Duegennaio 2013

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2 Gennaio 2013.
Avrei preferito scrivere 2 Gennaio 1913. O 1923.
Non che io voglia tornare nel passato benché il primo ‘900 eserciti su di me un fascino bestiale. Ma perché scrivere un millenovecentoqualcosa avrebbe tutto un altro charme.
Uno stile Anais Nin anziché un Asimov, dico. (Che poi scopro, cercando su google perché non sono sicura di come si scriva Asimov, che è nato proprio il 2 gennaio..)
Comunque, due gennaio duemilatredici.
A Novi piove, a Ronco nevica, a Genova piove.
Tutto va come vuole andare e non si può far altro che prenderne atto.
E alzare il cappuccio in testa visto che l’ombrellino da pendolare è rimasto a casa.
Sempre di più, e oggi più che mai, sento che alzarmi presto e zampettare assonnata in questo marciapiede semideserto è un fatto occasionale.
Come per fare un viaggio.
Come una cosa che non si fa tutti i giorni.
Sarà perché raramente prendo tutti i giorni il treno alla stessa ora.
Sono una dormeuse, lo sanno tutti.

La sensazione nell’iniziare questo nuovo anno – distinzione illusoria, più emozionale che reale: è tutto soltanto un susseguirsi di giorni e notti – è che qualcosa cambierà.
E cambierà nella misura in cui io lo vorrò cambiare. A Babbo Natale, alla Befana e al Felice Anno Nuovo come speranza che si autoestingue dopo solo due settimane di gelida quotidianità invernale, non è più il caso di credere.
Cosa volevo dire davvero in questo scrivere non lo so.
Forse niente.
Forse solo volevo fissare un punto di partenza in questo anno che si chiama come un film di fantascienza.
E non ho neanche scritto bene.
Ma sono coerente. Perché il proposito (certo, il proposito per l’anno nuovo: sono tradizionale..) è quello di fare il più possibile quello che mi pare senza giustificare un bel niente.
Buon Anno Nuovo gattoni belli.

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Il Grazie ad un Maestro

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Questa è una foto che ti ho scattato qualche anno fa.
Per la tua voce non mi serve aiuto: riecheggia in me molto facilmente. Riecheggiano le tue battute, le Verità che ci hai sempre molto generosamente passato.
Il mio GRAZIE va oltre la riconoscenza per gli insegnamenti delle ES: tu mi hai anche indicato un sentiero molto più importante, con il quale ho potuto iniziare ad approfondire seriamente il Conosci Te Stesso.
E’ un’ora buona che cerco una tua vecchia mail inviatami quando la morte di mia madre era ormai imminente: dicevi che quando sarebbe stata la tua ora, tu saresti stato sereno perchè speravi, e ti aspettavi, che subito dopo il Passaggio uno dei Maestri (MK, non a caso…) ti avrebbe preso per mano.
Spero davvero che sia andata così.
Ti ho voluto e ti voglio un bene pazzo.
Grazie di tutto
Romana

Questo è il post che ho appena pubblicato quasi viralmente su FB, nella mia pagina e nelle pagine dei gruppi nati attorno al lavoro di questo grande uomo.
Mi rendo conto che la cosa mi sta toccando in modo che non mi aspettavo.
Da gambe molle e tachicardia, dico.
Non so se sia plausibile o fuori luogo, visto che nella vita privata non siamo mai stati amici stretti.
Ma da tutto questo capisco una cosa: quando si condividono contenuti IMPORTANTI, il legame con certe persone ha una profondità stupefacente.
Non è un fatto mondano. Non è teatro.
Non è nemmeno solo gratitudine.
E’ la manifestazione di quella condivisione autentica che rivela un’origine comune, quella fratellanza interiore, quella provenienza spirituale condivisa di cui si parla spesso nei baracconi dei social-spiritual-network. E spesso a sproposito.
Quella di oggi è una cosa vera.
Questa volta, caro Roberto, come hai sempre detto tu, non è il caso di CREDERE.
Io non credo.
Non credo ma SO perché SPERIMENTO.
Ciao.

