Se il chicco di frumento..

Primo giorno di Primavera.
Questo nome ha il colore, il profumo e la delicatezza delle primule.
Una delicatezza che cela in sé una straordinaria forza.
Quella che spacca i bordi dell’asfalto per far strada all’erba giovane.
Quella che erompe da sotto, inumidendo l’aridità della terra ancora fredda.
Sono correnti circolari quelle della vita.

C’erano – ci saranno ancora – parole che cantavo in chiesa quando ero adolescente.
Dicevano così:

“Se il chicco di frumento
non cade nella terra e non muore
rimane da solo.
Se muore crescerà.
………….
Come il tralcio che piange
anche tu fiorirai.
Viene la primavera
l’inverno se ne va”.

Cattolicesismi a parte, non è male.
Buona Primavera.

Momento Frankenstein

Seguo da qualche anno Salvatore Brizzi e la sua scuola di Risveglio.
La parola “risveglio” può far sorridere i detrattori del lavoro su di sé.
Al pari di “illuminazione” e sostantivi equivalenti, svalutati dall’abuso che se ne è fatto durante l’ultimo decennio grazie alla corrente culturale e pseudo-spirituale conosciuta universalmente sotto il roseo nome di New Age, il percorso ultrapsicologico del “conosci te stesso” espone a sguardi di sufficienza, equivoci interpretativi e, nei casi peggiori, ad una sommessa derisione da parte della maggior parte della gente.
Del resto, si sa, lavorare su se stessi è una gran fatica. E, soprattutto, spesso i risultati non sono evidenti ad un occhio esterno come desidereremmo che fosse, visto che non siamo ancora illuminati e ce ne frega parecchio del giudizio altrui, essendone noi pregni fino al midollo. Vorremmo che i frutti del lavoro si palesassero subito e in modo inequivocabile se non altro per dare un senso a tutto questo impegno che, nei momenti di crisi ci riempie di dubbio e ci porta a farci (tante, troppe) domande.
Comunque l’argomento è più che vasto e non intendo farne un trattato né farmi portavoce di esso visto che sono ancora indietro come le balle del cane – detto popolare poco elegante tipico della mia zona.

Tuttavia vorrei scrivere una riflessione che mi agghiaccia, mi disturba, mi traumatizza ogni volta. E tale riflessione riguarda il principio fondamentale su cui si fonda il concetto di responsabilità della propria vita e quindi, in un’ultima analisi, della Libertà dell’uomo. Concetto che permea totalmente il percorso della conoscenza di se e dell’eventuale cambiamento evolutivo che ad essa, se ci va di culo e siamo stati bravi, ne consegue.
Chi legge ed è qualcuno che normalmente accetta questo tipo di insegnamento senza fiatare, non si offenda per l’ironia e le battute (tipo quella contenuta nella precedente frase): la mia è un’ironia giocosa, funzionale allo scritto e un po’ narcisistica e, fondamentalmente, si tratta della mia firma, l’impronta onnipresente del mio atteggiamento salvavita.
Quindi non dissacro, ma ironizzo per non soccombere.

