Il Tredici

20130219-222946.jpg

– Sermone sul Senza Nome (solo per chi non ama cabale e scaramanzie). –

Il titolo del post avrebbe dovuto essere Memento Mori oppure appunto il vero nome del XIII Arcano, detto l’Arcano Senza Nome.
Ma siccome vorrei evitare che i lettori maschi si ravanino compulsivamente nelle mutande e le lettrici evitino di andare a toccare metalli in giro (che col freddo che fa in questo periodo, a molte di noi femminucce ci viene il Fenomeno di Raynaud e poi ci tocca tenere i guanti di lana e seta anche in cucina, oppure prendiamo la scossa), lo chiameremo il Tredici.
Perché anch’io a scaramanzia non sto affatto messa male: se ho una paura (non ditemelo che non sono l’unica perché LO SO) è proprio di finire anzitempo tra le braccia del Tredici.
Sta di fatto che, curiosamente, col Tredici ho un rapporto di concettuale confidenza. Specie dopo gli ultimi suoi soggiorni in famiglia.
Ma, soprattutto, – è questo ciò che vorrei dire e illustrare, incrociando tutto l’incrociabile – dell’idea del Tredici mi servo per fare cose.
Cose difficili come quella descritta nel precedente post.
In concreto, riflessioni risveglianti che mi tolgano dal torpore di certe giornate in cui, di sonnolenza parlando, l’unica differenza tra ciò che faccio di notte e ciò che faccio di giorno è che di giorno lo faccio in posizione eretta. O seduta, se sono in ufficio.

Non ricordo mai i sogni. Ma le poche volte che mi restano in mente rivelano, ultimamente, una frequentazione assidua della sottoscritta con individui (di onirica sostanza, ovviamente) del club presieduto dal Tredici.
La cosa non é che mi esalti troppo. Diciamocelo.
Al limite può farmi pensare che di fatto, in qualche altrove, il Tredici non funzioni come funziona qui e perciò potremmo starcene tutti tranquilli senza fare scongiuri inutili.
In realtà credo che, durante il sonno, i miei neurotrasmettitori facciano spettacoli e prove di teatro tanto per non darmi l’idea di stare a perdere del tempo in quelle 5/6 ore di riposo che mi concedo ogni giorno.
E allora ripescano memorie, le riarrangiano un po’, e già che ci sono mi ammansiscono con questa storia di una presunta immortalità.

Qualunque sia la verità sulla natura dei sogni, nella vita propriamente detta il Tredici è uno spauracchio. Una rottura di palle inevitabile. Una tragedia greca, per tutti.
Soprattutto, per chi non vive pienamente.
Curiosamente, proprio per questo motivo è un prezioso alleato.
Scrivo questa cosa perché poco fa ho letto da qualche parte una frase tipo “agisci come se questa fosse l’ultima ora/l’ultimo giorno/l’ultimo mese…”.
Capite che c’è da dare i numeri.

Cose simili si leggono ovunque: escono dalla spremitura delle storielle di ogni credo religioso e/o filosofico, si trovano come frasi in grassetto nei manuali di auto-aiuto della nuova spiritualità, nei titoli pubblicati sui blog di formazione dei manager e/o venditori rampanti.
Cioè, cosa ci starei a fare io qui a stirare, me lo dite?
Quale corto circuito sinaptico mi porterebbe, come di fatto mi porta sempre, a puntare la sveglia alle 6,23 di ogni domani mattina per recarmi, a foggia di zombie, negli uffici dello Zoo Criminale (mentre con la coscienza mi rotolo al sole a Saint Tropez quattro mesi più in là)?
CON TUTTO QUELLO CHE HO DA FARE?
Con tutto quello che vorrei fare.
Con tutto quello che voglio fare davvero.