Buon Natale

Se ne sentono i passi come in un corridoio.
Un corridoio vuoto. E buio. Tipico da brutto sogno.
Passi tignosamente cadenzati e regolari.
La festività si avvicina.
E io sono ancora cosparsa da frammenti teoricamente nostalgici e in realtà ormai effimeri.
Sono grande cazzo. Non posso più pensare di passare il pomeriggio del 25 sul divano di casa (dei miei) a sonnecchiare incastonata nell’ingombrante forma di mio fratello, con la pancia piena e il rumore dei piatti che mia madre sta lavando.
So di aver già descritto questa scena l’anno scorso o forse due anni fa.
Del resto Natale c’è ogni anno.
Le memorie sono delle trappole micidiali. E il business lo sa: e ti ripropone colori, odori, sapori e queste cavolo di musichette.
Io amo la radio, al contrario della televisione che ipnotizza senza rimedio.
Ma in questi giorni anche la migliore emittente possibile diventa un insopportabile accozzaglia di campanellini e melodie di giurassica memoria.
No, non sono mica cattiva. E nemmeno sarcastica.
Sono legittimamente innervosita perché mi sento in difetto.
Mi sento in difetto di famiglia.
Ormai lo sapete tutti, quella d’origine non c’è più e i miei gatti, ipotizzassimo una sorta di transfert, non ce la possono fare. E la famiglia a cui tendo, ancora troppe volte, scivola dalla mia comprensione come un’anguilla spaventata tra le mie mani. Mani ancora deboli, inesperte.
E allora spero che queste festività passino alla velocità della luce.
Perché in realtà mi piacciono. Mi piacciono proprio nel loro potere di aggregazione e per quella quota di temporanea apertura di cuore che pur essendo appunto momentanea, è reale.
Un attimo di amore cosmico.
Indifferenziato, indiscriminato, incondizionato.
Non è un fatto religioso. Non solo. (La religione non è mica solo il bambin Gesù con bue, asinello, e pecore in mezzo al muschio). Ormai è una gigantesca eggregora che non risparmia nessuno.
E i più deboli, se non sono in regola, ci lasciano anche le penne.
Emotivamente. Metaforicamente. I più sfortunati anche fisicamente.
Il Die Solis Invicti mi piace. Perché mi annuncia la luce.
È perché anche se difettosa sono una che ama.
Si tratta solo di resistere all’attacco delle antiche memorie.
Sempre più deboli. Lo devo dire.

Questo l’ho scritto qualche giorno fa.
Com’è andata? Bene.
Perché anche se sono difettosa sono una che ama.
E l’amore, che sbatte a casaccio contro le mie pareti prima di trovare una via d’uscita decente, nutre parecchio.
Buon Natale a tutti.
Chiudiamo gli occhi e ascoltiamo la Luce che sale.

Soluzioni

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Oscillo tra l’Amore e una bruciante infinita povertà.
Si capisce dov’ero ieri. E si capisce che oggi no.
Non sto a fare il solito quadretto di metafore e spiegazioni per dire cosa mi succede, per far sapere quanto sanguino, da quanto tempo e quanto male fa, perché non è divertente e, alla lunga, divento noiosa.
Ma dopo tanta esperienza – siccome posso piangere a comando, pulirmi correndo, respirando, posso restare immobile quando dentro la frana è nel suo pieno precipitare – mi sento di poter dire una cosa:
ormai sono padrona del mio corpo fisico.

Questo è solo il primo passo.
Poi, in teoria, ci sarebbe la padronanza mentale.
La quale permetterebbe una quieta osservazione della sfera emozionale.
Osservare e, nell’atto di portare alla luce, automaticamente dissolvere e/o trasmutare.
Permetterebbe inoltre di aprire gli occhi su tutta una serie di cose in modo da saper impedire danneggiamenti ed autodanneggiamenti della sottoscritta.
Parliamoci chiaro: sono tutti auto-danneggiamenti.
Niente e nessuno possono farti male più di una volta senza il tuo permesso.
(Peccato che tu non ci sei, quando è ora di fare determinazioni.
E nella confusione del momento, sul palcoscenico ci va la tua identità peggiore: quella meno adatta al caso.)
Alla seconda occasione, il male tollerato è già meritato.
E te lo sei fatto proprio tu.
Quindi? Quindi niente.

Ma non faccio prima a diventare una stronza inveterata?

Per sempre

Mia illusione.

Mio vuoto
mia ferita
mio fiore
mia speranza
mio demone
mia disfatta
mio fuoco
mio grido
mia Via.
Mio baratro
mia mente
mio dolore
mio specchio
mio sorriso
mia rabbia
mia gioia
mia musica
mio silenzio.
Mio sole
mio inverno
mio aguzzino
mio miraggio
mio cielo
mio gelo
mia tempesta.
Mio inganno
mia rinuncia.

Mia carne
mio destino
mia solitudine.

Mio amore.

