Non voglio analizzarmi. Ma voglio sentire. Voglio sentire bene.
Una volta, quando mi sentivo a disagio, mi rifugiavo nel minimalismo familiare di quel senso di povertà semplice che mi riporta alla figura di mia madre e che mi rassicurava come una coperta calda.
Oggi questo impulso prova ad uscire per sedare certi acuti di insoddisfazione generica, ma non funziona come faceva allora. Faccio il salto, spingo, ma non vengo catapultata nella cuccia che mi è tanto cara e nella quale, a pensarci, oggi resterei comunque solo pochi attimi. Mi trovo in una specie di strato mediano, tra questo essere al mondo senza troppe pretese ed un caotico volere non ben definito. Un impeto corposo e costante che non mi abbandona quasi mai. E non ho posa.
Vedo la bellezza di tutto (non saprei più fare diversamente) ma questo non mi nutre. Non quando sono in questo stato.
In giorni come questo, in cui piuttosto di alzarmi dal letto caldo pagherei quello che non ho. Trovo ostile il freddo. Trovo ostile il mattino. A dire il vero il mattino mi è sempre stato ostile. Non so. È davvero sempre stato così? Non ho memoria che possa aiutarmi a comprendere a fondo questo. Anche perché non mi è facile attraversare la barriera di una convinzione che ormai ho marchiato a fuoco nel derma della mia coscienza: sono nata in ritardo perché qualcuno mi ha tirato fuori a forza. Forse non ne avevo voglia. Stavo meglio dove stavo.
Rinasco in questo modo ogni mattina. All’alba di ogni mia giornata tutto è difficile, tutto pare una sfida, e la mia coscienza è come una nebulosa immensa che si vede costretta a ridursi in una forma funzionale piccola e sempre incerta, data l’incapacità di un preciso orientamento.
– E se poi ci si mettono pure i pendolari di arquata a rompere il cazzo allora ditelo. Continuo dopo. –
(Viaggio di ritorno).
Credo che stare per metà nella superficialità in cui si scivola inesorabilmente nel quotidiano, e per metà in quella dimensione alta, che pure si vive nel quotidiano, ma che trasforma ogni momento comune in un fotogramma essenziale della nostra vita, non sia semplicissimo. Almeno non lo è sempre. Per me, dico e, credo, per chiunque si interroghi a proposito del proprio Essere e non sia un illuminato.
È un sentimento strano, un sentire complesso che include la meraviglia di Vivere insieme all’inquietudine esistenziale che suggerisce l’esistenza di un qualcosa che si trovi al di la delle comuni percezioni. L’idea di quel qualcosa di anteriore e sconosciuto che ipotizzato, desiderato, quasi sperato, lenisce le ferite di una realtà mondana non sempre compresa e che, allo stesso tempo, sgomenta chi, come me, difetta di fede. E non sto parlando di religione, ovviamente.
Il bisogno dell’ignoto. La quasi certezza dell’esistenza di qualcosa di ignoto. La paura dell’ignoto.
Il fragile equilibrio tra il lasciarsi andare e la paura di farlo.
E allora corro nei miei corridoi e apro tutte le porte nella speranza di trovare la chiave per decodificare e risolvere un dato stato d’animo e, più porte apro, più aumenta la confusione.
Come sul fondo di un lento e profondo fiume appena dragato, mi muovo per piccole distanze, senza una direzione. E senza esito soddisfacente.
La soluzione è una: attendere che la fanghiglia si depositi o venga portata via dalla corrente.
La soluzione è il silenzio.
Categoria: hardcore
Postazione 16
Una nave nella tempesta.
Senza timone, ne terraferma all’orizzonte.
Una notte senza luna.
Senza un suono, una pendenza, una qualunque ombra.
Una stanza senza porte.
Una scala senza fine.
Una torre – sola – che crolla.
Settembre di quest’anno è la mia New York.
La motosega
L’acquisizione un po’ forzata di un certo modello – presunto ideale -,
dettata dalla paura, dall’insicurezza e da un’inequivocabile autosvalutazione,
alla lunga fa decidere di mettere la motosega nella borsetta.
Un altro 3 Giugno
– Adesso sediamoci un po’ qui.. Va bene? – tiro fuori una sigaretta, mi tolgo i capelli dagli occhi – c’è sempre un po’ d’aria qui – e l’accendo.