Tale principio è quello secondo il quale il mondo così come lo vediamo, lo percepiamo e lo viviamo, lo creiamo noi. Il mondo è la tua ombra, mi viene detto. “Cambia tu ed il mondo è costretto a seguirti”. Ovvero, il mondo è una mia proiezione.
Non voglio convincere nessuno e perciò non spiegherò cosa significa in modo approfondito questo concetto. Anche perché dubito davvero di essere in grado di farlo in modo pulito e completo. Ma, in soldoni, credo che si possa riassumere con queste parole: ogni cosa presente nella nostra vita, in qualche modo ce la siamo scelta ed è la fedele rappresentazione dei nostri contenuti interiori.
E questo ci va bene finché parliamo di automobili, borse, vacanze, tovaglie e smalto per le unghie. Quando cominciamo a mettere in ballo le persone o gli ambiti fondamentali della vita, che normalmente paiono dispensati dal caso o dal famigerato destino, il discorso cambia. Partiamo ad esempio dagli amici che possiamo sempre cercare e trovare, cambiare, lasciare. Si. Ma non è semplice, vero?
Passiamo poi per il lavoro, i colleghi, con i quali ci intratteniamo per una grande percentuale del nostro tempo. Com’è possibile che io stessa abbia “scelto” il mio capo? Proprio lui? Proprio quello li? Capite? Passiamo poi per i vari fidanzati, amanti, mariti, mogli, concubine, trombamici, etc. Per arrivare all’estremo rappresentato dai genitori e altri stretti parenti.
Qui l’illusione è ancora più spettacolare: siamo costretti ad abbandonare romantiche teorie sulle anime gemelle, e tortuose psicogiustificazioni sui bisogni, sui cliché culturali del momento e sugli innumerevoli traumi infantili che non ricordiamo ma ci devono essere per forza, vista la situazione!
In realtà, poi, queste cose che ho appena citato sono assolutamente plausibili (e anche funzionali all’evoluzione, pare) MA verificare la loro esistenza non ci consola affatto! Non basta. Non serve, in sé. Non giustifica nulla. Prima di tutto perché siamo responsabili anche di quelle. E poi perché andranno anche prese in considerazione, analizzate e studiate, ma vanno soprattutto SUPERATE.
Loro sono il passato e il passato non si può cambiare. Oggi, si, possiamo cambiare qualcosa, ma gli ingredienti sono sempre quelli. Gli esiti del passato, così come ce li troviamo in tasca. Non servono minuziose analisi: il tempo vola.
Serve una nuova ricetta con quello che si ha in frigo. Anche se quello che si ha in frigo, secondo il parere di alcuni – un parere che finisce per convincerci – è irrimediabilmente corrotto. Andato a male per illusioni, ingenuità, superficialità, egoismo, noncuranze varie e, soprattutto per una grande ignoranza.
Perciò i residui del passato non vanno rifiutati ma considerati per quello che sono: un punto di partenza che è così e resta così. Dobbiamo accettarli, farcene una ragione, integrarli ed andare oltre.
Niente scuse! “O scuse, o risultati!” (cit. T. Harv Eker).
Siamo insomma costretti ad ipotizzare e valutare il fatto che va tutto bene così com’è, perché se così non fosse, non ci troveremmo di sicuro a fianco di Tizio o in ufficio con Caio. Che quelle persone servono alla nostra crescita, che la vita ci da quello che ci serve in esatta misura, in un dato preciso modo, proprio in quell’istante.
Parliamo non solo di persone, ma anche, naturalmente, di certe situazioni, certi contesti, certi eventi o condizioni o imprevisti.
Sentirsi dire che ci siamo scelti pure quelli, in certi casi, stimola la partenza del famigerato “embolo” (cit.GG). Ce la prendiamo con la nostra anima? Ma poi, un’anima ce l’abbiamo?
Io non saprei. Dipende dal giorno in cui me lo chiedo.
Insomma, si dice quindi che certi contesti ci servivano (anche se non lo sapevamo) e ce li siamo CREATI.
A questa punto la differenza tra me e Dio è, come si dice, appunto, zero.
Difficile da mandare giù. Libertà vera! Responsabilità totale!!
E qui, per una comune impiegata statale con un universo personale grande quanto un fazzoletto, comincia il rischio follia.
Perché capita a tutti – e ci sarà una ragione anche per questo – di pasticciare un po’ con gli ingredienti e sfornare certi periodi che assomigliano a notti invernali in Transilvania.
Capita a tutti di creare inferni o mettere in piedi mostri antropomorfi che percepiamo come separati da noi. O che, se siamo proprio messi male, vediamo direttamente allo specchio in certi giorni..
Capita a tutti un periodo Frankenstein. Periodo in cui quello che crei non è molto diverso da un day after, da un diluvio universale senza arca e senza Noè, o da un morto riciclato pieno di cicatrici che hai proiettato sul povero vicino di turno, all’accensione del tuo proiettore interno.

Cosa? Devo smettere?
Troppo tardi.

