Io creo la mia realtà

Ma evidentemente, o non ho buon gusto, o il mio inconscio ospita aspetti orripilanti.

Pioviggina, com’è giusto che sia a Novembre.
Giove e Lilith, per non parlare di altri molto più noti, si stanno dando da fare.
E se prendessero due giorni di ferie, non ci dispiacerebbe.
Ma è meglio continuare così, in quinta marcia, appena sopra i limiti di velocità:
uno zampino nel rischio, ma si arriva prima.

Il mondo “fuori” insiste nel suo procedere ostico, sempre più violento,
sempre meno accomodante.
Non mi rimane che ritirarmi un attimo chez moi.
E ascoltare il mio ginocchio sinistro che canta incessantemente il suo monito.
E esercitare la volontà nonostante mi renda conto che questo dispiace alla solita “me” infrattata nei paesaggi subcoscienti in compagnia di feroci fiere, insetti minacciosi e violentissimi temporali.
Chissenefrega.
Buonaserata ai pochi impavidi che leggono.

A volte ritornano

E invece no.
Sono già momentaneamente rimersa.
C’è qualcosa dentro di me che se ne strabatte delle identità zombie, di quelle ferite, di quelle distorte, e che sempre più rapidamente riemerge in contesti di questo genere.
Gli ambiti roventi persistono ma ora posso entrarvi e uscirne più o meno con una certa disinvoltura.
Questo è magnifico.
Sento di dover essere grata a tutti coloro che hanno scritto i libri che ho letto, a tutti coloro che hanno condotto i corsi che ho frequentato, a tutti coloro che per amicizia hanno ascoltato e discusso le mie parti tormentate.
A tutti coloro che sono arrivati da me nel momento giusto e hanno fatto con me e per me le cose giuste per quel momento.
Voglio dire grazie a chi con estrema generosità divulga conoscenze utili e la propria condivisibile esperienza chiedendo in cambio un corrispettivo modesto se non addirittura nulla.
Dico grazie a chi ha investito in me, a chi pur credendo di non fare nulla permane a fianco a me, a chi non mi farebbe mai entrare ma tuttavia apre la porta ogni volta che busso.
A tutti dico con estrema sincerità e con tutto l’impegno di cui sono capace che i loro doni non andranno perduti.
Dovessi metterci una vita.

Chiuso per lutto

Sono morta.
Ci vorranno più di tre giorni per la resurrezione.
(E non so nemmeno cosa verrà fuori, al riguardo).

Il mortaio

Al posto dei sogni una visione lucida e pacata.
Un fiume largo, profondo, possente scorre.
Ne osservo la superficie mentre respiro piano.

La crepa interna si allarga e l’idea di riunire le due parti
mi pare sempre più un’utopia.
Se penso all’acqua capisco come andrà a finire.
E’ necessaria una finissima frantumazione, una polverizzazione.
Una riduzione in flusso.
I cocci riaccostati non faranno mai un intero.
C’è sempre una scheggia mancante, si sa.
Mi piace che nella vita c’è sempre un modo per uscire dal pantano.
E precisamente, non stagnare è muoversi.
Non dico che non faccia male, anzi.
Prendete un martello e sminuzzatevi finemente.
Idealmente, rendere al solido le peculiarità del liquido.
Insomma non è un affare da poco.
Destrutturarsi e reinventarsi.
Non replicare.
In ogni caso non fissarsi più in alcuna forma (illusoriamente) definitiva.
A volte mi chiedo chi me lo fa fare.
Poi ridivento seria e ringrazio di essere così.
Non sono mica l’unica che si fa il culo.
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Intanto sono le 02.08 del 13. E sono uscita dal tunnel.