C’è un problema: che se ragioni così e agisci davvero di conseguenza, il primo che riesce a catturarti ti porta alla neuro.
Sei la cellula impazzita che crea disordine.
Che ricorda a tutti gli altri che non stanno mica vivendo. Stanno, come minimo dormendo. Allora sei da abbattere. Perché il sistema di difesa che utilizzano non dice loro che stanno dormendo, ma che tu sei uno strano, potenzialmente pericoloso e che se non arrivi a contaminare i normali finirai come minimo a fare del disdicevole barbonaggio. E sulla panchina della stazione, tu non ci piaci.
E tu, siccome anche se proclami il contrario, ci tieni alla stima altrui (e non uso la parola giudizio perché sono stufa di sentirla), al salvagente che la mamma e il papà e la maestra ti hanno infilato qualche tempo fa, capitoli irrimediabilmente nelle corde della maggioranza e ti consoli pensando che intanto c’è tempo.
E invece no. Relativamente parlando, di tempo non ce n’è!
Non quanto la nostra mente parrebbe promettere con tutti questi fiumi di proiezioni future sulle quali surfiamo aspettando il magic moment.
Il magic moment per noi normali è sempre Domani.
Domani, quando smetterà di nevicare, domani quando arriverà lo stipendio, domani quando sarò dimagrita, domani quando mi arriverà quel fantastico libro in cui c’è scritto che il Domani mica c’è. C’è solo l’Adesso. Anche se l’Adesso che c’è scritto là, lo leggerò domani.
Dicono che il magic moment è Adesso.
Io l’ho capito con la testa, davvero.
Ma normalmente decido di pensarlo domani.
Quel che non penso comunque a sufficienza è che il Tredici è ovunque, e allo stesso tempo, sempre ad un braccio da te, come dice Don Juan.
Vurria mai che inciampo e ci finisco vicino.

So bene che sono la centomilionesima persona che scrive queste cose. Ma è una lezione, questa. Una lezione per me.
Per me che sono un’accidiosa da competizione, un’indolente da fumeria d’oppio.
Il Tredici ha mille maschere, si declina in mille versioni, con o senza optionals. Impossibile fregarlo.
L’unica cosa sensata è stare all’occhio e rubargli tempo.
Perché il tempo è elastico e questo è molto chiaro.
In pratica, …

(Fine prima parte – non per creare curiosità o aspettative ma semplicemente perché non ho mai terminato il post che giace nelle mie note da una settimana almeno) (e ve lo propino lo stesso).

Yes, we can (change)

20130211-163527.jpg

Oggi nevica anche qui vicino al mare.
C’è una specie di bufera, una piccola tormenta.
L’ufficio è ammutinato: su 9 siamo presenti in 4: tutti malati.
Più facilmente, oso pensare, tutti spaventati dalla neve.
I Ligvri hanno dimenticato la loro originaria tempra selvaggia e si chiudono in casa in attesa della abituale mitezza del luogo.
Tra poco due di questi altri tre, se ne andranno per paura del clou della precipitazione che è prevista alle 13.
Come sempre io in controcorrente: la possibilità di avere una stanza qui farà di me la prima (spero non l’unica) presente in ufficio domani..
Non tradisco la mia politica di sempre: raffreddori, mal di pancia e maltempo in ufficio.
Libertà, benessere e voglia di fare, fuori dall’ufficio e nella bella stagione.
E oggi, già che ci sono, scopro cosa si prova a camminare sotto la neve impazzita a causa dell’imperterrito vento.
Un vento freddo che mi butta i capelli in bocca e negli occhi e mi schiaffeggia a ritmo irregolare e convulso.
Una specie di iniziazione.
Se non mi saltano i nervi, ovviamente.

