Blackbird

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Certo che se è per scrivere queste cose, potrei anche farne a meno.
Comunque, a dispetto dell’apparenza, quello che che sto per raccontare è un bel segno.
Esco trafelata stamattina e davanti alla porta di ingresso del mini condominio dove abito, vedo una cosa nera per terra. Uno straccio. Forse un calzino.
Ma no, non ci sono panni stesi lì sopra. No, è più grosso di un calzino.
Mi avvicino, un uccello. Un uccello nero.
Immobile.
Lo tocco con la punta dello stivale, che nel caso di movimenti repentini ed inaspettati mi fa più paura la vita della morte. Ma no.
È morto.
Non si può dire che possa facilmente sembrare un bel segno, no?
Un uccello nero. Un uccello morto.
Uccello nero portatore di sventura.
Uccello morto portatore di sventura (vicino a casa poi, il pronostico è agghiacciante).
Ma se la matematica volesse venirmi in aiuto, nella semplificazione dei rapporti simbolici, ed energetici, e archetipici di questo mai abbastanza sondato Universo, meno più meno fa più.
(E anche oggi sono riuscita ad rifilarvi un mini giochetto di parole).
La strega, il messaggero dell’ombra, l’inquietante presenza oscura sul ramo all’imbrunire, il pericolo incombente, la sventura, il monito sinistro, l’uccello nero insomma. Morto.
Finito, basta, kaputt.
Si, con un certo protagonismo, direi.
Ha voluto farsi vedere.
Dovevo essere io la prima a vederlo, davanti all’uscio di casa?
Forse non sono stata la prima, ma il messaggio è per chi lo legge.
Di sicuro nessuno prima di me lo ha degnato di sufficiente attenzione.
Su quelle chiare piastrelle era ancora più desolante che mai.
L’ho messo in mezzo al campo.
È vero che mi capita di tutto pur di non essere puntuale in ufficio.
Ma la sepoltura dell’uccello nero alle 07.50 mi pareva troppo.
Povero merlo.

Alla conquista della realtà (tequila boom boom)

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Dopo l’abbuffata di spiritualità prêt à porter, naturalmente adesso ho la saturazione. Mi sento come quei bicchieri di tequila con il sale sul bordo.
Ecco, la piena si è sgonfiata, tutto si è seccato ed è rimasto quel fastidioso esito cristallino che è il mio impegno prima disperso poi condensato, infine sprecato e privato dei principi vitali.
Bere al bicchiere della vita e sputacchiare quegli inutili granuli che bruciano le labbra. Bruciano come tutti i fallimenti e gli sforzi inutili.
Adesso non esageriamo. In realtà a qualcosa tutto questo è servito.
Ma come in un buon sugo (non so se potrò mai fare a meno di metafore) che va ridotto, resta il meglio solo ed esclusivamente dopo una lunga e lenta esposizione al fuoco e dopo la perdita di ingredienti/fenomeni transitori senza i quali il piatto non sarebbe comunque riuscito.
Tutta questa marea insensata di informazioni, citazioni e patetici microatti di illusoria fede, cavalcata nella disperata ricerca di qualche punto fermo, coagulata ora nella cavità defilata delle cose già fatte, nel ritirarsi ha scoperto tutto ciò che conta: quello che c’è ADESSO.
Il senso ed il valore di quello che c’è adesso.
E, naturalmente, di riflesso, di quello che non c’è.
Che poi è sempre quello che c’è: un’assenza.
Ecco. Questo mi piace. A questo ci credo.
Anzi no, scusate, non credo ad una cippa: lo so, lo sono, lo vivo.
Quello che tocco, quello che vedo.
Quello che sento. Quello che percepisco.
Questo è il mondo.
Non c’è nient’altro.
Buon giorno di Marte, gattoni.

