Respiro

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L’occhietto difettoso del mio gatto è poesia.
Il cielo fedele ed eterno è poesia.
L’acqua, trasparente, plastica, viva, è poesia.
Il ritmo del cuore, il movimento infinitesimale del corpo sono poesia.

L’elettricità nell’aria, il suono, il susseguirsi di odori.

La percezione è poesia.

La calma, il silenzio, lo sbocciare e il transito del pensiero.
L’esplosione e la flessione dei sentimenti.
Gli occhi chiusi.

Gli occhi aperti, la luce e l’entrata e l’uscita delle cose.

Lo stare immobili è poesia.
Il movimento, il ritmo.
Il numero che si ramifica in un apparente caos, è poesia.
Stare è poesia.

Esserci è un atto poetico.
Di bellezza infinita.

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Appena sotto le stelle (wake up, get up and go on)

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A chi guarda dalle nuvole sembrerà tutto molto chiaro.

Lo faccio spesso.
Osservo la linea del mio tempo dall’alto.
Ci provo, dico.
Non è mica facile: la memoria è viziata da sentimenti resistenti.
Belli e brutti. Confusi e limpidi. Vecchi e attuali.
La cosa che voglio evitare è che il pretesto del vivere il Qui&Ora, tanto fondamentale quanto unico paradigma di una buona esistenza, mi chiuda gli occhi sulla vera natura delle cose.
Che ci giunge più fedele se non ne dimentichiamo le radici, i percorsi fatti, le scelte seguite. E soprattutto non chiudiamo gli occhi di fronte ai piccoli particolari, alcune lievi sfumature, a torto considerati poco importanti, che fanno invece la differenza.
Poi, è chiaro, si va avanti con ciò che c’è ora.
Anche perché non serve altro. Ora.
E ciò che c’è, ora, è una bella mappa chiara e perfettamente leggibile.

La mappa non è il territorio.
Ma quando sei perso aiuta eccome.

Ed è bastato alzarsi e guardare tutto l’insieme, dall’alto di una stanchezza di cui sono stufa e che impone un maggior rispetto di se stessi e degli altri.

Il bianco soffice delle nubi si frammenta, lentamente si dirada.
Infine termina. Improvvisamente.
Una linea irregolare ed obliqua scopre di colpo il blu del mare.
E poco più sotto, un primo frammento di un colore primitivo, amato ed emozionante: terra.
Così succede, guardando dal finestrino dell’aereo.
Poi bellissime geometrie di verdi, ocra e marroni. Di varie tonalità e di tutte le forme.
E di notte, una rete di luci che si addensano. E poi si stemperano a piccoli punti nel buio del suolo che dorme.
E poi ancora, se l’ora e la zona lo consentono, alzare lo sguardo all’orizzonte e scorgere l’abbraccio tra la notte e il giorno. E accorgersi.
Accorgersi del senso e della natura del tempo. Comprendere profondamente che possiamo – dobbiamo – rifare tutto.
Perché ancora un solo minuto in questo spreco di spazi, di risorse, di parole, di attenzione e di tempo stesso, è un insulto alla Vita.
Wake up, get up and go on.

Qualcosa di eroico, essenziale, rude e sacro

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C’è il temporale.
Sono seduta sullo scagnetto*, appena fuori dalla grande portafinestra della cucina.
Mi fumo la sigaretta del dopocena e non penso nemmeno molto, a dire il vero.
Sento i tuoni. In un certo senso li contemplo.

Il chiarore, il rumore, l’odore dell’aria. Il profilo scuro delle case di fronte.
Il riflesso delle luci di qualche giardino sulle gocce della ringhiera.
Sento dentro cosa succede.
Succede che non ho alcun motivo per essere contenta ma sento sorgere un sommesso e crescente piacere che si diffonde.
Un senso di appagamento primitivo. Il temporale, i tuoni, lo scroscio della pioggia.
C’è un qualcosa che sa di cuccia in tutto questo.
Che non è solo il pregustare l’infilarsi a letto.
È una sede psichica primordiale. Una cuccia cosmica.
Qualcosa di eroico, essenziale, rude e sacro.
Ma anche un abbraccio selvaggio e definitivo, una comunione con tutto, una ramificazione infinita. Un senso ancestrale di casa.