– Ooh sempre ste sigarette!
– Lo so. Non dire niente. Sai cosa diceva papà? “Chi fuma gli manca qualcosa”. Guarda che ha ragione. Però. Però, lo vedi, non è il caso che ti dica niente. Lo so bene che fa male. E’ chiaro che fa male, ma lo vedi? Hai visto no? Ecco. Adesso me ne fumo una.
– Io non ho mai fumato, mangiavo un mucchio di verdura. Andavo a dormire presto. Non vuol dire niente.
– Non è che non vuol dire niente. Insomma certe cose non che siano proprio una panacea… Ma non è quello. Non è SOLO quello. Certe cose accadono lo stesso, se devono accadere. E’ che io continuo a chiedermi il perché.
– Si dai, lo hai già pensato mille volte. Anch’io credo che le cose siano andate così come pensi tu. Pazienza. Tu non farti fregare.
– Ah si. Ci provo. Sai vorrei dirti tante cose e, soprattutto, chiedertene tante altre. Chiedere il tuo parere sulle cose che ho fatto e che faccio. Ma mentre lo penso sento anche che è sbagliato il modo con cui vorrei farlo: c’è ancora una traccia del desiderio di essere confermata. Di farmi dire che sto facendo bene e quindi vado bene, sono giusta. Capisci?
Non importa mica che tu non ci sia fisicamente. La Te che ho dentro ancora persiste. E ci mancherebbe mi dirai…
– No no, ho capito…
– Di questa Te che ho dentro una parte, ancora, è un’elegante maschera della mia paura, di uno stupido senso del “si deve”, del “si fa” e del non “si fa”.
Sarebbe stato bellissimo averti come amica.
Ed è stato meraviglioso averti come madre. Ma averti come madre ha implicato un ruolo archetipico che ci ha imprigionate in un copione. Va bè. Sono stata comunque fortunata.
Uffa. – La guardo con una sincera espressione di richiesta – E ora? Cosa devo fare ora, secondo te?
– Fai la tua vita. Fai uno sforzo e smettila di avere paura di tutto. E’ un’occasione UNICA. Hai capito? Fai quello che vuoi fare. Fallo.
– A volte non so quello che voglio fare.
– Nessuno si aspetta niente da te. E se se lo aspetta sbaglia. Sono affari suoi. Tu vai avanti per la tua strada.
– Sapere quale..
– Ma vaaaaaa! La tua vita è roba tua. Non te lo devo dire io cosa devi fare. Cercalo tu.
Vai. Fai quello che VUOI fare. – mi dice con quel sorriso che scioglie tutto.
– Sai che ti assomiglio di brutto? In certe foto si vede tantissimo.
– Ti ho passato necessariamente delle cose. Ma tu sei tu. Ammetto che la pensavo diversamente e a volte non ti capivo. Ma ora mi sta bene: non sei mica mia. Mi hai attraversata e devi, al limite, dirmi grazie solo perchè c’ero e essendoci hai potuto uscire qui.
– Adesso dove vai?
– Solo al di fuori del tuo sguardo fisico. Ma non scervellarti, come al solito, di capire. Poi lo capirai. Pensi troppo. Ora stai lì dove sei. Cerca di scoprire tutta la bellezza di cui parli sempre. Vivi. Fai quello che vuoi senza limiti che te ne metti già a sufficienza: non farai mai niente di sbagliato. Io lo so.
Crediti porca miseria.
Ciao
Resto a guardare una porzione di quel muretto assolato. Nell’angolo interno della finestrella una piccola ragnatela vibra, gli uccellini (non è uno spot del mulino bianco: ci sono davvero gli uccellini lì) cantano come nel migliori cliché della letteratura bucolica anche se questo, in teoria, potrebbe essere un noir o un mattone della vecchia letteratura inglese visto che siamo in un cimitero.
Il sole va e viene. Forse pioverà ancora.
La tua foto non suscita più quell’ingannevole senso di presenza come qualche tempo fa: è chiaro che tu non sei lì.
Mi alzo, mi pulisco i jeans e vado.
Crediti porca miseria.
Grazie per aver bruciato tu tutto un carico di sofferenza senza lasciarmelo in eredità.
Grazie.
Vado e spacco tutto. Con calma, si capisce..
Chiacchierando con Caronte
E chi ha voglia di dormire?