Stamattina, scrivevo ad un’amica, ho visto come il mio essere recalcitrante ai cambiamenti sia una tendenza generica, globale.
Non c’entra tanto l’ambito del cambiamento, quanto il movimento stesso del “cambiare”.
Del tipo: qui non sono soddisfatta ma conosco l’ambiente, il contesto, l’antifona insomma. Lì potrebbe quasi sicuramente essere meglio ma CHISSÀ. Paura dell’ignoto.
Non c’è in me la concretizzazione spontanea della consapevolezza raggiunta al termine di una valutazione razionale (e/o emozionale): devo pensarci, e pensarci, e ripensarci.
Devo scrivere i pro e i contro, fare le finte con l’immaginazione e inventare minacciosi giochetti mentali con me stessa.
E anche questo non è abbastanza.
Perché anche se leggessi nero su bianco, anche se mi dicessero, mi giurassero, mi garantissero: da oggi puoi fare quello che vuoi, come vuoi, quando vuoi senza problemi di sorta, probabilmente avrei il coraggio di provare nostalgia per il treno delle 7 sotto la bufera di neve e con la mani ghiacciate.
Il che significa che non mi muovo. Se non messa alle strette da altre contingenze, o da tetre riflessioni sull’esiguità del tempo a disposizione che tutti, nessuno escluso, abbiamo.
Abitiamo una macchina a scadenza, si sa.

Il mio non è un timore qualificato in base alla circostanza.
È proprio un tratto generale caratteristico. Una delle linee di scorrimento principali incise nella mia struttura e originate chissà quando.
Staccionate rassicuranti che ho costruito nel tempo.
Meccanismi reattivi consolidati.
Istruzioni di Pavlov a cui non disobbedire mai.
Abitudini. Nient’altro.
Enti psichici che dopo anni, conquistano autonomia, vita propria e licenza di uccidere (ogni germoglio di iniziativa che si discosti dal copione storico personale. Quello che di default, senza intervento cosciente, si replica fino al camposanto).
Come la riga nei capelli che se non insisti, si rifà dall’altra parte, esattamente dove è sempre stata.
Mi rassicura, in pratica, il restare nella pochezza, quando il mondo la fuori è pronto a farsi conquistare!
(Perché se ti accorgi che c’è dell’altro, la tua, quantunque grande sia, diventa una pochezza.)
Ridicolo. Assurdo. Limitante.

Purtroppo, essere coscienti di queste obsolete strade maestre, non basta per andare oltre.
La consapevolezza, si, è pur sempre il primo passo.
Poi però, ci vuole lo shock addizionale per saltare di un’ottava.
Quello che io chiamo quotidianamente “sforzo”.
Atto volitivo.
Esito consapevole di un’odiosa ma necessaria disciplina.
Mi tocca fare qualche sforzo per superarmi e avvicinarmi all’unico traguardo sensato: scoprire, diventare, Essere veramente quel che sono.
L’unica cosa che conta.
Smetterla di razzolare nello stesso cortile.
Perché mi pare di aver capito che a me non basta.

In conclusione, pensavo che siccome io i cambiamenti li voglio, ma non voglio più farmeli imporre dalla vita attraverso delle sveglie da caserma con tanto di trombe, che poi mi traumatizzano (vedi il “diventa adulta!” di questi ultimi anni), sono ben contenta di fare le scintille correndo ansimante nel corridoio stretto e spinoso delle mie paure.
Con quel po’ di coraggio che riesco a raccogliere, gli occhi ben aperti e tutti gli altri sensi all’erta.

Giusto per tenervi aggiornati.
Buon lunedì gattacci.

Si!

20130129-122408.jpg

Tutto va bene così com’è.
L’avrò sentito nella pancia si e no quattro volte nella vita.
Ma quando capita, pare di essere nati in quell’istante, con il Tutto pronto a farsi plasmare dalle nostre mani.
Buona giornata gatti!

(Foto: io da piccola. Momento di gioia allo stato puro)

La Promessa

Ma sono capace a farmi una promessa, dico una?
È così difficile deragliare dal solito binario?
Ma di quali altri segni ho bisogno?
Cerco di dormire va.
Sono tutta uno spreco di energia.
Buonanotte gattacci.