Tutto questo l’ho scritto ieri pomeriggio.
Oggi aggiungo, ascoltando attentamente le parole che mi sono detta da sola attraverso il mondo esterno, che sono piena di molta più cacca di quanto credessi.

I segreti della schiavitù finanziaria

Posso sfogarmi una volta ogni tanto? Si? Certo. Questo è il mio diario. 
E poi mica sono sempre al top.
Ho impiegato 15 anni a non farmi sopraffare dalle spese per ritrovarmi
oggi con un prossimo gigantesco rosso in un mese già critico di per sé.
Roba da intaccare i risparmi. Ad averceli.
Se c’è una cosa che mi fa morire di stress è questo.
Sento di nuovo quel senso di angoscioso mancamento alla sola idea di come andranno le cose nelle prossime settimane.
Faccio una vita sproporzionata al mio reddito. Punto.
Non c’è altra spiegazione. Non può esserci altra spiegazione.
Sono stressata, schiacciata, mi sento male, malissimo, 
inchiodata in un senso di eterna impossibilità.
Certo. Posso sempre RISPARMIARE. 
Fatemi capire: una volta uscivo a cena almeno un paio di volte alla settimana, cinema, palestra, giornali, aperitivi, lotto, stupidaggini e cazzeggi vari.
Adesso dico, ADESSO, dove vanno?
Ora mi chiudo in casa, non faccio colazioni fuori (cioè, mi alzo alle 5?),
vado a fare la spesa solo al discount, spengo le luci, smetto di fumare (anche questa l’ho già sentita dire), vedrò di non perdere mai più il treno, e di limitare l’uso dell’automobile ad un solo viaggio per settimana. Se proprio è necessario.
Basterà? NO. Perché in questa florida situazione ho anche avuto il coraggio di prendermi impegni che non posso mantenere.
Sono caduta nella trappola del Vorrei Ma Non Posso! Che stupida.
Sono un’idiota.
(e, oggi, anche un po’ nervosa…)
Va be’. Per la legge di compensazione, il prossimo articolo sarà angelico, dai.

Ipotesi

Lascia tutto e seguimi.
Lascia tutto e seguiti.

Il bozzolo infame

“Un giorno apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso
si mise a guardare la farfalla che per varie ore si sforzava per uscire da quel piccolo buco. Dopo molto tempo sembrava che il buco fosse sempre della stessa dimensione
e che la farfalla si fosse arresa. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva e che non avesse più la possibilità di fare altro.
Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un coltellino e aprì il bozzolo.
La farfalla uscì immediatamente.
Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.
L’uomo continuò ad osservare sperando che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero in grado di sostenere il corpo. E che la farfalla cominciasse finalmente a volare.
Non successe nulla. In quanto la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con quel corpo ancora rattrappito e le ali poco sviluppate.
Non fu mai capace di volare.
Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e l’intenzione di aiutare, non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario perché la farfalla potesse irrobustire e completare lo sviluppo delle sue ali, cosicché essa potesse volare.
Era il modo in cui Dio la faceva crescere e sviluppare.”

Please

Se c’è qualcuno lassù (o qua dentro, a seconda del credo),
si faccia sentire.
Ora.

