si puo fare

Giustizia

angelo guerriera assassina
“Nell’ingiustizia si trova la chiave per liberarti dalla sofferenza.
Non limitarti alla lamentela come fanno gli schiavi.. che piegano la testa digrignando i denti. Abbi il coraggio di entrare nell’ingiustizia e qui trova la vera Giustizia.
Ogni evento ingiusto della tua esistenza tocca un nervo scoperto, ma se invece di usare la lamentela come fuga (la “via larga”) indaghi dentro a quell’evento, scopri perché tu, e solo tu, lo hai portato nella tua vita, allora puoi diventare il Re del tuo regno.. L’unico RESPONSABILE per quanto ti accade.

Non lasciare che il mondo prenda il sopravvento.
Non delegare al mondo la tua felicità.
Questa è la psicologia dello schiavo.
Lo schiavo deve lamentarsi perché non sopporta la pressione della responsabilità: non può ammettere di essere lui il regista unico delle ingiustizie che subisce.
Il Re, al contrario, non può lamentarsi, perché in tal modo ammetterebbe l’esistenza di un potere superiore al suo che può decidere della sua felicità.

Percepisci come ingiusto qualcosa che non sei ancora riuscito a integrare nel tuo essere, qualcosa che ancora non riconosci come tuo, qualcosa che è ancora troppo elevato per te.
Sei come la volpe che non riesce ad arrivare all’uva: rifiuti ciò a cui non puoi giungere con il tuo Cuore.
Ogni ingiustizia è linfa per il tuo essere, perché rappresenta il metodo più giusto per aprire un po’ di più il tuo Cuore”

LA VIA PER LIBERTA’ E’ ANCORA LUNGA.
Sono indietro come le balle del cane.

(testo virgolettato tratto da Il Libro di Draco Daatson, Salvatore Brizzi)

Il Tredici

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– Sermone sul Senza Nome (solo per chi non ama cabale e scaramanzie). –

Il titolo del post avrebbe dovuto essere Memento Mori oppure appunto il vero nome del XIII Arcano, detto l’Arcano Senza Nome.
Ma siccome vorrei evitare che i lettori maschi si ravanino compulsivamente nelle mutande e le lettrici evitino di andare a toccare metalli in giro (che col freddo che fa in questo periodo, a molte di noi femminucce ci viene il Fenomeno di Raynaud e poi ci tocca tenere i guanti di lana e seta anche in cucina, oppure prendiamo la scossa), lo chiameremo il Tredici.
Perché anch’io a scaramanzia non sto affatto messa male: se ho una paura (non ditemelo che non sono l’unica perché LO SO) è proprio di finire anzitempo tra le braccia del Tredici.
Sta di fatto che, curiosamente, col Tredici ho un rapporto di concettuale confidenza. Specie dopo gli ultimi suoi soggiorni in famiglia.
Ma, soprattutto, – è questo ciò che vorrei dire e illustrare, incrociando tutto l’incrociabile – dell’idea del Tredici mi servo per fare cose.
Cose difficili come quella descritta nel precedente post.
In concreto, riflessioni risveglianti che mi tolgano dal torpore di certe giornate in cui, di sonnolenza parlando, l’unica differenza tra ciò che faccio di notte e ciò che faccio di giorno è che di giorno lo faccio in posizione eretta. O seduta, se sono in ufficio.

Non ricordo mai i sogni. Ma le poche volte che mi restano in mente rivelano, ultimamente, una frequentazione assidua della sottoscritta con individui (di onirica sostanza, ovviamente) del club presieduto dal Tredici.
La cosa non é che mi esalti troppo. Diciamocelo.
Al limite può farmi pensare che di fatto, in qualche altrove, il Tredici non funzioni come funziona qui e perciò potremmo starcene tutti tranquilli senza fare scongiuri inutili.
In realtà credo che, durante il sonno, i miei neurotrasmettitori facciano spettacoli e prove di teatro tanto per non darmi l’idea di stare a perdere del tempo in quelle 5/6 ore di riposo che mi concedo ogni giorno.
E allora ripescano memorie, le riarrangiano un po’, e già che ci sono mi ammansiscono con questa storia di una presunta immortalità.

Qualunque sia la verità sulla natura dei sogni, nella vita propriamente detta il Tredici è uno spauracchio. Una rottura di palle inevitabile. Una tragedia greca, per tutti.
Soprattutto, per chi non vive pienamente.
Curiosamente, proprio per questo motivo è un prezioso alleato.
Scrivo questa cosa perché poco fa ho letto da qualche parte una frase tipo “agisci come se questa fosse l’ultima ora/l’ultimo giorno/l’ultimo mese…”.
Capite che c’è da dare i numeri.