Rehab

20121207-195402.jpg
Scusate, ma al momento di pubblicare ho pensato che è meglio tacere.
Aggiornerò l’articolo più avanti, quando sarò più a piombo.
Giuro che non manometterò alcuna parola.
La foto però la metto perché mi piace troppo.

Ecco il testo (19.12.12);

Discalimer: questa è una lagna, sappiatelo.

Sono cattiva come sono cattivi tutti quelli che non stanno bene.
I cattivi non esistono.
Esistono solo persone che non stanno bene.

Adesso posso permettermi tutto.
Tutti possono sempre permettersi tutto.
Solo che molti non lo sanno.
Io ora lo so al 90%.
Ma non ce la faccio comunque.

La sutura è completata e brucia, ma uno l’ho tirato fuori.
E ora lo vedo.
Quando le cose le vedi, va già meglio.
Non serve sempre pensare, immaginare, indovinare.
Basta guardare. Percepire l’assetto della materia. I fatti.
Aprire gli occhi dopo un lunghissimo periodo di illusione e osservazione viziata.
Accorgersi che i pesi accumulati a grammi hanno formato una tonnellata.
È evidente ma lo dico: sono addolorata.
Delusa da me stessa e arrabbiata – moltissimo – con me stessa.
Ho mendicato. Che cosa meschina.
Sono stata stupida e inefficace. Il massimo dell’inettitudine.
Ho accettato di passare per l’immatura, l’inopportuna, l’insufficiente della situazione. Ho accettato il dubbio

Hai finito di giocare con le mie frattaglie, piccolo Freud.
Che poi quando devo ricucirmi resto sola come un cactus in Arizona, e non c’è nessuno a passarmi i ferri.

(foto: palla di proiettile, cimelio di famiglia, risalente forse – ma davvero non so – alla seconda guerra mondiale) (perché noi si tiene tutto).

Verbo Natura – La Via

thothpha
“Abbandona qualunque dialettica e segui il cammino delle Potenze;
prendi coscienza delle funzioni innate e diventa Coscienza Funzionale.
Rotola con la roccia che cade dalla montagna.
Cerca la luce e rallegrati con il bocciolo della rosa che sta per sbocciare;
sii inquieto con il cane che abbaia nella notte;
lavora con l’avara formica;
bottina con l’ape;
occupa spazio con il frutto che matura;
corri con il levriero.
Sii il liquido nella botte, nella bottiglia, nel vaso, e vedi se sei felice o vincolato,
soffri con il malato per guarirlo e abbandona ogni considerazione oggettiva.
Sii funzione con la Potenza, il Neter.”

– R.A. Schwaller De Lubicz, Verbo Natura

Fermate questo carro in corsa folle.
Voglio scendere.
(anche se domani vorrò risalire).

Si può ancora fare

20120920-144630.jpg

Cose che voglio fare

Voglio risalire il Borbera tra Persi e Pertuso: 4 km sul letto del torrente, in una gola scavata nei conglomerati di Savignone e ornata da boschi che, da lontano, sembrano manti di soffice verde moquette. Lo zio dice che ci sono pozze d’acqua profonde e verdissime e che si guada il corso d’acqua qualcosa come 59 volte.
Scarpette di gomma, costume e via.
Da fare a Luglio e in caso di Agosto caldissimo: l’acqua è ghiacciata.

Un seminario di danza Butoh di cui ho letto e di cui in realtà non so nulla.
Dal poco che ne so (il corso lo tiene una mia amica) deve essere qualcosa assolutamente nelle mie corde, nonostante io e la coreografia siamo affini come lo può essere un artista di strada rispetto ad un manager della City. Pare un esercizio di presenza assoluta nel corpo che si muove, striscia, si erge e si abbandona come una pianta che segue la luce, come un neonato che esplora lo spazio, come una radice che si propaga in armonia con la forma e la consistenza della terra che la ospita.
Magari non è vero niente ed è tutt’altra cosa. Ma queste suggestioni che in qualche modo ho deciso di avere sono sufficienti a farmi venire voglia di sperimentare.