Alien

Sono in overdose di insegnamenti.
Ho letto troppo. Ho ascoltato troppo. Mi sono indottrinata troppo.
Di cose tra le quali ce ne sono alcune che con me non c’entrano niente.
L’unica tra queste imbeccate “evolutive” che ritengo utile e funzionale, è che la mia realtà me la creo io, se non altro nella misura in cui vedo in essa quello che voglio vedere e che sono in grado di percepire.
Siccome però non sono tenuta a fingere di essere quella che non sono e di trovarmi dove non mi trovo, in fatto di livelli, mi sto facendo un po’ di domande.
Senza esagerare. Domande semplici.
Trovo insensato andarmi a cercare delle sfide quando la vita (o io stessa nella mia dimensione divina. Così va bene?), per quanto mi riguarda, ne è già piena da sempre.
Che senso ha tutta questa pressione, a parte quello di farmi sentire sempre in dovere di fare o cambiare qualcosa e, in definitiva, di diventare diversa da quella che sono?
Ultimamente si fa tanto parlare di schiavitù.. E se andasse bene così? Adesso È così. Poi lo vedremo. E chi ha detto che sia proprio questa questa la mia schiavitù? Ci sono molte altre versioni, altre declinazioni, di tale presunta schiavitù che non sono così visibili e riconoscibili. Si fa presto a dire schiavo.
Che i signori Maestri si decidano: chi dice che va bene tutto così com’è, chi auspica uno sforzo per superarsi.
Dove sta l’equilibrio?
Il problema ce l’ha chi sente la necessita di farsi, appunto, delle domande.
Entrambe le direzioni hanno un senso. L’importante è non fare diventare l’impegno uno sforzo insostenibile.
Stamattina mi chiedo perché la mia vita va così come va. Che poi va bene. Solo che io lo dimentico perché in qualche modo assumo certi punti di vista che mi portano altrove.
Credo di meritare un po’ di tranquillità. Perché mi capitano certe cose, certe situazioni? Perché me le faccio capitare, diciamo, giusto per essere coerenti?
Se vado bene così come sono perché devo sentirmi sempre fuori posto?
È una domanda semplice questa, a cui vorrei tanto dare una risposta.
Sono sempre in quella sgradevole terra di mezzo nella quale sono arrivata ad odiare quello che faccio e sto quasi per odiare quello a cui mi pareva di tendere fino a poco tempo fa.
Dico “mi pareva” perché sono arrivata al punto di non essere più sicura del fatto che i miei pensieri siano veramente i miei.
Ho un senso di estraneità all’interno di me. Tipo Alien.
Dire che in certi momenti sono posseduta da una mia identità disfunzionale è banale ed è risaputo. Ed è cosa comune a tutti.
Qui invece sento proprio un corpo estraneo, un’intrusione. 
Allora, tutto questo l’ho permesso io? Bene.
Allora, chiunque tu sia – come si usa dire – esci da questo corpo (-mente)!
Ti sradico con le mie stesse mani, ti polverizzo con la mia disperazione, ti esorcizzo raccogliendo e concentrando tutta l’intenzione di cui sono capace. Ti bandisco con il segno della mia buona fede e la mia ingenuità (a cui, inspiegabilmente, non crede mai nessuno) e ti rivolto contro la mia stessa debolezza, quella che ha permesso il tuo insediamento e la tua propagazione virale.
Ti ordino di andartene, nel nome Mio, Chiunque io sia.
E a me stessa affido una ricerca: scoprire cosa voglio io per me.

La valvola dov’è?

Lo sapevo.
Tieni, tieni e poi mi esplode l’intolleranza tutta di colpo.
Ma dove ho la valvola, please?

Natale Con Chi Vuoi

Mi accorgo ora, ora mentre metto la sveglia per domani mattina,
che siamo al 5 di dicembre. E che tra una ventina di giorni è Natale.
Guardate non mi viene nemmeno voglia di studiare qualcosa per celebrare – magari scrivendone come ho sempre fatto – il Sol Invictus.
E dire che questo sarebbe l’anno giusto per celebrare, ratificare, evidenziare una rinascita.
Come diavolo faccio a trascendere la mia povera mente, l’agglomerato dei ricordi che ora, in mancanza di una materiale progressione nel tempo, tornano quelli di quando ero bambina.
Bambina proprio forse no, perché il censore sulla mia memoria ha la mano pesante.
Comunque ho il diritto di lamentare mancanze.
E ho il diritto di avere la necessità di una Home che vada oltre i miei gatti.
E contestualmente ho il diritto di rifiutare pseudo-famiglie pseudo-acquisite
sulle quali non mi dilungo troppo per necessaria riservatezza.
E allora cosa farò?
Farò un Natale Con Chi Vuoi.
Magari vado a trovare gli Amati qualche giorno prima, giusto per ritualizzare. Sempre che non ci sia un metro di neve sulle strade.
A proposito, devo ancora cambiare le gomme.
Buonanotte phelini.

Come viviamo?

O Spirito Contadino dei miei Avi
Discendi su di me.