È ora di scrivere qualcosa, penso, e all’improvviso la pioggia
diviene decisa, copiosa, scrosciante.
Diviene un segno, un’affermazione, una conferma.
L’acqua viene al momento giusto, a lavarti metaforiche ali.
A ripulire quella tua traslucente controparte che mi piace credere aleggi
ancora nei paraggi.
Piove e il momento si sigilla.
La forma si chiude e diventa il frammento di un divenire
che mi aiuterà a ricordare tempi e condizioni.
Cose che non ricordo mai.
E non è detto che sia un difetto.
Viene l’acqua per aiutarti a traversare le Acque.
Viene l’acqua a zittire, con il suo primitivo suono, il traffico della mia mente
che è, a dire il vero, minimo.
Un’amica mi dice: piangi. Non chiederti il perchè.
Non serve, non è importante.
Piangi e vivi quello che ti vien da vivere.
È saggio e anche, in un certo senso, riposante: fare senza pensare
o giustificare o catalogare nei consueti cliché.
L’unica cosa a cui penso spesso, cercando di cristalizzarne il ricordo, è la sensazione di morbidezza, forza e calore delle tue mani.
Le tue bellissime mani.
Non ho mai visto ad un uomo mani belle come le tue.
Se ci penso, ancora sento tutto con un realismo incredibile.
Piove fortissimo.
Mi piace.
E la malinconia non c’entra.
Autore: gattointeriore
Il karma, il capriolo e i visceri pensanti
Ore 08.05 circa – Genova, Via invrea. Vista dal 45, guidato da bionda placida signora.
Siccome è estate, nonostante il meteo insista a provarmi il contrario, non ho voglia di ammorbare gli sparuti lettori miei con contenuti pesanti che, in questo momento di travaglio e pulizie, sono il binario preferenziale dei miei visceri pensanti.
E allora volevo risparmiarvi dei lamenti.
Ma tant’è.
Stamattina, perché sono un essere contraddittorio, ho provato quasi piacere ad alzarmi alle sei.
L’idea era quella di prepararmi la colazione Speciale, utile anche a mantenere un peso che non leggo sulla bilancia da almeno tre anni.
Ma poi mi sono detta che la vita non è solo dolore, rinuncia e disciplina (quest’ultima, lo so, potevo fare a meno di scriverla) e nonostante il perdurare della ramata salutistica, ho deciso che una brioche era il minimo che potessi fare per me e per le mie mortificate carni.
Il karma però, che percorre canali inconsueti e spunta là dove l’effetto non c’entra niente con la causa, mi ha colpito sul binario 9 mentre aspettavo candidamente il locale rivelatosi soppresso per tutto il mese di Agosto.
Salto di palo in frasca? Si.
Ieri, mentre tornavo dal Covo, per la prima volta ho visto un capriolo in mezzo alla strada.
Spaventatissimo, nonostante io abbia rallentato fino a fermarmi, ha cominciato a correre inerpicandosi sull’argine e cercando di nascondersi dietro agli alberi. Andava di corsa avanti e indietro senza scappare davvero. Avrebbe potuto farlo. Invece il suo terrore cieco (forse esagero ma a giudicare dal tipo di movimento…) lo legava a me: se si fosse allontanato davvero non avrebbe potuto controllare il mio movimento. Chi lo sa cosa avrebbe potuto fare quella cosa bianca e grossa, con gli occhi grandi e luminosi, che si muoveva lentamente in mezzo alla strada… Per quanto ne sa lui, la mia macchina avrebbe anche potuto volare, si.
La paura è una brutta bestia.
A volte il pericolo immaginato è ben peggio quello reale.
Nella maggior parte dei casi, dico.
A volte si ha paura di una forma intera e quello che ti uccide
è solo un angolo di questa.
In ogni caso, buon Agosto.
Agosto, mostro mio non ti conosco.
Una notte
Il silenzio e l’oscurità.
E’ la notte che mi è consona ora.
Nessun riferimento. Un andare piano, lento, a tentoni.
Brancolare nella selva, conosciuta ma ostile.
Ogni ramo una frustata. Ogni inciampo, una trappola di spine.
Ogni barlume, effimero ed ingannevole.
Un volto, sempre lo stesso, in sovrimpressione, una luce flebile.
Un’icona d’amore che si trasforma ad ogni passo.
Man mano che mi avvicino diviene un mostro.
Che mi graffia, mi morde e mi lacera ancora.
Il silenzio, mai così violento.
L’oscurità mai così spettrale.
Il freddo, una specie di cattivo odore, un movimento interno
delicato e malmostoso.
Una pressione al contrario.
Il vuoto.
Cerco nei suoni interni una musica che mi rassicuri.
Ma non trovo nulla che non sia il rumore di un pietoso
e fatale equivoco, di una cieca ostinazione.
Del tintinnio metallico della costruzione di un pretesto.
Cerco nell’immobilità il senso di esistere.
Ma non colgo il punto per la pioggia intensa di parole
il cui ricordo mi flagella, come una grandine estiva.