Iniziare una meditazione, ad occhi chiusi, sulle note di Felbomlasztott Mentökocsi, creare immagini di grandi alberi e cattedrali e cieli scuri che si rischiarano e piccoli insetti che restano immobili ad ascoltare la loro breve ed intensa vita, per poi scendere nel silenzio che va oltre il ritmato fruscio del respiro. E poi aprire gli occhi, nuova di zecca, ascoltando il fresco sulla fronte e la forte presenza delle mie mani.

Voglio andare a visitare un grande museo d’arte e, una volta uscita, sedermi in un caffè e guardare cose e persone a caso, per sperimentare il contrasto delle immagini, lo shock dell’essere entrata e poi uscita da un mondo nel mondo e capire ancora meglio che decido io dove mi trovo e come mi ci trovo. Conoscere la soglia dei miei corpi e cogliere il senso della vera libertà di movimento.

Voglio farmi fare un massaggio ogni due settimane almeno.

Voglio fare miliardi di fotografie e affinare l’abilità di cogliere l’essenza di luoghi, cose e persone. Se potrò permettermelo, magari anche un buon corso di fotografia per arricchire la strumentazione percettiva, evitare il barocco (laddove non sia protagonista) e velocizzare la resa delle mie intenzioni.

Voglio muovermi di più, mangiare meglio, dormire di più e latitare dalla testa e sentirmi fortemente nella carne.

Per ora non mi viene in mente altro.
Intanto, buon ferragosto.

Avere quello che vuoi, volere quello che hai

Avere quello che vuoi. Volere quello che hai.
Ancora.
Circa 5 minuti fa mi si è aperta definitivamente questa finestrella, che si era annunciata da tempo. Da anni direi, sotto forma di titoli di libri, di ripetute letture delle solite condivisioni altrui e di blande riflessioni tenute sempre rigorosamente all’interno di certi confini.
Quante potenziali aperture ha il mio castello?
Quanta luce può entrare?
Diciamo che il castello è destinato ad essere abbattuto.
Questo il senso dell’Arcano XVI.
Attualmente siamo soltanto al terzo o quarto fulmine, con caduta di calcinacci e aperture parziali. Aperture Irregolari e rovinose, o di finestrelle che per il fragore e le vibrazioni fanno ‘clic’ e miracolosamente si spalancano mostrandomi inediti scenari.
Non sono ancora in grado di mettere io stessa il tritolo alle fondamenta. Ma sarebbe il caso di farlo prima che arrivi lo tsunami dei prossimi anni.

La delusione nel comprendere che io non c’entro un tubo con la progressione delle esperienze nella mia vita, è forte. E mi fa incazzare.
Ciò che accade, accade appunto, indipendentemente da me. E l’unica mia scelta sta nell’accettare o meno ciò che mi si para davanti. Nessuno venga ad argomentare sul concetto di libero arbitrio perché non ce ne asciughiamo più gli occhi.

Ciò che accade, man mano che cresco, fa sempre più schifo, è sempre più brutto, sgradevole e difficile. Anche se una parte di me, incredibilmente, cresce in bellezza e forza.
Questo infatti vale anche per le cose che scorgo davanti allo specchio. 
Mica ce l’ho con il mondo là fuori.
Dicono che il mondo è dentro di me tra l’altro. È una cosa che io non sento ancora nella pancia. Il giorno che lo sentirò, i miei problemi saranno terminati. Mi sono fatta togliere, ‘dentro’, colecisti, appendice e altre cosette: ci metterò un nanosecondo a polverizzare enti e presenze che funzionano male.
Sono indecisa se sto crescendo o se sto perdendo il senno.
Nel dubbio, smetto ogni progettualità e ogni tentativo conscio di controllo e osservo il fatto che nel mondo per ogni fiore bellissimo c’è anche una merda. Personale ed elegantissima espressione del concetto di dualità.
La vita è una partita doppia. Credo che poter pensare e scrivere questa frase sia l’unica utilità evinta concretamente dai miei antichi ed improbabili studi da ragioniera.