Cose simili si leggono ovunque: escono dalla spremitura delle storielle di ogni credo religioso e/o filosofico, si trovano come frasi in grassetto nei manuali di auto-aiuto della nuova spiritualità, nei titoli pubblicati sui blog di formazione dei manager e/o venditori rampanti.
Cioè, cosa ci starei a fare io qui a stirare, me lo dite?
Quale corto circuito sinaptico mi porterebbe, come di fatto mi porta sempre, a puntare la sveglia alle 6,23 di ogni domani mattina per recarmi, a foggia di zombie, negli uffici dello Zoo Criminale (mentre con la coscienza mi rotolo al sole a Saint Tropez quattro mesi più in là)?
CON TUTTO QUELLO CHE HO DA FARE?
Con tutto quello che vorrei fare.
Con tutto quello che voglio fare davvero.

C’è un problema: che se ragioni così e agisci davvero di conseguenza, il primo che riesce a catturarti ti porta alla neuro.
Sei la cellula impazzita che crea disordine.
Che ricorda a tutti gli altri che non stanno mica vivendo. Stanno, come minimo dormendo. Allora sei da abbattere. Perché il sistema di difesa che utilizzano non dice loro che stanno dormendo, ma che tu sei uno strano, potenzialmente pericoloso e che se non arrivi a contaminare i normali finirai come minimo a fare del disdicevole barbonaggio. E sulla panchina della stazione, tu non ci piaci.
E tu, siccome anche se proclami il contrario, ci tieni alla stima altrui (e non uso la parola giudizio perché sono stufa di sentirla), al salvagente che la mamma e il papà e la maestra ti hanno infilato qualche tempo fa, capitoli irrimediabilmente nelle corde della maggioranza e ti consoli pensando che intanto c’è tempo.
E invece no. Relativamente parlando, di tempo non ce n’è!
Non quanto la nostra mente parrebbe promettere con tutti questi fiumi di proiezioni future sulle quali surfiamo aspettando il magic moment.
Il magic moment per noi normali è sempre Domani.
Domani, quando smetterà di nevicare, domani quando arriverà lo stipendio, domani quando sarò dimagrita, domani quando mi arriverà quel fantastico libro in cui c’è scritto che il Domani mica c’è. C’è solo l’Adesso. Anche se l’Adesso che c’è scritto là, lo leggerò domani.
Dicono che il magic moment è Adesso.
Io l’ho capito con la testa, davvero.
Ma normalmente decido di pensarlo domani.
Quel che non penso comunque a sufficienza è che il Tredici è ovunque, e allo stesso tempo, sempre ad un braccio da te, come dice Don Juan.
Vurria mai che inciampo e ci finisco vicino.

So bene che sono la centomilionesima persona che scrive queste cose. Ma è una lezione, questa. Una lezione per me.
Per me che sono un’accidiosa da competizione, un’indolente da fumeria d’oppio.
Il Tredici ha mille maschere, si declina in mille versioni, con o senza optionals. Impossibile fregarlo.
L’unica cosa sensata è stare all’occhio e rubargli tempo.
Perché il tempo è elastico e questo è molto chiaro.
In pratica, …

(Fine prima parte – non per creare curiosità o aspettative ma semplicemente perché non ho mai terminato il post che giace nelle mie note da una settimana almeno) (e ve lo propino lo stesso).

Yes, we can (change)

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Oggi nevica anche qui vicino al mare.
C’è una specie di bufera, una piccola tormenta.
L’ufficio è ammutinato: su 9 siamo presenti in 4: tutti malati.
Più facilmente, oso pensare, tutti spaventati dalla neve.
I Ligvri hanno dimenticato la loro originaria tempra selvaggia e si chiudono in casa in attesa della abituale mitezza del luogo.
Tra poco due di questi altri tre, se ne andranno per paura del clou della precipitazione che è prevista alle 13.
Come sempre io in controcorrente: la possibilità di avere una stanza qui farà di me la prima (spero non l’unica) presente in ufficio domani..
Non tradisco la mia politica di sempre: raffreddori, mal di pancia e maltempo in ufficio.
Libertà, benessere e voglia di fare, fuori dall’ufficio e nella bella stagione.
E oggi, già che ci sono, scopro cosa si prova a camminare sotto la neve impazzita a causa dell’imperterrito vento.
Un vento freddo che mi butta i capelli in bocca e negli occhi e mi schiaffeggia a ritmo irregolare e convulso.
Una specie di iniziazione.
Se non mi saltano i nervi, ovviamente.

Stamattina, scrivevo ad un’amica, ho visto come il mio essere recalcitrante ai cambiamenti sia una tendenza generica, globale.
Non c’entra tanto l’ambito del cambiamento, quanto il movimento stesso del “cambiare”.
Del tipo: qui non sono soddisfatta ma conosco l’ambiente, il contesto, l’antifona insomma. Lì potrebbe quasi sicuramente essere meglio ma CHISSÀ. Paura dell’ignoto.
Non c’è in me la concretizzazione spontanea della consapevolezza raggiunta al termine di una valutazione razionale (e/o emozionale): devo pensarci, e pensarci, e ripensarci.
Devo scrivere i pro e i contro, fare le finte con l’immaginazione e inventare minacciosi giochetti mentali con me stessa.
E anche questo non è abbastanza.
Perché anche se leggessi nero su bianco, anche se mi dicessero, mi giurassero, mi garantissero: da oggi puoi fare quello che vuoi, come vuoi, quando vuoi senza problemi di sorta, probabilmente avrei il coraggio di provare nostalgia per il treno delle 7 sotto la bufera di neve e con la mani ghiacciate.
Il che significa che non mi muovo. Se non messa alle strette da altre contingenze, o da tetre riflessioni sull’esiguità del tempo a disposizione che tutti, nessuno escluso, abbiamo.
Abitiamo una macchina a scadenza, si sa.

