Colpo di luce

Ci sono rari casi nella vita
in cui uno più uno fa Uno.

Non è una cosa da capire.

Davanti al mare

L’onda del mare è ritmica, inesorabile nella sua eterna ciclicità.
Mi ipnotizza, mi disorienta ed infine mi riflette.
E’ il respiro di questa consapevolezza che cresce.
E mi incanto, scivolando in un’inerzia paralizzante all’interno della quale una specie di caos aumenta.
E in un angolo di questo implacabile disordine mi trovo io.
Io che smanio per trovare e poi afferrare appigli che possano salvarmi da qualcosa che mi lambisce e che tenta di inglobarmi.
Un qualcosa che non riesco ancora a definire e che percepisco come più grande e più forte di me.
Il mio Divenire.
Il flusso portante da riconoscere, e poi da accettare e un giorno poter consapevolmente scegliere.

Dell’invidia, della cattiveria e altre bassezze

Sono diventata grande. L’ho scoperto in questi ultimi tempi.
Riesco a comprendere (benché questo non significhi ancora accettare) situazioni che anni fa mi avrebbero trasformata in una freccia incendiaria: penetrazione e lenta bruciante distruzione.
Creare sofferenza nell’illusione di dissipare o alleggerire (la mia) sofferenza.
Ma non si fa così..
L’Altro non è una parte di me?
A volte mi riesce difficile accettarlo.
Preferisco pensare che gli stimoli disseminati lungo la mia strada siano soltanto tali: non necessariamente appartengano a me ma siano comunque fattori necessari o indispensabili per completare l’integrazione della totalità delle cose.
Se tutto è uno, in questo Uno c’è tutto.

Tutto sommato pensare che la cattiveria e lo squilibrio caratteriale non mi appartengano e che, per questo, mi vengano incontro per farmi fare un’esperienza completa, mi fa sentire meglio.
E, pur ammettendo i miei innumerevoli difetti, voglio pensarla così.
Sarà una scelta di comodo ma per il momento non so andare oltre.
Più avanti si vedrà.
In più, siccome non sono il Messia e nemmeno madre Teresa di Calcutta, non è affar mio caricarmi di debiti karmici altrui: mi bastano i miei.
Perciò posso scegliere. Non sono costretta a migliorare la mia vita attraverso relazioni distruttive, ambigue e poco sincere.
Ho detto.

E poi.
E’ noto che allo Scorpione venga attribuita una cosa terribile: la vendetta.
Ma la vendetta non mi appartiene.
Non è da me che parte la punizione: sarei oltremodo presuntuosa oltre che incosciente.
Non posso certo sintonizzarmi su biechi livelli. Altrimenti dove si va a finire?
Il colpo di ritorno matura, automaticamente e con una logica ferrea, nella rete delle connessioni reciproche di tutto ciò che fa parte dell’Assoluto (tutto e tutti).
Se mantengo il più possibile integro e pulito il mio Essere, la mia apparente superficie di confine non offre appigli e l’aggressione, rimbalzando contro una brillante lastra di non-similitudine, si riflette indietro nel tentativo di aggregarsi a qualcosa della sua stessa natura: torna a suo padre, insomma.
Senza andare a cercare concetti elaborati come la legge d’attrazione (che di per sé, nonostante il marketing, è molto semplice) concludo con questa aurea, scintillante e scottante frase:
Chi semina raccoglie.
(che vale a dire, anche, che io in passato ho seminato malissimo).
In tutto questo riesco persino a non provare rabbia.
Per il perdono mi sto attrezzando, ma siamo ancora indietro.

Momento santo

Aderisco perfettamente alla mia forma.
Ho ritrovato gli appigli della mia vera struttura.
L’aria che entra è carburante,
quella che esce è innocuo residuo universale.
La carne vibra ed i movimenti sono esatti.
Gli occhi sono due finestre sull’infinito di cui faccio parte.
L’alternanza di esplosione e sedimentazione è precisa e costante
Come un buon motore, procedo a pieni giri.
Mi allargo a macchia d’olio coprendo incredibili distanze
rinascendo a nuova vita ad ogni confine superato.
Che durasse.
Grazie alla Vita.

V.I.T.R.I.O.L.