Il gioco di Dio

Dicevo altrove, tutti gli anni la stessa storia.
La cosa che mi pesa di più è l’impormi un comportamento consono all’occasione, quello che gli altri si aspettano o quello che CREDO gli altri si aspettino.
Non è nemmeno tanto il fatto che non c’è più quel pranzo rassicurante
con le cose di tutti i giorni, con la torta di mia madre, piuttosto che
quella mezz’ora pomeridiana in cui si anticipava il rituale tipico del giorno di Natale:
il sonnecchiamento sul divano di casa, nel caldo abbraccio delle radici familiari.
Questo tipo di festeggiamento, pur da superare e trascendere prima o poi, mi piaceva.
Comunque non è questo. Non solo, ahimé.
E’ che ogni volta che il calendario mi ricorda la partenza di questa mia esistenza ho un senso di disagio inevitabile e puntualissimo. Un disagio bruciante, complesso, difficile da spiegare e da capire, impossibile da condividere senza sembrare in preda ad una qualunque forma di depressione o alla banale e cinematografica angoscia del tempo che passa.
Il viale del tramonto su di me non fa presa.
Più che altro incidono gli ingredienti non utilizzati e lasciati, come dire, scadere.
Incide lo spreco, l’incapacità mostrata, lo sguardo al passato.
Che non esisterà ma fa il suo danno nel momento in cui lo prendo in considerazione.
Incide, sopra ogni cosa, un presente ancora sempre troppo spesso insoddisfacente.

Sono molti i fantasmi tirati in ballo. Li ho identificati con una certa precisione, li conosco bene e non voglio, né in questa sede né in altra, illustrarli, benché la mia analisi sia precisa, lucida ed efficace come sempre.
Sarebbe l’ennesima esplorazione capillare di un Essere che ora voglio portare alla sintesi e ad un consapevole agire.
Ciò che veramente mi fa friggere è che in questa occasione non me la cavo bene nemmeno “fuori”.
Di solito, avendo una buona conoscenza della forma, riesco a creare una salvifica discrepanza tra come mi sento dentro e come appaio fuori.
Qui non funziona quasi mai.
Normalmente non vedo l’ora che finiscano gli eventuali festeggiamenti, non vedo l’ora che le 00.00 del giorno successivo mi permettano un profondo sospiro e cose di questo genere.

Liberarsi del proprio genetliaco.
Quel giorno in cui una volta mi sentivo speciale e senza alcun dubbio reclamavo il diritto e celebrare la mia comparsa in questa sfida avvicente, difficile e a tratti gratificante.
Credo che questa lunga fase di avversione ad un naturale e legittimo atto di autocelebrazione, prima o poi svanirà. Più velocemente di come è comparso.
Ma intanto ci siamo ancora dentro.
Credo sia questo il momento adatto di ricordarmi che anch’io sono Dio.
E la mia comparsa fa parte del gioco.
E allora giochiamo.

Specchio delle mie brame #2

Cercando di seguire ed utilizzare in ogni momento ed in ogni contesto gli insegnamenti della Quarta Via, mi capita ultimamente di applicare
s p o n t a n e a m e n t e certi princìpi di base che prima mi apparivano come faccende difficilissime se non delle vere e proprie assurdità.
Questo è un bene: a furia di martellare qualche solco è stato creato, una qualche piega l’ho presa insomma.

Il mondo è dentro di me.
E gli “altri” sono aspetti di me, proiettati nella materia sottoforma di amici, nemici, simpatizzanti, detrattori o semplici indifferenti.
Li ho guardati, come si guarda una cosa mai vista.
Ho riconosciuto realtà gradevoli e aspetti orribili.
Ho conosciuto la mia parte amorevole.
Ho conosciuto la mia parte intrigante.
Ho visto la generosità, ho visto l’invidia.
Ho tastato la prepotenza, l’inganno, la debolezza.
Ho accolto la sofferenza, la leggerezza, l’imbarazzo.
Ho rivisto la presunzione, l’insicurezza, la paura.
Ho percepito la passione, l’aridità, il calcolo e il dolore che porta a ferire.
Ho intravisto il sospetto, la sordida trama, la bontà e la buona fede.

Siamo in tanti qui dentro.
E quelli che temo di più, siamo quelli nascosti nell’Ombra.

Adoro

La mia straordinaria capacità di rialzarmi.

Bruciare ancora

Dicono che per crescere e cambiare ci voglia l’attrito.
Io sto facendo scintille in questo senso.
Spero vivamente serva a qualcosa.

Farcela

Perché quando accade, penetro nella realtà come un coltello caldo nel burro.
E la modifico.
Perché quando accade sono tutta intera, avvolta all’albero maestro,
senza zone lasche.
Aderente al nucleo fino a fondermi.
Senza bolle, senza strappi, senza rarefazioni.

Come saperlo rifare, come?

Chi è?

Che è stanca?
Che è vitale?
Che è triste?
Che scoppia di entusiasmo?
Che chiude?
Che si apre?
Che nega?
Che desidera?
Che è fragile?
Che è forte?
Ma quanti siamo qui dentro?