Il mio non è un timore qualificato in base alla circostanza.
È proprio un tratto generale caratteristico. Una delle linee di scorrimento principali incise nella mia struttura e originate chissà quando.
Staccionate rassicuranti che ho costruito nel tempo.
Meccanismi reattivi consolidati.
Istruzioni di Pavlov a cui non disobbedire mai.
Abitudini. Nient’altro.
Enti psichici che dopo anni, conquistano autonomia, vita propria e licenza di uccidere (ogni germoglio di iniziativa che si discosti dal copione storico personale. Quello che di default, senza intervento cosciente, si replica fino al camposanto).
Come la riga nei capelli che se non insisti, si rifà dall’altra parte, esattamente dove è sempre stata.
Mi rassicura, in pratica, il restare nella pochezza, quando il mondo la fuori è pronto a farsi conquistare!
(Perché se ti accorgi che c’è dell’altro, la tua, quantunque grande sia, diventa una pochezza.)
Ridicolo. Assurdo. Limitante.

Purtroppo, essere coscienti di queste obsolete strade maestre, non basta per andare oltre.
La consapevolezza, si, è pur sempre il primo passo.
Poi però, ci vuole lo shock addizionale per saltare di un’ottava.
Quello che io chiamo quotidianamente “sforzo”.
Atto volitivo.
Esito consapevole di un’odiosa ma necessaria disciplina.
Mi tocca fare qualche sforzo per superarmi e avvicinarmi all’unico traguardo sensato: scoprire, diventare, Essere veramente quel che sono.
L’unica cosa che conta.
Smetterla di razzolare nello stesso cortile.
Perché mi pare di aver capito che a me non basta.

In conclusione, pensavo che siccome io i cambiamenti li voglio, ma non voglio più farmeli imporre dalla vita attraverso delle sveglie da caserma con tanto di trombe, che poi mi traumatizzano (vedi il “diventa adulta!” di questi ultimi anni), sono ben contenta di fare le scintille correndo ansimante nel corridoio stretto e spinoso delle mie paure.
Con quel po’ di coraggio che riesco a raccogliere, gli occhi ben aperti e tutti gli altri sensi all’erta.

Giusto per tenervi aggiornati.
Buon lunedì gattacci.

Si!

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Tutto va bene così com’è.
L’avrò sentito nella pancia si e no quattro volte nella vita.
Ma quando capita, pare di essere nati in quell’istante, con il Tutto pronto a farsi plasmare dalle nostre mani.
Buona giornata gatti!

(Foto: io da piccola. Momento di gioia allo stato puro)

La Promessa

Ma sono capace a farmi una promessa, dico una?
È così difficile deragliare dal solito binario?
Ma di quali altri segni ho bisogno?
Cerco di dormire va.
Sono tutta uno spreco di energia.
Buonanotte gattacci.

Rehab

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Scusate, ma al momento di pubblicare ho pensato che è meglio tacere.
Aggiornerò l’articolo più avanti, quando sarò più a piombo.
Giuro che non manometterò alcuna parola.
La foto però la metto perché mi piace troppo.

Ecco il testo (19.12.12);

Discalimer: questa è una lagna, sappiatelo.

Sono cattiva come sono cattivi tutti quelli che non stanno bene.
I cattivi non esistono.
Esistono solo persone che non stanno bene.

Adesso posso permettermi tutto.
Tutti possono sempre permettersi tutto.
Solo che molti non lo sanno.
Io ora lo so al 90%.
Ma non ce la faccio comunque.

La sutura è completata e brucia, ma uno l’ho tirato fuori.
E ora lo vedo.
Quando le cose le vedi, va già meglio.
Non serve sempre pensare, immaginare, indovinare.
Basta guardare. Percepire l’assetto della materia. I fatti.
Aprire gli occhi dopo un lunghissimo periodo di illusione e osservazione viziata.
Accorgersi che i pesi accumulati a grammi hanno formato una tonnellata.
È evidente ma lo dico: sono addolorata.
Delusa da me stessa e arrabbiata – moltissimo – con me stessa.
Ho mendicato. Che cosa meschina.
Sono stata stupida e inefficace. Il massimo dell’inettitudine.
Ho accettato di passare per l’immatura, l’inopportuna, l’insufficiente della situazione. Ho accettato il dubbio

Hai finito di giocare con le mie frattaglie, piccolo Freud.
Che poi quando devo ricucirmi resto sola come un cactus in Arizona, e non c’è nessuno a passarmi i ferri.

(foto: palla di proiettile, cimelio di famiglia, risalente forse – ma davvero non so – alla seconda guerra mondiale) (perché noi si tiene tutto).