Daily News

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Prima il trasloco. Poi un po’ di vacanze. Poi le feste.
Oggi, di fatto inizia veramente la mia nuova vita in landa straniera.
Non che il trasloco sia finito.
Ma il grosso è fatto.
Mesi di dubbi, paure, ansie. Si sa come sono fatta. (Male.)
E invece eccomi qui.
È tutto esattamente come avevo immaginato.
Per un certo aspetto, meglio.
Meglio perché sono meglio io, nella mia personale scala di valori, obviously.
Perché sono io che ho in mano il telaio, lo scettro, il pulsante rosso.
Questo non significa che non scriverò più lagne.
Non illudetevi.
La lagna é nata con me, come il mio fegato e i miei tendini.

Mi sono tolta di dosso l’ansia del traguardo definitivo.
Il traguardo definitivo non esiste.
Anzi, si, ce n’è uno, uno solo, ed è meglio che sia lontano.
Vorrei specializzarmi bene nelle tappe intermedie, chiaro?

Quanto starò in questa casa? Chissà.
NON HA IMPORTANZA.

Siamo in quattro: io, le due pellicce e una coccinella.
Non vorrei sbagliarmi ma gira per casa da più di un mese.
Non capisco come i gatti non l’abbiano ancora catturata.
Anzi l’ho capito quando ho visto la gatta sputacchiare dopo averla pinzata con la bocca. Evidentemente non è di loro gradimento.
Stanno tutti sulla poltrona, la sera, quando mi leggo quelle due o tre pagine d’ordinanza.
Tutto normale, tranquillo, ancora un po’ caotico ma in sereno divenire.

La coccinella sta svolazzando intorno alla lampada.
Rossino, stufo del suo solito sfingeo, indifferente, britannico aplomb, le fa la caccia.
Ma so che fanno finta. Passano il tempo.
Io ho scritto sedici righe di memorie, mi preparo per la notte incurante del fatto che la mia automobile è animata. Per non dire posseduta.
Prima sono scesa a portare via la spazzatura e ho ricordato di avere un copricerchio nel baule (qui ci sono troppe rotonde, con bordi troppo alti). Ho tentato di rimetterlo al suo posto e non so se la chiave dell’auto abbia fatto le contorsioni nella mia tasca attivando comandi di cui non conosco l’esistenza, o se nella ruota si celano sconvenienti centraline elettriche… Fatto sta che mentre davo colpetti poco eleganti alla ruota, la mia automobile ha acceso le 4 frecce un paio di volte come dire “Sta attenta. Vedi che ti faccio adesso” e ha tirato giù a metà i tre finestrini (il quarto non funziona).
A questo punto di colpo immagino mia madre con la sua tipica risata che dice: “Uh madonna! Le streghe!”.
“Le streghe” per lei erano un sacco di cose: i miei libri sull’esoterismo, l’astrologia, le coincidenze, i suoi sogni premonitori.

Perché diavolo i finestrini a metà?
Oggi come oggi, non mi faccio più domande e non mi stupisco quasi più di niente. Ma se c’è qualche elettrauto all’ascolto che ne sa, è pregato di spiegarmi se dopo di me Padre Amorth deve vedere anche una polo bianca o se sono cose che capitano anche alle persone normali.
Buonanotte gatti.

PS: il template è ancora un altro. Lo so. Ma anche il blog è finito nel sacco della Transitorietà delle Condizioni. 🙂

Insonnia

foto copia

Avendo, di consueto, necessità vitale di scrivere, capite bene che questo silenzio è patologico.
In realtà è solo una forte inibizione le cui cause non possono essere trattate in questa sede.
Siccome però non è il caso di esplodere, mi faccio tutta una serie di discorsi mentali sostitutivi. Immagino frasi come se dovessi scriverle.
Poi però non le scrivo. Questa no. Questa non va bene. Questo non dovrei scriverlo. Questo si ma così è monco, e via con questo andazzo.
Blocco a metà i concetti, capisco che è cosa stupida e deleteria e tento allora di disciplinarmi al silenzio.
Inutilmente, bisogna dirlo.

