Buonanotte supergatti.

Stormi di uccelli neri

Come esuli pensieri, andare e ritornar.
L’analogia carducciana, nell’atmosfera un po’ fosca e tendenzialmente centripeta ed introvertita dell’autunno, tinge di nero il pensiero che invece potrebbe essere anche colorato, soffice come le nuvole, cangiante come arcobaleni, grande, piccolo, tondo o tagliente, denso o rarefatto.
Degli uccelli il pensiero ha un tratto caratteristico: l’organizzarsi a stormo. Branchi di creature che si uniscono per similitudine, per natura. Gruppi di sostanze assonanti, qualità affini, enti che sorgono da uno stesso terreno energetico.
E quando l’aggregazione che accade si palesa alla nostra coscienza a causa di un improvviso richiamo, uno stimolo ad essa armonico apparentemente casuale, abbiamo la tale giornata. Quella “si” perché galleggiamo su di un aggregato costruttivo, sereno e intriso di entusiasmo, quella “no” perché ci facciamo fagocitare da un stormo di uccelli nerissimi guidati da un paio di spietati rapaci che ci sfibrano il cuore con quei terribili becchi aguzzi.

La maggior parte delle volte però, nelle consuetudini del quotidiano, nel cielo della nostra veglia cosciente passano distrattamente solo alcuni uccellini. Alcuni da soli, altri a coppie o piccoli gruppi. Volteggiano senza una precisa direzione, troppo vaghi per richiamare un movimento corposo o una tendenza realmente migratoria che vira verso le terre calde della congestione emozionale.
Pensieri singoli che sorgono come piccoli funghi da un terreno occulto, nascosto dal fogliame del sottobosco, che ad una attenta ispezione si rivela organizzato da invisibili linee che erroneamente chiamiamo destino.
Di ispezioni però ne abbiamo anche fatte troppe e allora, mente i motorini sfrecciano a lato della mia auto, mentre un debole vento entra dai finestrini portandomi in dono il profumo del mare, mente l’azzurro mi entra dagli occhi e si impossessa del mio corpo facendomi percepire la vibrazione della vita che elettrizza le mie cellule, io guardo come un qualunque spettatore il mio cielo personale. Un cielo luminoso, a tratti invece oscuro, comunque pieno di vita, di cose che sfrecciano veloci, di cose che arrivano, di cose che vanno, di cose che restano.

Penso ai miei gatti, a quell’aria che hanno di chi ha la saggezza incisa sulle ossa. Penso all’essere fedeli alla loro natura, come lo sono tutti gli animali, e alla naturalezza con cui chiedono il cibo e l’amore.
Penso alla polvere che ho sui mobili, le cose da lavare, la terrazza da ripulire.
Penso alla mia casa come ad una precisa radiografia di ciò che io stessa contengo e dei modi in cui io organizzo me stessa e le cose della mia vita.
Mi vengono in mente gli accumuli reiterati e il raptus folle con cui li stermino una volta raggiunto il massimo punto di tolleranza.
Penso all’abbondanza delle cose, soffermandomi su tutto ciò che vedo lungo il tragitto.
Penso alla straordinarie leggi fisiche che permettono all’acqua di rendere il mare blu e alll’atmosfera di rendere il cielo azzurro. 
Gialli o rosa non sarebbero stati la stessa cosa.
Ma forse ci sarebbero piaciuti ugualmente, se fossero sempre stati così.
Penso – capisco – che quindi alcune nostre caratteristiche e certe nostre istanze sono figlie del contesto e non una maledizione o una fortuna.
Penso che tutto è davvero semplice.
E penso che la nostra mente, indispensabile mezzo di decodifica, santa interfaccia per poter vivere il mondano, a volte è proprio un aguzzino.
Penso ad una pianta, trapiantata, spostata e raddrizzata con un bacchetto. Lei cerca la luce e si curva naturalmente verso una delle sue preziose fonti di sostentamento, verso ciò che desidera, e noi la raddrizziamo con un bacchetto! Destinandola ad una tensione per il resto della sua esistenza. Penso che la tensione si trasforma in status, in una nuova forma, dal momento che, come ogni cosa, in natura essa si adatta per sopravvivere. Penso che però non sapremo mai come sarebbe stata altrimenti.
Penso a chi dice che il petrolio finirà. Penso che il petrolio inquini.
E che le energie ecosostenibili non saranno mai alla portata di tutti.
Penso che la verità non la sapremo mai. E che la ragione ce l’abbiamo tutti. Oppure non ce l’ha nessuno.
Penso che lo sgomento vero di chi si pone quesiti esistenziali, sia una folle paura nel rendersi che la relatività regna sovrana e che ognuno di noi produce un intero universo, nello stesso istante in cui si fa una domanda ad esso pertinente.
Che i binari della sicurezza e non esistono per nessuno e ciò che noi cerchiamo quando parliamo di libertà, è già presente nelle nostre vite e nelle nostre coscienze, ma non sappiamo sostenerlo.
Barcolliamo alla vista dell’assoluto relativo (mi si perdoni il gioco di parole), al nostro totale potere soggettivo, e poi giochiamo alla Spiritualità vaneggiando di ricerche dell’Assoluto vero.
Siamo abbastanza ridicoli.
Oggi, una volta alla sbarra del cortile dell’ufficio, ho capito qualcosa di più del famoso motto dell’Oracolo di Delfi.
Conosci te stesso. 
E visto che non sei un fosso, smetti di evitarti.

Le stelle

La sera, prima di andare a dormire – e questo succede in ogni stagione –
vado fuori sulla terrazza a fumarmi l’ultima sigaretta della giornata.
Mi siedo sulla panchina e guardo il cielo.
Sere come quella di oggi, sono sere fortunate: il cielo ha un neroblu preciso,
lucido e le stelle sono ben visibili.
Potrei dar loro uno sguardo senza fine.
C’è una specie di respiro interno che comincia, ogni volta che guardo una stellata.
Non è una cosa che ha a che fare con l’aria fisica.
E’ una sensazione che mi ricorda qualcosa, una specie di movimento traslatorio fisicamente impossibile ma verosimile se penso al senso di me.
Come se fosse la remota memoria di uno spostamento di coscienza.
Una sensazione totale, viscerale, primordiale.
Ogni volta in cui mi accade riconosco che godere di quella vista da sola,
per quanto sia un’esperienza magnifica, è una specie di dono mancato.
Quelle stelle di luce antica e noi che viaggiamo a folle velocità.
Sta lì il senso degli attimi che non tornano.
E che non ti ho dato.
E che tu non hai potuto dare a me.

Incredibile

C.A.L.M.A.

Ci sono cinque cose meravigliose che mi fanno spesso venire voglia di scrivere. Vorrei scrivere di esse. Raccontarle, descriverle, celebrarle.
Ma mi è impossibile perché ogni frase ed ogni parola mi sembrano sempre inadeguate ad esprimere la loro essenza.
Il cielo, l’acqua, la luce, la musica e l’amore.
Non esiste metafora degna per questi doni dell’esistenza.
Di essi possiamo solo fare esperienza.

(la rima finale è involontaria come anche l’acronimo del titolo, che è stato scritto, come sempre, al termine del post. Che bella sorpresa, però. Buongiorno gatti.)