Ho sentito dire che questo é il Maggio più freddo ai registrato da 50 anni ad oggi.
Ma a noi non ce ne fregava una cippa di questo primato.
Categoria: banalità quotidiane
Crescere
Diventare adulti è un traguardo arduo che spesso viene frainteso.
Non c’entra la famiglia, non c’entra l’età, non c’entrano certi traguardi (mentre ne c’entrano altri).
Il bisogno di essere accuditi, che ci cambino il pannolino quando la cacca brucia, che ci diano subito l’acqua quando abbiamo sete, che ci dicano che abbiamo fatto bene, che abbiamo fatto giusto.
Così come stizza sul fatto che nessuno riesca e/o possa partecipare i tuoi sentimenti e i tuoi movimenti così come vorresti – perché ognuno di noi ha il libretto di istruzioni diverso da quello degli altri -, che tu debba fondamentalmente arrangiarti e che l’unica gonna a cui tu possa attaccarti é la tua… (E spera che non sia larga.)
Ad un certo punto della vita, rendersi conto di tutto questo con estremo disappunto se non addirittura con sgomento, indica chiaramente che si deve ancora crescere.
La mamma non c’è, il gatto non capisce (anzi tu non capisci lui), il partner, se c’è, ti guarda come guarderebbe un’iguana in smoking che prende la metropolitana.
Mentre tu piangi, tu urli, tu non sai più con chi prendertela, tu non capisci, tu ti senti arrotata da tondi macigni di pietra focaia sulle pareti di un vortice senza fine, tu cerchi un maledetto gancio. Se c’è, meglio una maniglia.
Ci sono giorni, argomenti, scelte, dilemmi che vorremmo tanto non affrontare da soli come un palo in mezzo ad una rotonda stradale.
Mettiamo in dubbio il valore della nostra cognizione e non reggiamo l’ariosa ma altrettanto temibile responsabilità di noi stessi.
Vogliamo compagnia. Sguardi che accolgono. Mani che accompagnano. Fusioni calde in cui riporci. Grembi post materni.
E invece no. Ti stagli sull’orizzonte della tua vita, monolite sbilenco in una sterminata distesa di silenzio, e chi s’è visto s’è visto.
Anche se da te diluviava e lo sapevano tutti.
L’indomani, come se niente fosse.
Irrobustisci le fondamenta, rinforzi i varchi e ridi quando pretendono di entrare nelle tue cantine. Tra te e te, ovvio, mentre mostri loro un’entrata farlocca.
Depistaggi necessari alla conservazione di un minimo di identità.
C’è da dire che a parte la scomodità, scegliere da soli per se stessi, che dovrebbe essere la via naturale ed ovvia, a lungo termine da i migliori frutti.
E costringe, a pensarci bene, ad onorare la propria esistenza
Comunque, sto bene. Ciao.
P.S.: il post ha più di una settimana, ma la tecnologia mi é stata avversa. Miao
My brain e le sue formiche
Scrivo poco perchè ho un grosso problema con le parole, ultimamente.
(e alla fine di questo post, potreste anche pensare: “potevi continuare così”).
Tra gli abbonati via e-mail a questo blog ho scoperto un Counselor Olistico.
Probabilmente si ispira alle mie nevrosi per allenarsi.
Nel frattempo si sono superate le 20mila visite, non so come.
Ho 46 anni. Non so se l’ho mai detto, o se si è mai evinto da ciò che scrivo – cosa potenzialmente imbarazzante.
E da oggi inizia la mia nuova vita.
Travaglio, parto. Molto dolore, molta paura. Attrito, sforzo vitale, sangue.
Me lo merito perchè non ho figli di carne?
Comunque non ci sarà nessuno la fuori ad aiutarmi come allora.
Quel cesareo là, ti obbliga a rifare tutto più avanti.
Considerare ciò una sfiga o una fortuna, è una scelta che cambia tutto.