Nigredo

(lettera indirizzata ad altra anima ricercatrice di Verità, scritta nella mia massima fase Nigredo)

9.39.
E’ il numero che ho letto sul telefono stamattina appena ho aperto gli occhi.
E ho aperto gli occhi perché qualcuno mi ha telefonato dal lavoro. E meno male, vorrei dire.
In questi giorni ho tirato un po’ la corda in questo senso. Dovrei dormire di più.
Il tragitto verso l’ufficio è stato compiuto in trance come sempre. Ma con una trance diversa dal solito: non è stata solo una questione di sonno, ma ho trascinato involontariamente nel tempo un’immagine psichica che mi ha colta al risveglio.
Appena sveglia immaginando me stessa ancora addormentata, in quella terra di mezzo che separa la mente cosciente dall’immenso materiale occulto che cerco disperatamente di conoscere, ho percepito la metà di un seme dentro di me. L’ho proprio “visto”, ora sappiamo che è possibile.
E’ un dolore soffuso, omnipervadente, un accordo di fondo: un senso di separazione.
Oserei dire l’antichissimo senso di separazione che ognuno di noi ospita alle radici della parte individualizzata del proprio essere.
Mai e poi mai avrei creduto di raggiungere simili profondità e questo apre necessariamente una riflessione sofferta e ancora caotica di cui non posso più rimandarne l’inizio e che ha a che fare non soltanto con la mia vita terrena ma con il concetto stesso della mia Esistenza.

C’è sofferenza in tutto questo, una sofferenza che non procede da altro che sia all’infuori di me: si tratta di un attrito fortissimo e bruciante tra quella che sono stata fino ad ora e quella che sto diventando o magari quella che, semplicemente, Sono.
Potremmo chiamarla Opera al Nero. La Nigredo. La Morte ad opera del Fuoco Sacro.
Ed è così che io mi sento: a fuoco, bruciata, consumata in alcune mie parti che perderò irrimediabilmente, definitivamente. Sento il fumo della dissolvenza mentre rispondo al telefono, mentre parlo con un collega, mentre scrivo dei documenti, mentre mi accendo una sigaretta.
Sento il bruciore della fiamma nel silenzio di una disperata ricerca della centratura, la sento ancora di più nel momento in cui trovo la centratura.
E vedo cadere delle parti, annerite, che si frantumano via via che si allontanano da me, nella corsa verso il vuoto pneumatico del nulla che assorbe le mie scorie.

Questo bel quadretto alla mia parte di superficie piace poco.
E’ una vertigine. Una corsa a perdifiato verso non si sa cosa.
E’ una corsa in un canale velocissimo e dotato di valvole: non si torna indietro.
Sto cambiando veramente questa volta.
Penso alla morte di mia madre, alla morte – simbolica – di mio padre, alla successiva venuta dell’ennesimo maestro, severo e tuttavia amorevole, all’energia che sento scorrere in me. E vedo anche con chiarezza la necessità delle persone che mi vogliono vicina come un loro anelito di nutrimento. Che io non ho mai provato veramente bastando a me stessa, nella convinzione che così dev’essere.
Che presunzione! Gli altri vogliono nutrirsi in me e io mi basto da sola!
Mi parlavano di un masso ostruente. Il mio è così grosso?
Sta cambiando qualcosa sul serio.
Penso alla mia non-disciplina, al mio potenziale che percepisco come importante, imponente, alla mia intensa forza, all’impatto che ha sul “mondo esterno” e ai danni che può fare a causa della mia immaturità.
Penso alle cose che escono da me e che io non vedo.
Penso alla mia natura profonda che forse altri percepiscono e della quale io non sono consapevole.

Penso che ho paura di prendere senza dare niente. Altro che generoso nutrimento all’Altro.
E scopro che vorrei fare qualcosa anche per gli altri. E che forse non ne sono capace.
Penso che la mia energia spinge da dentro con violenza e io non so ancora qual’è il canale che violerà per uscire fuori nella giusta e corretta manifestazione.
Mi sono vista avvolta in una guaina. E so che la lacerazione è prossima. O forse sta già avvendendo.
Partorirsi da sé è poeticamente una figata, ma fa male tale e quale – credo – un parto biologico.