Sia il fulmine la misura del mio scatto in avanti.
La differenza di potenziale che anziché bruciarmi, mi incendierà dentro rendendomi finalmente radiante.
Una stella.
Non più solo uno stupido parafulmine.

*scagnetto: sgabellino in legno.

Uccellini

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È il titolo di una raccolta di racconti erotici della mia amata Anaïs Nin.
Ma è anche la mia nuova passione ‘animale’.

Comunque mi esprima, dire questo senza cadere nel gergo popolare in cui questi animaletti fanno la parte del pisello (scelgo la versione vegetale, per farmi capire) è praticamente impossibile.
Immaginate dire “ultimamente mi sto appassionando agli uccelli?”.
Se mi va bene, potrebbero rispondermi “e fino ad ora, cosa facevi?”.
Non è il caso di continuare.

Trovo che siano delle creature meravigliose e non so perché non me ne sono accorta prima.
La sensibilizzazione alla bellezza di questi piccoli cuori che salpano il cielo, ho pensato recentemente, è iniziata con un sogno.
Un sogno strano, in cui c’erano un sacco di uccellini con le ali doppie.
Lasciamo stare cosa possano significare. Non saprei. Anzi se qualcuno ha qualche idea, libero di aiutarmi a capire.

Qui dove vivo ora c’è ne sono moltissimi.
Mi affascina, probabilmente, la loro abilità di vivere nell’unico elemento di natura con cui non ho confidenza.
La più impalpabile delle materie, che mi appare come un immenso contenitore di tutto ciò che ancora non conosco.
La controparte fisica di quel regno in cui sono presenti tutte le cose che accadono e che a me non sono ancora accadute o di cui non mi accorgo.

Mi affascina la loro piccola dimensione, la loro apparente delicatezza. Una forma piumata, affusolata e palpitante, che si esprime in velocissimi movimenti, come se il tempo per loro si svolgesse ad una velocità diversa. Ed è così.
Come se vivessero in un ologramma del mondo miniaturizzato, in un’onda vibratoria ad alta frequenza, tra le onde vibratorie di tutto ciò che c’è.

Mi affascina il loro canto senza il quale il mondo fuori dalla finestra, sembrerebbe morto.

Mi rassicura vederli volare in lontananza, stagliati nell’azzurro o nel bianco lattiginoso delle nuvole.
Mi incantano gli stormi, forme collettive che rivelano un’intelligenza superiore e una sincronia armonica che segue leggi invisibili, ma per questo non reali, di Natura.
Manifestazione fisica di qualcosa di decisamente superiore.

E allora cosa siamo noi!

Oggi sono romantica da diabete.

Alla conquista della realtà (tequila boom boom)

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Dopo l’abbuffata di spiritualità prêt à porter, naturalmente adesso ho la saturazione. Mi sento come quei bicchieri di tequila con il sale sul bordo.
Ecco, la piena si è sgonfiata, tutto si è seccato ed è rimasto quel fastidioso esito cristallino che è il mio impegno prima disperso poi condensato, infine sprecato e privato dei principi vitali.
Bere al bicchiere della vita e sputacchiare quegli inutili granuli che bruciano le labbra. Bruciano come tutti i fallimenti e gli sforzi inutili.
Adesso non esageriamo. In realtà a qualcosa tutto questo è servito.
Ma come in un buon sugo (non so se potrò mai fare a meno di metafore) che va ridotto, resta il meglio solo ed esclusivamente dopo una lunga e lenta esposizione al fuoco e dopo la perdita di ingredienti/fenomeni transitori senza i quali il piatto non sarebbe comunque riuscito.
Tutta questa marea insensata di informazioni, citazioni e patetici microatti di illusoria fede, cavalcata nella disperata ricerca di qualche punto fermo, coagulata ora nella cavità defilata delle cose già fatte, nel ritirarsi ha scoperto tutto ciò che conta: quello che c’è ADESSO.
Il senso ed il valore di quello che c’è adesso.
E, naturalmente, di riflesso, di quello che non c’è.
Che poi è sempre quello che c’è: un’assenza.
Ecco. Questo mi piace. A questo ci credo.
Anzi no, scusate, non credo ad una cippa: lo so, lo sono, lo vivo.
Quello che tocco, quello che vedo.
Quello che sento. Quello che percepisco.
Questo è il mondo.
Non c’è nient’altro.
Buon giorno di Marte, gattoni.