Naturalmente siamo ad Aprile (anche se il link parla di Giugno, ma chi può intenda).
Pensavo di essere un agnellino mite e pavido e invece sono una guerrafondaia repressa.
Condizione classica di chi aderisce ad altre forme per il terrore di non essere gradita.
Cosa stupida e totalmente inutile. E comunque ho male al cuore.
Il fatto che continui a piovere, onestamente, mi da sollievo.
Il cielo mi accompagna, silenzioso, fedele, rassicurante.
E poi non vorrei farmi soprendere dal caldo sole in queste condizioni.
Sarebbe uno spreco.
Le abitudini si possono cambiare. Anche le più inveterate.
Dirò una cosa scontata, ma è questione di scegliere da svegli, di essere consapevoli, presenti a se stessi.
Poi, naturalmente, vanno investite Volontà e disciplina. Ma sono secondarie.
Quello che sta accadendo all’Italia mi spaventa. Il fatto che ogni italiano è la particella di una coscienza-gruppo chiamata Italia mi apre ad una visione che non avevo mai considerato seriamente: se il voto non basta (non serve quanto dovrebbe) che dobbiamo fare?
Il disagio e la confusione, la non-identità e la frammentazione del mio paese sono identiche alle mie: forse ognuno ha il dovere di raddrizzarsi per se e per tutto ciò a cui appartiene.
Cosa impossibile da fare senza essere in modo franco, determinato e invincibile, se stessi.
Sabato scorso, per la prima volta in vita mia ho rischiato di incendiare casa.
Era Pasqua, non San Giovanni. E comunque non è mai il caso di fare un falò tra le mura domestiche.
Ho soffiato prontamente (e stupidamente) su un piccolo ribollente coagulo di plastica avvampato tanto da aver già intaccato il legno del mobile su cui era appoggiato. Tutto risolto.
Ma l’indomani, e l’indomani ancora, nella stanza e in quella attigua, scorgevo puntini microscopici neri quasi ovunque. L’effetto del mio geniale soffio su quel materiale che si è trasformato in una miriade di particelle di strana cenere, viscosa, nerissima, omnipervadente.
Anche i piccoli incidenti lasciano segni persistenti. Figurati quelli grandi.
Ho la malsana voglia di fare una specie di mercato-party a casa: tutto (o quasi) quello che ti piace lo compri a prezzi stracciati o simbolici. Esclusi cimeli di famiglia, le pellicce (i gatti, per chi non conosce ancora l’appellativo), alcuni libri, la stufa a legna.
Oggi ho scoperto un particolare agghiacciante sul mio comportamento.
Voglio assolutamente lavorarci. Uffa, non si finisce mai.
Sono stanca. Esaurita. In attesa che si spacchi la crosta durissima che imprigiona il guerriero che è in me.
Il Tredici
– Sermone sul Senza Nome (solo per chi non ama cabale e scaramanzie). –
Il titolo del post avrebbe dovuto essere Memento Mori oppure appunto il vero nome del XIII Arcano, detto l’Arcano Senza Nome.
Ma siccome vorrei evitare che i lettori maschi si ravanino compulsivamente nelle mutande e le lettrici evitino di andare a toccare metalli in giro (che col freddo che fa in questo periodo, a molte di noi femminucce ci viene il Fenomeno di Raynaud e poi ci tocca tenere i guanti di lana e seta anche in cucina, oppure prendiamo la scossa), lo chiameremo il Tredici.
Perché anch’io a scaramanzia non sto affatto messa male: se ho una paura (non ditemelo che non sono l’unica perché LO SO) è proprio di finire anzitempo tra le braccia del Tredici.
Sta di fatto che, curiosamente, col Tredici ho un rapporto di concettuale confidenza. Specie dopo gli ultimi suoi soggiorni in famiglia.
Ma, soprattutto, – è questo ciò che vorrei dire e illustrare, incrociando tutto l’incrociabile – dell’idea del Tredici mi servo per fare cose.