Le poche frasi che compongo, di solito prologhi di epici trattati in odore di psichiatria, ad un certo punto incespicano, si contraggono, perdono la forma ed infine, pur di precipitare nella materia, si coagulano in acronimi: la censura, la schiavitù travestite da gergo giovanile.
Come se qualcuno potesse sentire anche quello che penso. Sono veramente alla frutta.
Nella mia testa si scontrano e rimbalzano decine di CCV, MVFC, PM, PP, WTF, SUM, TLC, SAV, NCPC, ecc.
Me li ricordo tutti perché mentre vago per casa rapita dal non senso, li scrivo su dei foglietti.
Peccato che non riesca a ricordarne tutti i significati.
Comunque BN. Che tanto sonno non ne ho.

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Pagina bianca

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Uno dei consigli letti da qualche parte utili per affrontare la famigerata pagina bianca dello scrittore o presunto tale, é quello di stilare una lista di parole chiave.
Parole “attinenti all’argomento”, “cui poter attingere in fase di redazione”. 
Nel mio caso, ovvero nel caso in cui la pagina bianca sia metaforica, non è difficile trovare queste parole chiave.
Vitalità, amore, energia, libertà, gioia, umorismo, musica, complicità, azione, responsabilità, realizzazione, entusiasmo, creatività, natura…
La difficoltà sta nell’aggregare a tali concetti abbastanza materia ed energia da trasformarli in solide e vive realtà.
É dura. Ma è anche una bella sfida. É crescere.

La condizione attuale, un abisso bianco sconfinato, è ancora troppo vissuta come privazione di tutto. Sono immersa, sprofondata in un nulla che non è oscuro ma che è tutt’altro che rassicurante.
E invece, si sa, il bianco è la somma di tutte le possibilità. 

L’abisso è la totalità che smarrisce o sveglia.
L’abisso bianco contiene la soluzione.
Come al solito dipende da me.
C’è bisogno di silenzio per ricevere i segni.
(23.07.2013)

Vorrei ricominciare a scrivere. 
Anche sul blog.

(foto: Elsa Morante, fonte: web)

Aver da scrivere in una sala d’attesa

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Sto aspettando per fare l’ecografia alla caviglia. Seduta vicino a me c’è una donna sulla sessantina e ancora più in là, accanto a lei, sua madre. Un donnino di 90 anni. Uno scricciolo con le mani grandi, lo sguardo sveglio e un’espressione un poco sofferente.
Quando vedo persone così, mi viene in mente lei.

Mi sono chiesta – mi chiedo sempre – come sarebbe stata lei a novant’anni.
Ma anche a ottanta, non importa.
Come si sarebbe contratta ed intensificata in un solo punto la sua grande forza, trasferendosi in una zona remota all’interno di lei, ancora più intima e prossima al cielo.
Come si sarebbero trasformati i suoi lineamenti. Come si sarebbe reticolato ulteriormente il suo viso, con le incisioni del suo produttivo e talvolta forsennato pensare.
Come si sarebbe valorizzata quella luce bambina e intelligente e brillante che scaturiva dai suoi occhi.

Sei anni fa, in questo stesso ambulatorio, da sola, lei ha incontrato se stessa.
Da quel giorno è rimasta sempre sola. Anche in mezzo agli altri.
Tra la generosa dissimulazione e la caparbia volontà di combattere e di continuare a mantenere il suo ruolo di nutrice, lei iniziava in quel momento a salire la sua montagna. Da sola. Avevo la sensazione che per la prima volta in vita sua avesse iniziato a farsi precise domande, avesse deciso finalmente di valutare l’ipotesi di esistere per davvero. Avesse finalmente deciso di conoscersi. Troppo tardi si. Ma anche no, se vogliamo fare gli spirituali per forza.
Umanamente parlando, comunque, troppo tardi.
Non l’ho mai vista vecchia insomma. Nemmeno quando la sembrava.

