L’attesa

E’ una distesa bianca
E’ la salita di un ponte curvo.
E’ un magnete violento,
un imbuto stretto.
Una distanza elastica e tesa
una frenesia sottopelle.

La lievitazione, il perfezionamento.
Il rituale di antica tradizione.

Io aspetto.
Nel frattempo, vivo.

E’ tutto rosa

Sto pensando a tutte le cose che ho letto e che mi sono state insegnate da quando ho cominciato il mio zoppicante percorso – chiamiamolo – di crescita, nell’ambito della relazione con gli altri.
Il non giudizio, l’accettazione, lo sforzo di percepire la parte divina nell’Altro penetrando per una attimo il manto della personalità e delle apparenze.
E’ dura ragazzi. Io giudico, critico, vivo di paragoni inopportuni, oscillando agli estremi di una bilancia che mi colloca un giorno in cima ad un’odiosa presunzione, il giorno dopo nel baratro abissale del senso di inferiorità.

Eppure, nonostante questo, a volte accade…
Accade che se non sto attenta scoppio d’amore per una persona qualunque che mi sta raccontando come ha fatto 45 punti nella gara di domenica. Accade che scopro solo ora la bellezza in una persona che conosco da 20 anni. Accade che mi sento profondamente legata ad una persona che conosco appena.
Questo è uno di quei rarissimi momenti. In cui sono tutti buoni, tutti bellissimi e tutti pervasi, investiti, da una fortissima emanazione che parte da un punto dietro il mio sterno.
Dovendo scegliere se considerarmi un tantino fuori le righe o beneficiaria di fortunati momenti di illuminazione, (se non altro per non far precipitare la mia già precaria autostima) scelgo la seconda.
Buonanotte gattoni.

La sintesi suprema

“Olio di gomito e universo amico” (Glenda)

La Ricetta Prima, mai espressa così chiaramente.
Se usi il primo, in base all’Aiutati Che il Ciel Ti Aiuta, il secondo accade.
Semplicemente.

Sono stufa!

..di questo clima da primo Marzo.
Di questo freddo, di questa umidità.
Di questa stagione che NON PARTE!

Perché io ce la metto tutta.
Ma non è vero che per togliersi il maglione
basta il SOLE INTERIORE!

La stanza del Caos

Adesso vi scrivo un po’ un’altra cosa da libro Cuore.
Devo svuotare la stanza del Caos. Ci metterò un tempo infinito.
Tutti hanno una stanza del Caos. La mia toglie veramente il fiato.

Certamente l’ho già scritto, ma lo riscrivo: in quella stanza ho un futon bello spesso 2 metri x 2 arrotolato, un lettino per massaggi accuratamente ripiegato, un tavolo quadrato che diventa il doppio di se stesso (e ora, ovviamente è espanso alla massima potenza), un cavalletto grande da studio in legno con quadro incompiuto e gigantesca cartella dei disegni, un cavalletto piccolo con altro quadretto incompiuto.
Io stessa sono incompiuta. Sono un po’ interrotta.
Sarà meglio che mi dia una mossa.
Nella stanza c’è anche un grande mobile a parete in cui sono occultate quantità industriali di tela e stoffa, carta, cartone, colle, nonché vernici all’acqua da esterni, scatole, vasetti di vetro, libri, ritagli di pellame, nastri di stoffa, nastri adesivi, catenelle di metallo, chiodi, ganci, cacciaviti, morsetti, martelli, metri, squadre, pinzatrici, taglierini, pinze, colori acrilici, colori ad olio, solventi, sacco a pelo, vecchia enciclopedia, guide turistiche, due vecchie lastre mediche utilizzate per aprire una serratura reticente e per togliere la polvere sotto le porte.
Mac Gyver non me la fa.

Da quando non c’è più mia madre, la stanza ha ereditato anche un mobile bianco con dentro ogni ben di Dio che va ben oltre il kit della piccola sarta, la macchina da cucire con tanto di mobiletto (aperto, con sopra un paio di jeans in fase di lavorazione).
Insomma, compreso lo stendino che va e viene ogni due giorni come sua sorella Asse da Stiro, capite bene che non ci si entra più.
E non ho nemmeno vergogna a dirlo perché io sono così.
Ora ho deciso di eliminare il mobilone che tiene troppo spazio e ha parti di se praticamente inutilizzate perché inutilizzabili. Ho trovato un brav’uomo che se lo prende come mobile per il soggiorno (perché é un mobile da soggiorno).