Cose difficili come quella descritta nel precedente post.
In concreto, riflessioni risveglianti che mi tolgano dal torpore di certe giornate in cui, di sonnolenza parlando, l’unica differenza tra ciò che faccio di notte e ciò che faccio di giorno è che di giorno lo faccio in posizione eretta. O seduta, se sono in ufficio.
Non ricordo mai i sogni. Ma le poche volte che mi restano in mente rivelano, ultimamente, una frequentazione assidua della sottoscritta con individui (di onirica sostanza, ovviamente) del club presieduto dal Tredici.
La cosa non é che mi esalti troppo. Diciamocelo.
Al limite può farmi pensare che di fatto, in qualche altrove, il Tredici non funzioni come funziona qui e perciò potremmo starcene tutti tranquilli senza fare scongiuri inutili.
In realtà credo che, durante il sonno, i miei neurotrasmettitori facciano spettacoli e prove di teatro tanto per non darmi l’idea di stare a perdere del tempo in quelle 5/6 ore di riposo che mi concedo ogni giorno.
E allora ripescano memorie, le riarrangiano un po’, e già che ci sono mi ammansiscono con questa storia di una presunta immortalità.
Qualunque sia la verità sulla natura dei sogni, nella vita propriamente detta il Tredici è uno spauracchio. Una rottura di palle inevitabile. Una tragedia greca, per tutti.
Soprattutto, per chi non vive pienamente.
Curiosamente, proprio per questo motivo è un prezioso alleato.
Scrivo questa cosa perché poco fa ho letto da qualche parte una frase tipo “agisci come se questa fosse l’ultima ora/l’ultimo giorno/l’ultimo mese…”.
Capite che c’è da dare i numeri.
Cose simili si leggono ovunque: escono dalla spremitura delle storielle di ogni credo religioso e/o filosofico, si trovano come frasi in grassetto nei manuali di auto-aiuto della nuova spiritualità, nei titoli pubblicati sui blog di formazione dei manager e/o venditori rampanti.
Cioè, cosa ci starei a fare io qui a stirare, me lo dite?
Quale corto circuito sinaptico mi porterebbe, come di fatto mi porta sempre, a puntare la sveglia alle 6,23 di ogni domani mattina per recarmi, a foggia di zombie, negli uffici dello Zoo Criminale (mentre con la coscienza mi rotolo al sole a Saint Tropez quattro mesi più in là)?
CON TUTTO QUELLO CHE HO DA FARE?
Con tutto quello che vorrei fare.
Con tutto quello che voglio fare davvero.
C’è un problema: che se ragioni così e agisci davvero di conseguenza, il primo che riesce a catturarti ti porta alla neuro.
Sei la cellula impazzita che crea disordine.
Che ricorda a tutti gli altri che non stanno mica vivendo. Stanno, come minimo dormendo. Allora sei da abbattere. Perché il sistema di difesa che utilizzano non dice loro che stanno dormendo, ma che tu sei uno strano, potenzialmente pericoloso e che se non arrivi a contaminare i normali finirai come minimo a fare del disdicevole barbonaggio. E sulla panchina della stazione, tu non ci piaci.
E tu, siccome anche se proclami il contrario, ci tieni alla stima altrui (e non uso la parola giudizio perché sono stufa di sentirla), al salvagente che la mamma e il papà e la maestra ti hanno infilato qualche tempo fa, capitoli irrimediabilmente nelle corde della maggioranza e ti consoli pensando che intanto c’è tempo.
E invece no. Relativamente parlando, di tempo non ce n’è!
Non quanto la nostra mente parrebbe promettere con tutti questi fiumi di proiezioni future sulle quali surfiamo aspettando il magic moment.
Il magic moment per noi normali è sempre Domani.
