Soluzioni

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Oscillo tra l’Amore e una bruciante infinita povertà.
Si capisce dov’ero ieri. E si capisce che oggi no.
Non sto a fare il solito quadretto di metafore e spiegazioni per dire cosa mi succede, per far sapere quanto sanguino, da quanto tempo e quanto male fa, perché non è divertente e, alla lunga, divento noiosa.
Ma dopo tanta esperienza – siccome posso piangere a comando, pulirmi correndo, respirando, posso restare immobile quando dentro la frana è nel suo pieno precipitare – mi sento di poter dire una cosa:
ormai sono padrona del mio corpo fisico.

Questo è solo il primo passo.
Poi, in teoria, ci sarebbe la padronanza mentale.
La quale permetterebbe una quieta osservazione della sfera emozionale.
Osservare e, nell’atto di portare alla luce, automaticamente dissolvere e/o trasmutare.
Permetterebbe inoltre di aprire gli occhi su tutta una serie di cose in modo da saper impedire danneggiamenti ed autodanneggiamenti della sottoscritta.
Parliamoci chiaro: sono tutti auto-danneggiamenti.
Niente e nessuno possono farti male più di una volta senza il tuo permesso.
(Peccato che tu non ci sei, quando è ora di fare determinazioni.
E nella confusione del momento, sul palcoscenico ci va la tua identità peggiore: quella meno adatta al caso.)
Alla seconda occasione, il male tollerato è già meritato.
E te lo sei fatto proprio tu.
Quindi? Quindi niente.

Ma non faccio prima a diventare una stronza inveterata?

Per sempre

Mia illusione.

Mio vuoto
mia ferita
mio fiore
mia speranza
mio demone
mia disfatta
mio fuoco
mio grido
mia Via.
Mio baratro
mia mente
mio dolore
mio specchio
mio sorriso
mia rabbia
mia gioia
mia musica
mio silenzio.
Mio sole
mio inverno
mio aguzzino
mio miraggio
mio cielo
mio gelo
mia tempesta.
Mio inganno
mia rinuncia.

Mia carne
mio destino
mia solitudine.

Mio amore.

Rehab

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Scusate, ma al momento di pubblicare ho pensato che è meglio tacere.
Aggiornerò l’articolo più avanti, quando sarò più a piombo.
Giuro che non manometterò alcuna parola.
La foto però la metto perché mi piace troppo.

Ecco il testo (19.12.12);

Discalimer: questa è una lagna, sappiatelo.

Sono cattiva come sono cattivi tutti quelli che non stanno bene.
I cattivi non esistono.
Esistono solo persone che non stanno bene.

Adesso posso permettermi tutto.
Tutti possono sempre permettersi tutto.
Solo che molti non lo sanno.
Io ora lo so al 90%.
Ma non ce la faccio comunque.

La sutura è completata e brucia, ma uno l’ho tirato fuori.
E ora lo vedo.
Quando le cose le vedi, va già meglio.
Non serve sempre pensare, immaginare, indovinare.
Basta guardare. Percepire l’assetto della materia. I fatti.
Aprire gli occhi dopo un lunghissimo periodo di illusione e osservazione viziata.
Accorgersi che i pesi accumulati a grammi hanno formato una tonnellata.
È evidente ma lo dico: sono addolorata.
Delusa da me stessa e arrabbiata – moltissimo – con me stessa.
Ho mendicato. Che cosa meschina.
Sono stata stupida e inefficace. Il massimo dell’inettitudine.
Ho accettato di passare per l’immatura, l’inopportuna, l’insufficiente della situazione. Ho accettato il dubbio

Hai finito di giocare con le mie frattaglie, piccolo Freud.
Che poi quando devo ricucirmi resto sola come un cactus in Arizona, e non c’è nessuno a passarmi i ferri.

(foto: palla di proiettile, cimelio di famiglia, risalente forse – ma davvero non so – alla seconda guerra mondiale) (perché noi si tiene tutto).