Insomma questa inutile e lunga premessa per dire che sono alle prese con i tessuti. Una volta cucivo.
Ora mi limito a fare la fodera ad un materassino oppure ad accorciare – di malavoglia – i jeans.
Più della metà di queste stoffe erano di mia madre e io sto facendo una fatica bestiale ad eliminare quello che, in realtà, non mi serve affatto.
Mentre faccio la scansione mi ritrovo il jeans ritagliato dalle sue gonne (“il jeans non si butta. Serve sempre”), vecchie lenzuola sbiadite che “si tengono come stracci per quando pitturi”, imbarazzanti quantità di tela di cotone bianca di una volta “che è un delitto buttare” (ma questa non la butto no).
Possibile che ogni riordino profondo sia una audace psicoterapia?
In più – come diavolo sono fatta? – saranno un paio di mesi che mi è risalita la voglia di dipingere. Andrebbe assecondata. Anche se faccio dei paciughi è e resta un’attività dello Spirito. E tutte le volte che entro in quella stanza mi dico “no, non posso. Prima devo mettere a posto”.
Come si gestiscono lo Spazio e il Tempo?
A-I-U-T-O.

Residenze

Vivo troppo nella mia testa. Da troppo tempo.
Sarebbe il caso di migrare in altri distretti.
E data la stagione, restare il più possibile fuori.
Ho detto.

Pronto, Padre Amorth? (2)

Sento una corrente che spinge
ma non capisco ancora da dove arrivi.
Ancora non vedo.
Ancora non sento bene.
Pronto, gentile signor esorcista?

Le aperture di Aprile

Wiki dice, tra le altre cose, che Aprile “secondo alcune interpretazioni deriva dal greco Aphros, che è il nome greco della dea Afrodite, a cui era dedicato il mese di aprile. Secondo altre teorie, il nome deriva dal latino aperire (aprire) per indicare il mese in cui si “schiudono” piante e fiori.
In ogni caso, ho ragione io: ci troviamo di fronte al mese amoroso per eccellenza.
Per lo meno, per molti anni è stato così per me. Non so perché quindi da qualche anno a questa parte non è successo più niente. Va bé.
Un’altra caratteristica di questo mese, relativamente alla storia personale, è la facilità in cui mi trova preda di influenze stagionali (invernali, però..) e di raffreddori micidiali.
Razionalmente parlando è una faccenda piuttosto ovvia: l’organismo è impegnato nell’adattamento al cambio di stagione e non ha molto tempo per occuparsi di controllare bene i varchi. I soldati sono tutti dentro a fare ristrutturazione e le sentinelle scarseggiano.
A questo punto – lo sapete già – tignosa come sono, sono pronta a disquisire il risvolto psicologico (se non psicopatico) dell’intera dinamica primaverile.
In sintesi c’è un’Apertura generale. In concerto con Madre Natura, ovviamente.
L’Apertura fa entrare e provoca un Cambiamento di Stato (i miei rarissimi fidanzamenti e gli altrettanti rari incipit di intrallazzi vari).
Il Cambiamento, in generale agognato dalla sottoscritta come un bicchiere d’acqua in mezzo al deserto, allo stesso tempo mi terrorizza, rompe le file, mi disorienta rendendomi particolarmente vulnerabile.
A tutto ciò io rispondo con una bella ritirata sottocoperta, letteralmente.
E invece di far entrare Javier Bardem, apro la porta al virus.
Una furbizia unica, non c’è che dire….

Resurrezioni

Stamattina ho ricordato un sogno (miracolo).
Non sono stata abbastanza furba da segnarmelo subito perché ero in coma perciò ora, come al solito, non ricordo nulla.
Il mattino, si sa, per me è una specie di tragedia.
Ho dimenticato tutto tranne un’immagine molto vivida che se chiudo gli occhi vedo bene ancora adesso..
Ho sognato di vedere me stessa, molto da vicino, mentre toglievo una specie di pellicola incolore e opaca dal mio volto.
Avete presente quelle maschere cosmetiche che induriscono e formano una pellicola da togliere poi come una guaina? Solo che nel sogno, nonostante la consistenza e le caratteristiche, per me era proprio pelle.
Sotto questo strato che andavo a togliere, piano piano, la pelle era bella, perfetta, di un bel colore.

Direi che sognare di cambiare pelle due giorni prima di Pasqua è un evento interiore che, quantomeno, mi allinea al punto giusto del divenire ciclico della natura.
Insomma, Buona Pasqua..

Pronto, Padre Amorth?

Sono inquieta e frenetica.
Sento le presenze.