Domani, quando smetterà di nevicare, domani quando arriverà lo stipendio, domani quando sarò dimagrita, domani quando mi arriverà quel fantastico libro in cui c’è scritto che il Domani mica c’è. C’è solo l’Adesso. Anche se l’Adesso che c’è scritto là, lo leggerò domani.
Dicono che il magic moment è Adesso.
Io l’ho capito con la testa, davvero.
Ma normalmente decido di pensarlo domani.
Quel che non penso comunque a sufficienza è che il Tredici è ovunque, e allo stesso tempo, sempre ad un braccio da te, come dice Don Juan.
Vurria mai che inciampo e ci finisco vicino.
So bene che sono la centomilionesima persona che scrive queste cose. Ma è una lezione, questa. Una lezione per me.
Per me che sono un’accidiosa da competizione, un’indolente da fumeria d’oppio.
Il Tredici ha mille maschere, si declina in mille versioni, con o senza optionals. Impossibile fregarlo.
L’unica cosa sensata è stare all’occhio e rubargli tempo.
Perché il tempo è elastico e questo è molto chiaro.
In pratica, …
(Fine prima parte – non per creare curiosità o aspettative ma semplicemente perché non ho mai terminato il post che giace nelle mie note da una settimana almeno) (e ve lo propino lo stesso).
Yes, we can (change)
Oggi nevica anche qui vicino al mare.
C’è una specie di bufera, una piccola tormenta.
L’ufficio è ammutinato: su 9 siamo presenti in 4: tutti malati.
Più facilmente, oso pensare, tutti spaventati dalla neve.
I Ligvri hanno dimenticato la loro originaria tempra selvaggia e si chiudono in casa in attesa della abituale mitezza del luogo.
Tra poco due di questi altri tre, se ne andranno per paura del clou della precipitazione che è prevista alle 13.
Come sempre io in controcorrente: la possibilità di avere una stanza qui farà di me la prima (spero non l’unica) presente in ufficio domani..
Non tradisco la mia politica di sempre: raffreddori, mal di pancia e maltempo in ufficio.
Libertà, benessere e voglia di fare, fuori dall’ufficio e nella bella stagione.
E oggi, già che ci sono, scopro cosa si prova a camminare sotto la neve impazzita a causa dell’imperterrito vento.
Un vento freddo che mi butta i capelli in bocca e negli occhi e mi schiaffeggia a ritmo irregolare e convulso.
Una specie di iniziazione.
Se non mi saltano i nervi, ovviamente.
Stamattina, scrivevo ad un’amica, ho visto come il mio essere recalcitrante ai cambiamenti sia una tendenza generica, globale.
Non c’entra tanto l’ambito del cambiamento, quanto il movimento stesso del “cambiare”.
Del tipo: qui non sono soddisfatta ma conosco l’ambiente, il contesto, l’antifona insomma. Lì potrebbe quasi sicuramente essere meglio ma CHISSÀ. Paura dell’ignoto.
Non c’è in me la concretizzazione spontanea della consapevolezza raggiunta al termine di una valutazione razionale (e/o emozionale): devo pensarci, e pensarci, e ripensarci.
Devo scrivere i pro e i contro, fare le finte con l’immaginazione e inventare minacciosi giochetti mentali con me stessa.
E anche questo non è abbastanza.
Perché anche se leggessi nero su bianco, anche se mi dicessero, mi giurassero, mi garantissero: da oggi puoi fare quello che vuoi, come vuoi, quando vuoi senza problemi di sorta, probabilmente avrei il coraggio di provare nostalgia per il treno delle 7 sotto la bufera di neve e con la mani ghiacciate.
Il che significa che non mi muovo. Se non messa alle strette da altre contingenze, o da tetre riflessioni sull’esiguità del tempo a disposizione che tutti, nessuno escluso, abbiamo.
Abitiamo una macchina a scadenza, si sa.
Il mio non è un timore qualificato in base alla circostanza.
È proprio un tratto generale caratteristico. Una delle linee di scorrimento principali incise nella mia struttura e originate chissà quando.