Cinquecento anni per niente

Copia di novembre 1964

Nel guardarmi intorno alla ricerca di una immaginaria forma di salvezza,
capita che mi rotoli insensatamente dallo stipite della porta alla parete
e finisca con la testa appoggiata ad una foto appesa.
E dopo pochi secondi, nonostante le condizioni vergognose in cui verso,
riesco a farmi venire in mente che resterà il segno della fronte sul vetro.
Allora mi stacco, sgancio la cornice dal muro, la porto in cucina e già che ci sono
le do una pulita. Che non vede da mesi, credo.
Del resto avere la canna del fucile imbracciato da mio padre puntata esattamente sulla fronte, non è bello.
Quanti anni potevano avere? Non erano ancora sposati.
Di lui si evince una certa prestanza e quel senso di gioco, quel gusto del divertimento pulito che ha sempre avuto. Di lei un straordinario mix di grinta e timidezza.

E io che cazzo di mix sono?
Esce sempre un pezzo nuovo, anche in questo periodo in cui ho già compiuto cinquecento anni.
Avrei voluto, stasera, incontrarmi nella stanza in cui di anni ne ho 9 o 10, ma onestamente sono stanca. Sono scene penose anche se il pubblico sono solo io.
La sera mi è pesante.
E poi qualcuno o qualcosa, ad un certo punto, ha fatto partire il cane di quel fucile da baracconi. Un proiettile al giorno.
E tutti i fori, in realtà già presenti da secoli, sono stati scoperti dal botto, sotto quella che sembrava una membrana integra. E che invece era solo il vestito che mi hanno messo. Talmente vecchio e consunto che qualche foro d’entrata già si intravedeva. Obsoleto.
Cambiare.

Più che proiettili, direi frecce.
Che se le togli con calma tu, te la cavi.
Quelle che invece ‘Ti Aiutano’, c’è ancora la punta dentro: prima o dopo finisci sempre per arrangiarti.
Si chiama: Fare Pulizia.
E in certi momenti di follia le frecce che hai tolto ti mancano e te ne vai a cercare di nuove in base a quella legge del cazzo per la quale, come becere cavie, ricalchiamo il percorso di minima resistenza, solo perché è già un solco bello largo profondo e lo conosciamo già.

Dicono che i genitori ce li scegliamo.
Di sicuro li avevo già adocchiati quel giorno lì, nella bruma pomeridiana di un fine novembre degli anni 60. Erano belli carini.
Oggi sono intrappolati in una manciata di pixel, in un’illusione ottica generata da codici binari e uno spruzzo di elettricità. O in un pezzo di carta cosparsa di polimeri e polvere di carbone, che ospita tra se e una lastra di vetro, pulviscolo inerte, acari morti e una quantità incredibile di domande a cui non è mai stata data risposta.
Nelle mie memorie, essi stanno sbiadendo: non si prestano più ai giochetti della mia mente. Continuano a fare – si fa per dire – la loro vita.
Mi mancano comunque.

“Non importa quello che ci hanno fatto. Importa quello che noi facciamo con quello che ci hanno fatto”.
Genitori, nonni, cugini, zii, zie, insegnanti, compagni di scuola, amori, preti, suore, amici tossici, amici della ‘bene’, falsi amici, veri amici, colleghi, sconosciuti, avventurieri, errori passati, atti incompresi.
Non devo niente a nessuno.
Decisioni, rappresaglie, spiegazioni, domande, risposte, atti, impegni, aperture, cautele, omissioni, aggressioni, rimproveri, ammissioni, filtraggi, dolori, doni, confessioni, giustificazioni, timori ed egoistiche gioie profonde.
Abbandonato sospiro.

Detesto questa sensazione di censura che mi attanaglia la mano.
Buonanotte.

L’anima con le borchie

Quand’é che il mostro sei tu?
Sempre. Il mostro sei SEMPRE tu.
Dopo anni di autoanalisi de’ noantri, dopo insegnamenti plurimi sull’equilibrio psicofisico e sulla (da te spesso diffidata) esistenza di una dimensione spirituale,
ti siedi nei seggiolini color faggio della sala d’attesa delle poste, con in tasca il numero E183 e scrivi la genialata che hai capito.
Quella che hai sentito nei visceri quando hai incrociato il tuo sguardo nello specchietto retrovisore, circa 15 minuti fa, alla rotonda dell’outlet e ti sei vista uno schifo. Brutta, sporca, peccaminosa. Lucida e brillante fuori, come una mela col verme dentro. Corrotta, difettosa, deviata, maldestramente ingannevole e stanca. Stanca morta di voler essere a tutti i costi non si sa cosa.
(Che non sia, naturalmente, quella che sei.)
In pratica hai scoperto che nessun al mondo avrebbe nulla da ridire su come ti vesti, su quello che mangi, su quanto dormi e su quello che ti piacerebbe fare tranne che quell’improbabile tipa che ti fissa attonita, la mattina, allo specchio.
Che sei tu che non ti sopporti.
Che sei tu che ti critichi.
Che sei tu che ti giudichi.
Che sei tu che non ti vai bene.
Che sei tu che non ti vuoi bene.