E’ la notte che assomiglia ai miei giorni di oggi.
Una notte in cui non posso riposare.
Una notte in cui farmi divorare.
(forse 2001)
L’osso
L’ho fatto bollire, come ha detto Gurpy.
Poi aveva anche detto di lasciarlo al sole molto affinché si seccasse
e si consumasse il midollo.
Questo me lo ero dimenticato.
Quando sono entrata in cucina dove bolliva il pentolino sono stata assalita
da una zaffata di odore macilento ed insopportabile.
Mi è venuto in mente il da farsi. Ma il cuore dell’osso così trattato è veramente insostenibile nella sua naturale manifestazione. Non resistevo un minuto di più.
L’ho miseramente buttato via.
In fondo era un pezzo di zampa di animale lacustre.
Mi spiace perché se le cose fossero andate diversamente oggi pomeriggio,
avrei fatto felice almeno un cane.
PS per i lettori intenzionati a cogliere eventuali doppi sensi:
qui non ce n’è.
Un mattino
Un certo silenzio e qualche uccellino che disquisisce tra gli alberi del Castello.
Le campane di San Pietro. Poco dopo quelle più lontane della Collegiata.
Pare un quadretto di quei poeti che si studiavano a scuola (di cui io, ovviamente, non ricordo nulla ma che muovono una zona ben precisa della mia memoria emotiva).
Invece no, tutto più semplice: è il risveglio lento e tranquillo di quando
non vado a lavorare.
E’ quel momento di passaggio tra il sonno e la prima colazione in cui i mostri della notte lasciano il posto agli intenti del giorno. E per un attimo, contemporaneamente presenti, entrambi definiscono la dimensione di una parte della mia interiorità.
I gatti giocano sul lembo di granito scaldato dal sole e penso che vorrei iniziare sempre le mie mattine così.
I gatti hanno un buon odore.
Io ho fame. E c’è una luce stupenda.
Buona giornata.
Alto tradimento
Colpevole di alto tradimento.
Verso me stessa.
Riempire pozzi senza fondo,
investire nel nulla.
Svuotare la vita di tutto per far posto ad un’idea.
Restare seduta qui, nel vuoto assoluto.
Con questo tempo di merda oltretutto.
Tempo buttato via.
Non avessi almeno sprecato le ferie.
Sono furibonda.
La stagione fuori posto
Capita che a fine Luglio c’è il cielo di Settembre.
Che stendi un costume usato nel weekend con addosso una felpa.
Che tutto è collegato e non sai se la tua mente segue il cielo
o è il cielo che obbedisce a te.
Capita che non hai mai tempo e all’improvviso ne hai troppo.
E questo non ti salva comunque dall’inefficacia di portare a termine
i quotidiani compiti.
Capita che ho due gatti e tutti e due con un’anomalia all’occhio sinistro.
E che mi scruto allo specchio per trovare in me lo stesso segno.
Capita che la gente fa un incubo e lo crede un sogno.
Che credendolo profetico lo nutre in se fino a materializzarlo.
Capita che alcuni sono vivi ma ne fai un funerale lo stesso.
Capita che alcuni sono morti, e ti parlano all’orecchio meglio di quando c’erano.
Capita che si ha una pena dentro e che la si usi per mettersi un po’ in ordine.
Capita di sentirsi spesso l’ultimo. E scoprire che il verso della fila può cambiare.
Succede di godersi le cose, per quanto umili possano essere,
con la mano del Vero e la pienezza della Dignità. Nonostante tutto.
Capita di fare un lungo e periglioso sentiero per poi scoprire
che la cosa vera è solo il percorso. Non c’è traguardo, non c’è arrivo.
Parrebbe un cliché, ma veramente non ci sono più le mezze stagioni.
O meglio ci sono ma si succedono in tempi sbagliati.
E questo è un grosso problema che riguarda tutti.
In mancanza della cioccolata concludo la cena con un goccio di vodka.
Il cane in chiesa
Sono appena uscita (e rientrata fulmineamente, visto l’abbigliamento..) per comprare le sigarette.
Il tabaccaio è appena fuori dalla mia via, di fianco alla chiesa.
Al ritorno ho visto un cane ancorato con un guinzaglio blu al portone principale della chiesa.
Seduto, immobile, in sacra attesa del suo padrone, o della sua padrona (secondo me è il cane di una donna), messo di profilo rispetto all’entrata, fermo e diligente, con lo sguardo fisso su una delle porte laterali.
Mi è dispiaciuto non avere l’altro telefono: avrei fatto una foto bellissima e toccante.
Dalle nostre parti c’è un detto ironico che recita: “Sei benvisto come un cane in chiesa” il cui significato non lascia dubbi.
Il cane in chiesa non può entrare.
Non sei gradito, non ti vogliono, non ti possono vedere, ti è vietato l’accesso.
Il cane, incarnazione della fedeltà, della dedizione, della devozione, costretto a restare fuori dal tempio del sacro, dell’Amore, della bontà (che sia cattolico, è un puro caso) perché “cane”.