Rehab

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Scusate, ma al momento di pubblicare ho pensato che è meglio tacere.
Aggiornerò l’articolo più avanti, quando sarò più a piombo.
Giuro che non manometterò alcuna parola.
La foto però la metto perché mi piace troppo.

Ecco il testo (19.12.12);

Discalimer: questa è una lagna, sappiatelo.

Sono cattiva come sono cattivi tutti quelli che non stanno bene.
I cattivi non esistono.
Esistono solo persone che non stanno bene.

Adesso posso permettermi tutto.
Tutti possono sempre permettersi tutto.
Solo che molti non lo sanno.
Io ora lo so al 90%.
Ma non ce la faccio comunque.

La sutura è completata e brucia, ma uno l’ho tirato fuori.
E ora lo vedo.
Quando le cose le vedi, va già meglio.
Non serve sempre pensare, immaginare, indovinare.
Basta guardare. Percepire l’assetto della materia. I fatti.
Aprire gli occhi dopo un lunghissimo periodo di illusione e osservazione viziata.
Accorgersi che i pesi accumulati a grammi hanno formato una tonnellata.
È evidente ma lo dico: sono addolorata.
Delusa da me stessa e arrabbiata – moltissimo – con me stessa.
Ho mendicato. Che cosa meschina.
Sono stata stupida e inefficace. Il massimo dell’inettitudine.
Ho accettato di passare per l’immatura, l’inopportuna, l’insufficiente della situazione. Ho accettato il dubbio

Hai finito di giocare con le mie frattaglie, piccolo Freud.
Che poi quando devo ricucirmi resto sola come un cactus in Arizona, e non c’è nessuno a passarmi i ferri.

(foto: palla di proiettile, cimelio di famiglia, risalente forse – ma davvero non so – alla seconda guerra mondiale) (perché noi si tiene tutto).

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Cinquecento anni per niente

Copia di novembre 1964

Nel guardarmi intorno alla ricerca di una immaginaria forma di salvezza,
capita che mi rotoli insensatamente dallo stipite della porta alla parete
e finisca con la testa appoggiata ad una foto appesa.
E dopo pochi secondi, nonostante le condizioni vergognose in cui verso,
riesco a farmi venire in mente che resterà il segno della fronte sul vetro.
Allora mi stacco, sgancio la cornice dal muro, la porto in cucina e già che ci sono
le do una pulita. Che non vede da mesi, credo.
Del resto avere la canna del fucile imbracciato da mio padre puntata esattamente sulla fronte, non è bello.
Quanti anni potevano avere? Non erano ancora sposati.
Di lui si evince una certa prestanza e quel senso di gioco, quel gusto del divertimento pulito che ha sempre avuto. Di lei un straordinario mix di grinta e timidezza.

E io che cazzo di mix sono?
Esce sempre un pezzo nuovo, anche in questo periodo in cui ho già compiuto cinquecento anni.
Avrei voluto, stasera, incontrarmi nella stanza in cui di anni ne ho 9 o 10, ma onestamente sono stanca. Sono scene penose anche se il pubblico sono solo io.
La sera mi è pesante.
E poi qualcuno o qualcosa, ad un certo punto, ha fatto partire il cane di quel fucile da baracconi. Un proiettile al giorno.
E tutti i fori, in realtà già presenti da secoli, sono stati scoperti dal botto, sotto quella che sembrava una membrana integra. E che invece era solo il vestito che mi hanno messo. Talmente vecchio e consunto che qualche foro d’entrata già si intravedeva. Obsoleto.
Cambiare.

Più che proiettili, direi frecce.
Che se le togli con calma tu, te la cavi.
Quelle che invece ‘Ti Aiutano’, c’è ancora la punta dentro: prima o dopo finisci sempre per arrangiarti.
Si chiama: Fare Pulizia.
E in certi momenti di follia le frecce che hai tolto ti mancano e te ne vai a cercare di nuove in base a quella legge del cazzo per la quale, come becere cavie, ricalchiamo il percorso di minima resistenza, solo perché è già un solco bello largo profondo e lo conosciamo già.

Dicono che i genitori ce li scegliamo.
Di sicuro li avevo già adocchiati quel giorno lì, nella bruma pomeridiana di un fine novembre degli anni 60. Erano belli carini.
Oggi sono intrappolati in una manciata di pixel, in un’illusione ottica generata da codici binari e uno spruzzo di elettricità. O in un pezzo di carta cosparsa di polimeri e polvere di carbone, che ospita tra se e una lastra di vetro, pulviscolo inerte, acari morti e una quantità incredibile di domande a cui non è mai stata data risposta.
Nelle mie memorie, essi stanno sbiadendo: non si prestano più ai giochetti della mia mente. Continuano a fare – si fa per dire – la loro vita.
Mi mancano comunque.