Che sei tu il mostro che, mentre ignara intrecci contenuti di superficie sentendoti intelligente e phyga (lo scrivo così perché temo i motori di ricerca), pianta i paletti nelle tue fondamenta, costruisce trappole nuove su tagliole antiche, tende lenze ed erige muri.
Non statemi a dire che lo sapete già.
Il mondo pullula di manuali di auto-aiuto e di condivisioni facebookkiane in cui si proclama che i limiti sono nella nostra mente.
Non tutti lo sanno davvero, io per prima fino a ieri.
Non si tratta di capirlo o di scriverlo.
Si tratta di sentirlo.
Non sono teorie.
È guardarti e, molto sinceramente, in quel momento non piacerti.
Sono quegli attimi in cui affiora il tuo demone e ti mostra quanto puoi essere brutta, cattiva, sbagliata.
È un’improvvisa buca su una strada liscia.
È vita, comunque. Vita tempestata da mille borchiette di anti-vita.
Siamo al numero E177 e dopo questa visione delle borchiette, direi che è meglio se la mollo li.
Tanto, sono comunque di buon umore.
Buona serata mostriciattoli.

Consolazioni

Uno dei pezzi più belli.
Musica taumaturgica.
Testo illuminato.
Buon ascolto gattoni.

Provvidenziali salvataggi (c’è una speranza per tutti)

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…..E poi c’è una cosa.
Una cosa non nuova, ma che appare molto raramente nella mia vita.
Una cosa misteriosa che risale alla superficie nei momenti più tragici, più difficili da superare.
Quelli in cui sento una pena dentro come un qualcosa tirato allo spasimo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.
Il mio equilibrio, direi.
Di questa cosa non intravedo la forma. Non riesco nemmeno a tastarne la consistenza.
Ho idea che sia sottile. Che sia qualcosa che si perfonde in me, che crei una specie di rete invisibile che mi impedisce di andare in pezzi, contenendomi in modo libero ed elastico, in modo da mantenere una peculiarità di forma senza costrizioni decise.
Questa è la cosa – non saprei definirla – che segna lo stop in certe divagazioni del mio essere. Come un’orbita oltre la quale non posso cadere senza perdermi.
È quella cosa che mi blocca nel momento appena prima di.
Ed è la stessa cosa che mi sposta di colpo su una trattoria che io non vedo e che riconosco come profondamente coerente a me, con il famoso senno di poi.
………

(dai Diari privati del Gatto)

Avere quello che vuoi, volere quello che hai

Avere quello che vuoi. Volere quello che hai.
Ancora.
Circa 5 minuti fa mi si è aperta definitivamente questa finestrella, che si era annunciata da tempo. Da anni direi, sotto forma di titoli di libri, di ripetute letture delle solite condivisioni altrui e di blande riflessioni tenute sempre rigorosamente all’interno di certi confini.
Quante potenziali aperture ha il mio castello?
Quanta luce può entrare?
Diciamo che il castello è destinato ad essere abbattuto.
Questo il senso dell’Arcano XVI.
Attualmente siamo soltanto al terzo o quarto fulmine, con caduta di calcinacci e aperture parziali. Aperture Irregolari e rovinose, o di finestrelle che per il fragore e le vibrazioni fanno ‘clic’ e miracolosamente si spalancano mostrandomi inediti scenari.
Non sono ancora in grado di mettere io stessa il tritolo alle fondamenta. Ma sarebbe il caso di farlo prima che arrivi lo tsunami dei prossimi anni.

La delusione nel comprendere che io non c’entro un tubo con la progressione delle esperienze nella mia vita, è forte. E mi fa incazzare.
Ciò che accade, accade appunto, indipendentemente da me. E l’unica mia scelta sta nell’accettare o meno ciò che mi si para davanti. Nessuno venga ad argomentare sul concetto di libero arbitrio perché non ce ne asciughiamo più gli occhi.