Staccionate rassicuranti che ho costruito nel tempo.
Meccanismi reattivi consolidati.
Istruzioni di Pavlov a cui non disobbedire mai.
Abitudini. Nient’altro.
Enti psichici che dopo anni, conquistano autonomia, vita propria e licenza di uccidere (ogni germoglio di iniziativa che si discosti dal copione storico personale. Quello che di default, senza intervento cosciente, si replica fino al camposanto).
Come la riga nei capelli che se non insisti, si rifà dall’altra parte, esattamente dove è sempre stata.
Mi rassicura, in pratica, il restare nella pochezza, quando il mondo la fuori è pronto a farsi conquistare!
(Perché se ti accorgi che c’è dell’altro, la tua, quantunque grande sia, diventa una pochezza.)
Ridicolo. Assurdo. Limitante.
Purtroppo, essere coscienti di queste obsolete strade maestre, non basta per andare oltre.
La consapevolezza, si, è pur sempre il primo passo.
Poi però, ci vuole lo shock addizionale per saltare di un’ottava.
Quello che io chiamo quotidianamente “sforzo”.
Atto volitivo.
Esito consapevole di un’odiosa ma necessaria disciplina.
Mi tocca fare qualche sforzo per superarmi e avvicinarmi all’unico traguardo sensato: scoprire, diventare, Essere veramente quel che sono.
L’unica cosa che conta.
Smetterla di razzolare nello stesso cortile.
Perché mi pare di aver capito che a me non basta.
In conclusione, pensavo che siccome io i cambiamenti li voglio, ma non voglio più farmeli imporre dalla vita attraverso delle sveglie da caserma con tanto di trombe, che poi mi traumatizzano (vedi il “diventa adulta!” di questi ultimi anni), sono ben contenta di fare le scintille correndo ansimante nel corridoio stretto e spinoso delle mie paure.
Con quel po’ di coraggio che riesco a raccogliere, gli occhi ben aperti e tutti gli altri sensi all’erta.
Giusto per tenervi aggiornati.
Buon lunedì gattacci.
Si!
Universo di Luce

Stamattina ho ricevuto l’ennesimo consiglio psico-spirituale non richiesto. (E mi spiace che io esploda proprio ora reagendo ad una ignara persona colpevole di essere capitata solo al momento sbagliato).
Ma ai sedicenti illuminati predicanti del Qui e Ora non basta gongolare nella propria ineffabile luce? Perché si sentono in dovere di stracciare la minchia a noi poveri addormentati che rotoliamo in pace nella nostra incoscienza senza rompere il cazzo a nessuno?
Meteo di gennaio

Anche se sono abituata, mi sorprende sempre come una folata di vento appena girato l’angolo, il fatto che nelle cose importanti si è sempre soli, faccia a faccia con se stessi.
Soli a cavalcare le onde dell’emotività, a fronteggiare le tempeste interiori che nessuno, da fuori, può percepire nella loro reale intensità.
E a noi si svela la più grande verità: siamo totalmente responsabili e ferocemente liberi.
Tanto per essere confermata come sempre, sta tuonando.
Ho anche preso una ramata di grandine a Sestri.
Ci sarebbe da chiedersi se è il temporale a scendere in me, se sono io a proiettarlo, o se finalmente, in un certo senso, sono assolutamente sincrona con il respiro di questa Terra.
Comunque un temporale a gennaio mi fa specie.
E anch’io mi faccio specie.
Sarebbe il momento di scalpitare.
E invece solo per un attimo è stata festa. E solo per me.
Per cui cessa di esserla immediatamente.
Ogni conquista merita una celebrazione, un entusiasmo, una festa.
Ma questa conquista ha un neo.
Per alcuni è una follia. Per altri è logico, “normale”.
Chi veramente può bere una coppa insieme a me?
C’è una paura gigantesca all’orizzonte, una massa minacciosa come il nuvolone grigio scuro che oggi incombeva dal ponente.