Sono fuori dal tempo a guardare come si scrive la storia.
Testimone dei fatti chiave.
Impaurita ma violentemente attraversata dalla Vita.
Spaventata dai bagliori di questa luce che pare rincorrermi.
Sempre più disinteressata al baratro degli inutili e nebulosi ripari.
E comunque incapace di orientarmi correttamente.
Perché non so cos’è corretto, veramente.
Chi diavolo ha voglia di dormire, con questo sangue rumoroso come un fiume in piena, con gli improvvisi vuoti che paiono, in un attimo, assorbire il mondo intero fino ad annientare me.
Ma come cazzo faccio ad essere anche un po’ felice in mezzo ad un dolore come questo?
Come si può trovare una quota di gioia in una profonda ferita?
Dovrei veramente farmi curare.
Sveglia!
Quando sono tentata di sceneggiare platealmente qualche dolore,
o di farne un onda da cavalcare per mille e disparati scopi,
un paravento comodo per non fare fatica,
un modo raffinato per controllare le cose,
penso a mia madre.
Che stava male e non si è mai lamentata.
Che mentre stava morendo non ce lo ha mai mostrato.
Io creo la mia realtà
Ma evidentemente, o non ho buon gusto, o il mio inconscio ospita aspetti orripilanti.
Pioviggina, com’è giusto che sia a Novembre.
Giove e Lilith, per non parlare di altri molto più noti, si stanno dando da fare.
E se prendessero due giorni di ferie, non ci dispiacerebbe.
Ma è meglio continuare così, in quinta marcia, appena sopra i limiti di velocità:
uno zampino nel rischio, ma si arriva prima.
Il mondo “fuori” insiste nel suo procedere ostico, sempre più violento,
sempre meno accomodante.
Non mi rimane che ritirarmi un attimo chez moi.
E ascoltare il mio ginocchio sinistro che canta incessantemente il suo monito.
E esercitare la volontà nonostante mi renda conto che questo dispiace alla solita “me” infrattata nei paesaggi subcoscienti in compagnia di feroci fiere, insetti minacciosi e violentissimi temporali.
Chissenefrega.
Buonaserata ai pochi impavidi che leggono.
Bruciare ancora
Dicono che per crescere e cambiare ci voglia l’attrito.
Io sto facendo scintille in questo senso.
Spero vivamente serva a qualcosa.
Dove sei?
Sono questi i momenti (peraltro rari, devo dire) in cui mi manca un riferimento protettivo, consolatorio, comprensivo.
Mi manca l’unica persona della mia famiglia che aveva le palle.
Io non le ho a sufficienza.
Mi difendo con l’unica arma che possiedo: impegnarmi il più possibile ad essere vera, essere quella che sono senza appesantirmi di maschere, deviazioni e falsità di comodo. Per lo meno ci provo.
Ma i risultati non maturano per forza di cose in un ambito roseo e armonioso: diventa inevitabile una frattura che separa un mondo dall’altro.
Se per (far finta di) vivere in armonia devo far finta di essere quella che non sono, allora non ci sto. Non riuscirei nemmeno volendolo ormai.
Ho a che fare con gente che non sa quanto siano importanti le parole e le eventuali ferite che ne derivano.
Con gente che non sa quando è devastante il giudizio, quanto corrosiva la critica.
Prima di tutto per chi le fa.
Aspetterò. E sono già triste per il disastro che ne deriverà.
Un disastro dal possibile duplice aspetto: la morte di chi sceglierà di restare addormentato (ma l’incoscienza ne risparmierà la sofferenza) o il dolore del suo eventuale quanto improbabile risveglio.
Voglio dire, mica mi sono fatta il culo per niente.
Ma sono responsabile solo per me stessa.
Momenti duri.
E quindi ti vorrei qui. Ieri mi è anche scappata una richiesta, disturbandoti per “cose del mondo”. Che non ti appartengono più.
A pensarci però, sono felice che tu non ci sia in simili frangenti.
Ti dispiacerebbe da morire.
Ok niente. Buon percorso, come sempre.
Io voglio
Ho ripreso energia.
Salto la staccionata con un balzo solo, fulmineo, deciso, leggero.
E torno nell’Amore che tutto risana.
Qualunque sia la condizione.
Tutto è perfetto.
E non c’è altro da dire