Ciò che accade, man mano che cresco, fa sempre più schifo, è sempre più brutto, sgradevole e difficile. Anche se una parte di me, incredibilmente, cresce in bellezza e forza.
Questo infatti vale anche per le cose che scorgo davanti allo specchio. 
Mica ce l’ho con il mondo là fuori.
Dicono che il mondo è dentro di me tra l’altro. È una cosa che io non sento ancora nella pancia. Il giorno che lo sentirò, i miei problemi saranno terminati. Mi sono fatta togliere, ‘dentro’, colecisti, appendice e altre cosette: ci metterò un nanosecondo a polverizzare enti e presenze che funzionano male.
Sono indecisa se sto crescendo o se sto perdendo il senno.
Nel dubbio, smetto ogni progettualità e ogni tentativo conscio di controllo e osservo il fatto che nel mondo per ogni fiore bellissimo c’è anche una merda. Personale ed elegantissima espressione del concetto di dualità.
La vita è una partita doppia. Credo che poter pensare e scrivere questa frase sia l’unica utilità evinta concretamente dai miei antichi ed improbabili studi da ragioniera.

L’unico lenitivo che ridà un po’ di ossigeno è mantenere un universo interiore. Così come lo vogliamo, come ci piace. Consciamente illusorio, diciamo, per avere un po di respiro. Tenersi stretto un mondo interiore, assecondando in modo malsano le zavorre del passato che ci hanno definito fino ad ora e che sono l’unico abbraccio rassicurante che ci resta dopo quello della mamma. Per chi ce l’ha.
Il nuovo fa sempre paura. Specialmente quando abbandoni piangendo le tue zavorre per finire agganciata a quelle di qualcun altro, che paiono ancora più drammaticamente pesanti e che invece per te sono, di fatto, ascensori.

Tutto questo mi sta mostrando la strada per la libertà. La strada più dura che io abbia mai affrontato. 
Vivere in modo soddisfacente, tra me e me, indipendentemente dalle condizioni esterne, che possono essere aspre, deludenti e taglienti ma che sono solo strumenti da cavalcare.
Basta sentimentalismi.
Questo divenire è un campo di addestramento. Nessun cedimento, nessuna pietà. Quello che c’è, c’è e non si cambia ed ognuno esiste selvaggiamente, al di là delle buone maniere.
Se mi è capitato questo vuole dire che così deve essere.

E comunque amo i miei aguzzini.
Tutti gli altri non mi spostano nemmeno di un millimetro ormai.
Se devo farmi il culo me lo faccio. Ma con qualcosa che un po’ mi piace.
Buon Agosto, gatti.

Momento Frankenstein

Seguo da qualche anno Salvatore Brizzi e la sua scuola di Risveglio.
La parola “risveglio” può far sorridere i detrattori del lavoro su di sé.
Al pari di “illuminazione” e sostantivi equivalenti, svalutati dall’abuso che se ne è fatto durante l’ultimo decennio grazie alla corrente culturale e pseudo-spirituale conosciuta universalmente sotto il roseo nome di New Age, il percorso ultrapsicologico del “conosci te stesso” espone a sguardi di sufficienza, equivoci interpretativi e, nei casi peggiori, ad una sommessa derisione da parte della maggior parte della gente.
Del resto, si sa, lavorare su se stessi è una gran fatica. E, soprattutto, spesso i risultati non sono evidenti ad un occhio esterno come desidereremmo che fosse, visto che non siamo ancora illuminati e ce ne frega parecchio del giudizio altrui, essendone noi pregni fino al midollo. Vorremmo che i frutti del lavoro si palesassero subito e in modo inequivocabile se non altro per dare un senso a tutto questo impegno che, nei momenti di crisi ci riempie di dubbio e ci porta a farci (tante, troppe) domande.
Comunque l’argomento è più che vasto e non intendo farne un trattato né farmi portavoce di esso visto che sono ancora indietro come le balle del cane – detto popolare poco elegante tipico della mia zona.

Tuttavia vorrei scrivere una riflessione che mi agghiaccia, mi disturba, mi traumatizza ogni volta. E tale riflessione riguarda il principio fondamentale su cui si fonda il concetto di responsabilità della propria vita e quindi, in un’ultima analisi, della Libertà dell’uomo. Concetto che permea totalmente il percorso della conoscenza di se e dell’eventuale cambiamento evolutivo che ad essa, se ci va di culo e siamo stati bravi, ne consegue.
Chi legge ed è qualcuno che normalmente accetta questo tipo di insegnamento senza fiatare, non si offenda per l’ironia e le battute (tipo quella contenuta nella precedente frase): la mia è un’ironia giocosa, funzionale allo scritto e un po’ narcisistica e, fondamentalmente, si tratta della mia firma, l’impronta onnipresente del mio atteggiamento salvavita.
Quindi non dissacro, ma ironizzo per non soccombere.