In tutto questo mi chiedo, ancora, come farebbero un ritardato mentale o un ostinato ignorante: tutto questo è reale o è un rivestimento elegante e sofisticatissimo ad opera della mia mente che cerca di raccontarsela per non permanere nella mortifera stagnazione?
O peggio: siamo sicuri che io sia una persona equilibrata?

Natalino

Mi avessero detto che mi avresti conquistata
per amorevole tenerezza,
non ci avrei mai creduto.

Big Kahuna. Il monologo.

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte
e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

Fa’ una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!

Non essere crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.

Lavati i denti.

Non perdere tempo con l’invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.
La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.

Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente, dimmi come si fa…

Conserva tutte le vecchie lettere d’amore,
butta i vecchi estratti-conto.

Rilassati!

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio.

Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant’anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,
ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,
come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo,
usalo in tutti i modi che puoi,
senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
E’ il più grande strumento che potrai mai avere.

Balla!
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.

Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza:
ti faranno solo sentire orrendo.

Cerca di conoscere i tuoi genitori,
non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.

Tratta bene i tuoi fratelli,
sono il miglior legame con il passato
e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.

Renditi conto che gli amici vanno e vengono,
ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.

Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,
perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.

Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant’anni, sembreranno di un ottantacinquenne.

Sii cauto nell’accettare consigli,
ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,
ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte
e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio… per questa volta.

Il sito del film
http://www.luckyred.it/kahuna/

3 Giugno 2010

(Molto intimo e per stomaci forti)

Ti scrivo.
Perché tutte le volte che vengo da te non riesco a dirti nulla. Ma mica per inibizione, o per eccesso di dramma.. Non so. Sono sempre molto tranquilla. Più di una volta, per questo, mi sono chiesta se sono una fredda, una figlia degenere, una perversa.
Lo sai cosa faccio. Tolgo subito tutto, passo la scopa, ricompongo, innaffio, e mi siedo un po’ lì. A volte addirittura fumo o scrivo qualche messaggio. Sono certa che qualcuno troverebbe tutto questo quasi una profanazione.
Insomma, non è mai successo – tranne forse le prime volte – che io riuscissi a formulare un a specie di discorso sensato. Del resto, è chiaro che, nel caso, parlerei soltanto con un riflesso: il tuo riflesso in me. E per fare questo non ho certo bisogno di fare 30 chilometri, no? E nel caso in cui invece che un riflesso ad ascoltare fossi veramente tu, a maggior ragione, non vedo il senso di uno spostamento fisico. In più abbiamo capito una volta per tutte, che il Dialogo migliore avviene quando le parti coinvolte non si parlano. Al massimo possono toccarsi o guardarsi. Ma nemmeno queste sono condizioni necessarie.
Arrivare fin lì è, alla fine, una specie di rituale, ovvero uno di quei comportamenti mirati a creare solchi psichici, un irrobustire l’intenzione e l’esperienza, un adiuvante per formare un’idea che funzioni.
Arrivare fin lì è immergermi nell’Origine della quale tu sei l’emblema massimo.
E poi il paese, gli alberi, i campi, quei sentieri che ricordo da sempre…
Poi, si: mi siedo lì sul gradino di cemento e comprendo all’istante il senso di molte cose. Come quando mi siedo in chiesa. Come quando sto per addormentarmi. Come quando guardo il cielo.

Per vizio guardo spesso anche per terra: è così che trovo i miei famosi tesori.
E un giorno proprio lì, vicino al tuo laboratorio di trasformazione, ne ho trovato uno pazzesco.
Osservavo con sguardo neutro l’erba, i rametti secchi, le piccole pietre, l’irregolarità del piano e ho visto dei frammenti di legno chiaro. O forse no: delle pietre. No. Né legno, né pietre.
Il passato – un passato piuttosto remoto, in quel caso – affiora dalla terra rivelando la veridicità di frasi come “tutto è uno”, “nulla si crea o si distrugge; tutto si trasforma”, “si torna alla terra” e cose di questo genere.
Allora il pensiero è andato subito a te: mi sono chiesta molte volte come puoi vivere oggi la trasformazione del tuo ultimo tempio. Mi chiedo se sei già stata mondata dall’attaccamento tanto da accettare ciò che sta accadendo al tuo veicolo senza morirne – per la seconda volta – d’orrore.
No. Non sono alienata nel fare questi pensieri. Sono fermamente convinta che tutti ci pensano. Ma come al solito c’è chi le cose le dice e chi non le dice. Tutto qui.
Allora in quel giorno, trovando un piccolo frammento osseo, contrariamente a quanto si possa pensare di fronte ad una prova tangibile della Fine, ho avuto uno strumento in più per aiutarmi ad avere fede: non siamo solo materia. Qualcosa di noi vive oltre. Ancora combattuta tra il raziocinio e un certo Sentire, potrei disquisirne all’infinito: chi legge abitualmente ciò che scrivo ha capito come sono e in cosa credo veramente. Quella che non ha ancora capito sono io perché un giorno mi fido di me e l’altro no.
Tu hai sempre creduto. Potrei invidiarti per questo.