Io ho seri dubbi sull’esistenza, di chi qui non c’è, più in quelle dimensioni che chiamiamo popolarmente aldilà (del Velo). Anzi, lo credo possibile, ma sono tristemente convinta che ‘chi’ abbiamo conosciuto, di fatto non esiste più. Ciò che resiste è spersonalizzato. E tutti i dialoghi fantastici che intraprendiamo mentalmente con i nostri cari e meno cari non sono altro che un aggiustamento romanzato con frammenti di nostre memorie. Stop.
Comunque, se mai fosse possibile, la rivorrei qui per un attimo.
Oggi come oggi non vorrei nemmeno dirle nulla (sono cresciuta!).
Ma vorrei poter vedere il suo sguardo per percepire di nuovo un’antica luce che conosco e che è casa.
Una luce che posso trovare anche in pochi altri qui, a mia disposizione. Non senza l’immane fatica di penetrare in giungle inesplorate prima di scorgere un minimo scintillio.

Comunque, ho una tendinite post-traumatica.
Vi interessava?

Parole inutili

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E’ inutile ribadire il blu profondo ed intenso del cielo di stasera?
Lo vedranno tutti. Perché scriverlo?
E’ inutile celebrare Bellezza e meraviglia?

E’ inutile traghettare sogni, pensieri ed emozioni fuori dal proprio universo, affinché chi sta fuori possa intercettare il varco?
E’ inutile il prodromo dell’Unione?
E’ davvero inutile l’espressione creatrice per eccellenza?

Parola, Verbo, Nome.
Altrimenti, un’isola irraggiungibile.

Foto: web

Video-Film Of Lady In All Star

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Non sono una filmmaker.
Ma so cosa ci vuole per fare un video di qualità: la vita ordinaria e un iPod.
So di averlo già scritto da qualche parte. Ma non fa niente.
Basta essere in stazione la mattina, con gli auricolari inseriti e funzionanti, aspettare che sia aprano le porte del regionale per Sestri Levante e guardare la gente che scende. E ne scende tanta.
Guardare come fosse la prima volta. (Come fossi appena sveglia, a dirla tutta.)
Focalizzare l’attenzione sui passeggeri di età, o quelli con aria prettamente borghese, sui loro abiti, le borse, gli atteggiamenti, le loro espressioni, ascoltando Piranha (The Prodigy) ad un volume di tutto rispetto, mentre il raggio di sole, selezionato dallo spazio tra la tettoia e il convoglio, ti trafigge l’occhio destro confondendo gli emisferi e inondandoti di gioia inattesa.
Un altro pezzo ben riuscito é stato quello di una sera mentre stazionavo con aria indifferente vicino ad un gruppo di ragazzotti pseudo-punkabbestia, pieni di oggettini di metallo che spuntavano da ogni possibile curva di carne. Allora era il finale di ignoto pezzo di Mozart (non posso mica sapere tutto). E subito dopo Lemon Tree*. Il treno aveva tipo mezz’ora di ritardo. Dall’aspetto truce ed incerto dei ragazzacci, si levavano impalpabili ed inattese aure romantiche.
Un’attesa sgradita ti diventa un film indimenticabile.

L’effetto contraddizione é il più affascinante, ma non può essere applicato a tutti e ad ogni circostanza: in alcuni casi, come davanti al ferroviere con barba corta accuratamente arabescata a foggia tribale – tipo graffio di gatto – in entrambe le guance e capelli pietrificati dal gel, non può starci altro che L’Italiano di Toto Cutugno. Che nel mio iPod non entrerà mai. E non ce l’ho con gli italiani.
La musica a sbalzo, l’effetto Marie Antoinette versione Sofia sulla propria immagine, bisogna meritarsela.
E per meritarsela bisogna avere stile.
E la signora ultrasettantenne di stamattina, inconsapevole protagonista del videoclip di Strict Machine**, quel donnino dall’espressione semplice e di chi é in pace con se stesso, con piccola Louis vintage, strangolino in seta celeste, capelli grigi a caschetto, tailleur antracite con pantalone alla caviglia, All Star grigie e spocchiosa figlia al seguito, di stile ne aveva da vendere.

A me piace giocare.
Forza, che arriva l’estate.

*Herp Albert, versione di Thievery Corporation
**We Are Glitter Mix, Goldfrapp

si puo fare