“Non importa quello che ci hanno fatto. Importa quello che noi facciamo con quello che ci hanno fatto”.
Genitori, nonni, cugini, zii, zie, insegnanti, compagni di scuola, amori, preti, suore, amici tossici, amici della ‘bene’, falsi amici, veri amici, colleghi, sconosciuti, avventurieri, errori passati, atti incompresi.
Non devo niente a nessuno.
Decisioni, rappresaglie, spiegazioni, domande, risposte, atti, impegni, aperture, cautele, omissioni, aggressioni, rimproveri, ammissioni, filtraggi, dolori, doni, confessioni, giustificazioni, timori ed egoistiche gioie profonde.
Abbandonato sospiro.

Detesto questa sensazione di censura che mi attanaglia la mano.
Buonanotte.

Misfit

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In mezzo ad una serie di disegni, una pagina di foglio formato protocollo senza margini.
Tratto piuttosto pesante, stretto, pieno e comunque fluido.
Inchiostro nero. Scritto privato, in italiano “non sorvegliato”.
A giudicare dalla calligrafia, sembrerebbe risalire ai primi anni 90.

“Non riesco a seguire la quotidianità sociale e mondana come fanno tutti, progettando a mia volta, per me stessa e per le mie tappe, avanzamenti e prese di posizione di tipo convenzionale.
Il tempo scorre ad una velocità diversa.
Il mio calendario si cardina su aspetti completamente diversi, avanzando su gradini dall’altezza irrazionale e in tappe dalla durata variabile.
La mia vita è come una moviola dove lentezze estenuanti si alternano in fasi in cui il moto precipita e fugge proiettando il film ad una velocità impazzita. Cade in un impulso irrefrenabile.
Mi sento avanti interiormente ed indietro sul lato pratico.
Proseguo intenta nei miei stretti e profondi sentieri, nelle mie trincee.
Dove nessuno mi scorge.
da dove riemergo apparendo in altri tempi ed in altri luoghi, nascondendo involontariamente l’effettivo percorso ed impedendo la piena comprensione dei miei movimenti da parte di altri.
Vivo bene questa dimensione parallela perché è l’unica che mi avvicina maggiormente al perché delle cose.
Senza un simile costante interrogativo nulla avrebbe senso.
Un giorno capirò che non devo per forza capire e vivrò in pace.
Concepisco il silenzio soltanto in presenza di Dio. O meglio, quando mi rendo consapevole della sua presenza nel qui ed ora di un normalissimo pomeriggio in campagna, o davanti ad un albero, di fronte al mare, o abbandonata al calore del sole.
Per il resto, studio, penso, mi spremo all’inverosimile, immagazzino informazioni di ogni genere sperando che l’accumulo possa un giorno esplodere in una pioggia d’oro che mi rivesta l’anima e la coscienza.
Continuo ad avere la vecchia sensazione di seguire una strada con gli occhi bendati senza sapere dove mi porterà.
Continuo a percepire l’avvicinarsi di un momento di gloria che attendo stupidamente senza capire che già ora potrei trovarmi nel bel me…..”

La pagina termina. E la parola “mezzo” si può facilmente intuire. Chissà come andava a finire.
Sono cambiate molte cose.
A Dio sono state precisate ulteriormente caratteristiche, struttura e collocazione.
I momenti sacri di comunione con il tutto persistono, anche se radi, e, insieme ad un paio di altre cose, sono decisamente il mio salvavita.
Il lamento del sentirsi invisibili e fondamentalmente soli nel proprio percorso, che scritto così implicava una speranza di fusione non dichiarata, è diventato una condizione reale ed inevitabile.
Sull’attesa del Momento Giusto, per fortuna ho cambiato idea.
Anche se sul lato pratico, oggi come oggi tutto ciò mi significa sforzo sovrumano.
Vorrei essere più precisa. Ci sarebbe qualche altra interessante teoria.
Interessante perché, contrariamente al solito, è stata postulata successivamente all’esperienza.
Ma per i motivi descritti da qualche parte nei commenti ve la risparmierò.
Ho altri foglietti da trascrivere.
Rileggerli è divertente ed inquietante insieme.

E’ arrivato il freddo. Ci si rattrappisce ulteriormente.
Avvicinandoci al centro, che, tanto per cambiare, brucia.
Buona giornata gatti.