C’è forse da chiedersi qualcosa sull’innocenza degli animali rispetto a quella di coloro (o alcuni di questi) che possono entrare nella casa del signore, o è tutto chiaro?
Nuovi arrivi
Tecniche avanzate di invisibilità
Prendere il treno per andare a lavorare.
La misantropia del primo mattino, seppur compensata da un indispensabile minimo di buona educazione, é un diritto.
Prendere atto che i propri occhi sembrano impanati nella sabbia, che i minuti avanzano lenti trasformandosi da attesa in ritardo, che certamente perderemo la coincidenza, che sará un’altra mattinata incredibilmente calda, che in fondo non ce la possiamo fare, é una cosa che andrebbe fatta in santa pace.
E invece ogni mattina é una lotta.
Ho esplorato tutte le possibili soluzioni utili ad evitare chiacchieroni di prima mattina, persone conosciute e inspiegabilmente vogliose di penetrare i misteri della mia quotidianità o del mio status sociale, civile e talvolta anche psichico. Individui che partoriscono, tra un annuncio gracchiante e l’altro, quelle domande fondamentali, quasi esistenziali, che tu ti fai ogni giorno da vent’anni. Tipo: “ti trovi bene (al lavoro)? O quelle domande che percepisci come percepiresti i filamenti di una medusa all’interno del braccio. Tipo: “ti sei sposata? (dopo essersi, l’inquisitore, accertato con un rapido sguardo della lapalissiana nudità del tuo anulare sinistro).
Le ho provate tutte, dico. Ma è dura.
La missione inizia sul marciapiede del binario.
Arrivare all’ultimo minuto salendo dalla scala opposta a quella che salgono tutti, ragionevolmente, poiché tutti protendono per la direzione ottimale. Quella che non ti obbliga ad appenderti al predellino posteriore del convoglio tipo indiano che assalta la carovana.
Oppure arrivare presto e fare un chilometro a piedi (in direzione ottimale) e far finta di contemplare l’ultimo palo dell’alta tensione a disposizione, prima che il marciapiede si inabissi inesorabilmente nel piano di asfalto, ferro e sterpaglie.
Nella speranza che il regolare e fluente incedere silenzioso passi inosservato come un refolo di vento tiepido tra la gente disseminata sulla via.
Quello che certamente non é da fare, é entrare in scena nell’orario medio, nel quale occhiali scuri, maldestre finzioni al telefono e immaginari pruriti alla caviglia, non garantiscono affatto di evitare il fatale sguardo che, inesorabile, ti aggancia.
Ma Loro non ce l’hanno sonno? Non hanno bisogno di quell’oretta di pseudo-oblio, di sacro standby, di legittimo limbo cognitivo? Non sentono la necessità di un lento e graduale passaggio dal sottile ticchettio interno ai rumori della vita moderna?
Se ti dico un“ciao” sorridente e riabbasso lo sguardo subito o non faccio nemmeno il gesto di togliere uno degli auricolari (di un ipod assolutamente strategico e spesso anche spento), perché insisti? Perché non capisci che nel mio schermo mentale ancora fluttuano le onde dell’inconscio? Perché srotoli uno stillicidio di concetti inutili mentre io sono ancora intenta a fare la conta di sicurezza di tutte le cose indossate, di quelle prese e di quelle dimenticate?
Perché parli forte mentre io ancora dormo?
(Perché parli ad una persona che dorme?)
Il mattino è tenue. E non c’è spazio per volumi sfacciatamente diurni.
Il mattino è rarefatto. E non lo si può coagulare in un istante, facendolo precipitare su domande quadrate e fondamentalmente vuote.
Il mattino è ancora una terra di mezzo. Non potete farmi salire in superficie a questa velocità. Non potete.
Poi, dicevamo, arriva il treno. La gente si muove.
Le curve di invisibilità, attentamente create facendo un immaginario slalom tra i passeggeri in attesa, all’improvviso ondeggiano. Si incrociano, si fondono, si scindono di nuovo, originando losanghe di pericolo. Come delle zone rosse bislunghe, tra le quali scivolo cercando di fissare l’attenzione sul crescente rumore della ferraglia che precede l’arresto del mezzo. Come se tutti facessero la stessa cosa e fossero quindi troppo impegnati per scorgermi.
In effetti, l’arrivo del treno è un momento di caos in cui tutto si confonde. Ma, anche, in cui tutto torna possibile.
Gli sguardi degli altri, lungi dall’essere linee rette tipiche, invece, della volontaria focalizzazione su un obiettivo, sono come bolle irregolari ad andamento caotico e dall’ampiezza direttamente proporzionale al grado di attenzione del soggetto, che si muovono, si scontrano, si compenetrano: si possono vanificare 7 minuti di totale invisibilità con un imprudente voltarsi o con un’infelice scelta del vagone su cui salire.
[13 Luglio 2011 – il treno ha finalmente preso una velocità decente. A quello di fronte a me ciondola la testa da un pezzo. Improvvisamente ho sonno. Continuo dopo. Oppure domani.]
Alla fine non ho continuato. Sono decisamente paganiniforme.