Come va.
Va bene. Va meglio. Anche se c’è una cosa che vorrei dirti al riguardo. Ma è una cosa di cui mi vergogno e che a volte mi fa sentire cattiva, ingrata, diabolica. Ma te la dico così inizio ad integrarla.
Scusami (e scusa anche a chi legge) se questa cosa magari l’ho già detta. Io seguo ciò che emerge. Se ripeto qualcosa è perché forse è necessario che io lo faccia.
Vorrei parlarti di crescita e di libertà.
La tua partenza mi ha liberata un poco. Ha sdoganato la possibilità di essere quella che sono, eventualità da sempre inibita che se ne stava nascosta dietro il desiderio di compiacere i tuoi presunti desideri. E dire che non mi hai mai chiesto nulla. E nemmeno mai impedito niente. Solo ora comincio a conoscermi e ad esprimermi e a comprendere, guardando un poco indietro, la forte dipendenza che avevo verso di te che ci ha condotte in un involontario ma tragico condizionamento reciproco.
Tu te ne sei andata, poi. E io mi sono sentita libera.
E’ chiaro che tu hai fatto il Tuo percorso, non mi sento certo responsabile di niente in questo senso. Ma è altrettanto chiaro quel che si dice: che i genitori si scelgono “prima”. E io ho scelto una madre generosa al punto da non lasciare che brucianti domande creassero i presupposti per la Mia strada. Una madre che ad un certo punto mi ha liberato, più che da sé, da tutti quei legami condizionanti dei quali, ancora oggi in certi casi, cerco di scioglierne le fila. Avevo, forse, bisogno proprio di fare così. Chi lo sa. In ogni caso sono ancora al lavoro in questo senso.
Tu te ne sei andata ed io mi sento libera. Suona come un sacrilegio.
Eppure più dico questo, più ti amo. Ma non attraverso la consueta modalità drammatico-romantico-tradizionale. E’ più una cosa primitiva, terra-terra, che rasenta la legge biologica, che si fonde con i codici universali della Natura. Qualcosa di indifferenziato e omnicomprensivo che mi conduce immediatamente alla comprensione del vero senso dei legami e della reciprocità degli esseri.

Sarebbe naturale, a questo punto, che io dicessi che ti penso spesso e sei nel mio cuore.
Ma è più corretto dire che ora sento chiaramente di portare avanti una parte di te e che se ti sento, ti sento nella carne e nella tua eredità psichica che, passo dopo passo, sto ripulendo dal vizio per renderla funzionale nella mia vita.
Voglio saperti libera e felice.

E tra poco vengo da te.

Ho il terrore di disturbarti.
Ma stanotte vorrei tanto sognarti.

ore: 17.45, mentre faccio merenda.
Nel vaso che qualcuno ha svuotato e non ha capovolto,
sono rimaste intrappolate tre lucertole.
Questa cosa mi ha disturbato un pò. Una non ce l’ha fatta.
C’era un sole stupendo (c’è ancora) ed un magnifico venticello.
Tornando a valle, un cielo di una bellezza che stordisce.
Un giorno scriverò del cielo.

L’estate sulla pelle, finalmente.
Un passo veloce nell’orto e una quindicina di baci sul muso del gatto di mio fratello.
Che pare voler scappare e invece, sotto sotto, ci sta.
Mi sembra che tutto combaci.
Anche se a tratti tollero una specie di piccola umana incompletezza.
Sono viva. Sto bene. Basta.