L’unico lenitivo che ridà un po’ di ossigeno è mantenere un universo interiore. Così come lo vogliamo, come ci piace. Consciamente illusorio, diciamo, per avere un po di respiro. Tenersi stretto un mondo interiore, assecondando in modo malsano le zavorre del passato che ci hanno definito fino ad ora e che sono l’unico abbraccio rassicurante che ci resta dopo quello della mamma. Per chi ce l’ha.
Il nuovo fa sempre paura. Specialmente quando abbandoni piangendo le tue zavorre per finire agganciata a quelle di qualcun altro, che paiono ancora più drammaticamente pesanti e che invece per te sono, di fatto, ascensori.

Tutto questo mi sta mostrando la strada per la libertà. La strada più dura che io abbia mai affrontato. 
Vivere in modo soddisfacente, tra me e me, indipendentemente dalle condizioni esterne, che possono essere aspre, deludenti e taglienti ma che sono solo strumenti da cavalcare.
Basta sentimentalismi.
Questo divenire è un campo di addestramento. Nessun cedimento, nessuna pietà. Quello che c’è, c’è e non si cambia ed ognuno esiste selvaggiamente, al di là delle buone maniere.
Se mi è capitato questo vuole dire che così deve essere.

E comunque amo i miei aguzzini.
Tutti gli altri non mi spostano nemmeno di un millimetro ormai.
Se devo farmi il culo me lo faccio. Ma con qualcosa che un po’ mi piace.
Buon Agosto, gatti.

La fibra

20120704-100517.jpg

Nel tempo mi sono sempre definita molle come un budino, fifona, assoggettata all’idea che ho dei desideri altrui, dipendente, accondiscendente fino alla spersonalizzazione, impressionabile come il fango fresco.
Una smidollata insomma, che ha perso un sacco di tempo.
Oggi, guardando agli anni passati, tra percorsi incerti, cumuli di errori, botte di culo e dignitose forme di impegno, scopro dei meriti. Meriti e, soprattutto, una peculiarità costitutiva.
Sono resistente. Sono robusta di una solidità plastica ed adattabile, e per quest’ultima caratteristica, praticamente invincibile.
In realtà lo siamo tutti. Ma io ora ne sono cosciente.
Scopro che alla fine, vendutami per bisogno di amore, sacrificatami per errate convinzioni, oppressa per insufficiente potere, sono sempre rientrata nella mia forma, come uno spesso elastico, come il grosso nervo di una bistecca, come un pezzo di plastica gommosa indistruttibile, mai degradabile se non alla fine fisiologica della propria funzione.
Modificata funzionalmente e quanto basta dall’esperienza che fa crescere, ma sempre fedele ad un’identità profonda, misteriosa anche per me: un qualcosa di duraturo, affidabile, capace di trasformarsi, ma inestinguibile.
Persistente e tignosa come la coda di un profumo invernale, intensa (e spesso irritante) come un piatto speziato, autorigenerante come un materiale di ultima generazione che basta buttarlo in acqua bollente per farlo funzionare ancora.
Non è facile abbattermi.
Cado ma mi aggiusto durante il volo.
Nel mio caso, quando si parla di spirito eterno, credo si tratti di questo.
Dell’indole permanente, del grumo di energia primigenia, che uno sguardo attento riesce a percepire dietro rughe, debolezze ed altri vezzi dovuti all’età.
Buon mercoledì, gatti.

(foto: http://lachiomadiberenice.fotoblog.it)