C’è anche la consapevolezza che si tratta appunto solo di un nuvolone.
E il nuvolone non è il cielo.
Grazie a Dio, c’è il Cielo!
Ma tant’è, al momento, di ombrelli non ce n’è.
Buona giornata gatti.
Duegennaio 2013

2 Gennaio 2013.
Avrei preferito scrivere 2 Gennaio 1913. O 1923.
Non che io voglia tornare nel passato benché il primo ‘900 eserciti su di me un fascino bestiale. Ma perché scrivere un millenovecentoqualcosa avrebbe tutto un altro charme.
Uno stile Anais Nin anziché un Asimov, dico. (Che poi scopro, cercando su google perché non sono sicura di come si scriva Asimov, che è nato proprio il 2 gennaio..)
Comunque, due gennaio duemilatredici.
A Novi piove, a Ronco nevica, a Genova piove.
Tutto va come vuole andare e non si può far altro che prenderne atto.
E alzare il cappuccio in testa visto che l’ombrellino da pendolare è rimasto a casa.
Sempre di più, e oggi più che mai, sento che alzarmi presto e zampettare assonnata in questo marciapiede semideserto è un fatto occasionale.
Come per fare un viaggio.
Come una cosa che non si fa tutti i giorni.
Sarà perché raramente prendo tutti i giorni il treno alla stessa ora.
Sono una dormeuse, lo sanno tutti.
La sensazione nell’iniziare questo nuovo anno – distinzione illusoria, più emozionale che reale: è tutto soltanto un susseguirsi di giorni e notti – è che qualcosa cambierà.
E cambierà nella misura in cui io lo vorrò cambiare. A Babbo Natale, alla Befana e al Felice Anno Nuovo come speranza che si autoestingue dopo solo due settimane di gelida quotidianità invernale, non è più il caso di credere.
Cosa volevo dire davvero in questo scrivere non lo so.
Forse niente.
Forse solo volevo fissare un punto di partenza in questo anno che si chiama come un film di fantascienza.
E non ho neanche scritto bene.
Ma sono coerente. Perché il proposito (certo, il proposito per l’anno nuovo: sono tradizionale..) è quello di fare il più possibile quello che mi pare senza giustificare un bel niente.
Buon Anno Nuovo gattoni belli.
Soluzioni

Oscillo tra l’Amore e una bruciante infinita povertà.
Si capisce dov’ero ieri. E si capisce che oggi no.
Non sto a fare il solito quadretto di metafore e spiegazioni per dire cosa mi succede, per far sapere quanto sanguino, da quanto tempo e quanto male fa, perché non è divertente e, alla lunga, divento noiosa.
Ma dopo tanta esperienza – siccome posso piangere a comando, pulirmi correndo, respirando, posso restare immobile quando dentro la frana è nel suo pieno precipitare – mi sento di poter dire una cosa:
ormai sono padrona del mio corpo fisico.
Questo è solo il primo passo.
Poi, in teoria, ci sarebbe la padronanza mentale.
La quale permetterebbe una quieta osservazione della sfera emozionale.
Osservare e, nell’atto di portare alla luce, automaticamente dissolvere e/o trasmutare.
Permetterebbe inoltre di aprire gli occhi su tutta una serie di cose in modo da saper impedire danneggiamenti ed autodanneggiamenti della sottoscritta.
Parliamoci chiaro: sono tutti auto-danneggiamenti.
Niente e nessuno possono farti male più di una volta senza il tuo permesso.
(Peccato che tu non ci sei, quando è ora di fare determinazioni.
E nella confusione del momento, sul palcoscenico ci va la tua identità peggiore: quella meno adatta al caso.)
Alla seconda occasione, il male tollerato è già meritato.
E te lo sei fatto proprio tu.
Quindi? Quindi niente.
Ma non faccio prima a diventare una stronza inveterata?