Tale principio è quello secondo il quale il mondo così come lo vediamo, lo percepiamo e lo viviamo, lo creiamo noi. Il mondo è la tua ombra, mi viene detto. “Cambia tu ed il mondo è costretto a seguirti”. Ovvero, il mondo è una mia proiezione.
Non voglio convincere nessuno e perciò non spiegherò cosa significa in modo approfondito questo concetto. Anche perché dubito davvero di essere in grado di farlo in modo pulito e completo. Ma, in soldoni, credo che si possa riassumere con queste parole: ogni cosa presente nella nostra vita, in qualche modo ce la siamo scelta ed è la fedele rappresentazione dei nostri contenuti interiori.
E questo ci va bene finché parliamo di automobili, borse, vacanze, tovaglie e smalto per le unghie. Quando cominciamo a mettere in ballo le persone o gli ambiti fondamentali della vita, che normalmente paiono dispensati dal caso o dal famigerato destino, il discorso cambia. Partiamo ad esempio dagli amici che possiamo sempre cercare e trovare, cambiare, lasciare. Si. Ma non è semplice, vero?
Passiamo poi per il lavoro, i colleghi, con i quali ci intratteniamo per una grande percentuale del nostro tempo. Com’è possibile che io stessa abbia “scelto” il mio capo? Proprio lui? Proprio quello li? Capite? Passiamo poi per i vari fidanzati, amanti, mariti, mogli, concubine, trombamici, etc. Per arrivare all’estremo rappresentato dai genitori e altri stretti parenti.
Qui l’illusione è ancora più spettacolare: siamo costretti ad abbandonare romantiche teorie sulle anime gemelle, e tortuose psicogiustificazioni sui bisogni, sui cliché culturali del momento e sugli innumerevoli traumi infantili che non ricordiamo ma ci devono essere per forza, vista la situazione!
In realtà, poi, queste cose che ho appena citato sono assolutamente plausibili (e anche funzionali all’evoluzione, pare) MA verificare la loro esistenza non ci consola affatto! Non basta. Non serve, in sé. Non giustifica nulla. Prima di tutto perché siamo responsabili anche di quelle. E poi perché andranno anche prese in considerazione, analizzate e studiate, ma vanno soprattutto SUPERATE.
Loro sono il passato e il passato non si può cambiare. Oggi, si, possiamo cambiare qualcosa, ma gli ingredienti sono sempre quelli. Gli esiti del passato, così come ce li troviamo in tasca. Non servono minuziose analisi: il tempo vola.
Serve una nuova ricetta con quello che si ha in frigo. Anche se quello che si ha in frigo, secondo il parere di alcuni – un parere che finisce per convincerci – è irrimediabilmente corrotto. Andato a male per illusioni, ingenuità, superficialità, egoismo, noncuranze varie e, soprattutto per una grande ignoranza.
Perciò i residui del passato non vanno rifiutati ma considerati per quello che sono: un punto di partenza che è così e resta così. Dobbiamo accettarli, farcene una ragione, integrarli ed andare oltre.
Niente scuse! “O scuse, o risultati!” (cit. T. Harv Eker).
Siamo insomma costretti ad ipotizzare e valutare il fatto che va tutto bene così com’è, perché se così non fosse, non ci troveremmo di sicuro a fianco di Tizio o in ufficio con Caio. Che quelle persone servono alla nostra crescita, che la vita ci da quello che ci serve in esatta misura, in un dato preciso modo, proprio in quell’istante.
Parliamo non solo di persone, ma anche, naturalmente, di certe situazioni, certi contesti, certi eventi o condizioni o imprevisti.
Sentirsi dire che ci siamo scelti pure quelli, in certi casi, stimola la partenza del famigerato “embolo” (cit.GG). Ce la prendiamo con la nostra anima? Ma poi, un’anima ce l’abbiamo?
Io non saprei. Dipende dal giorno in cui me lo chiedo.
Insomma, si dice quindi che certi contesti ci servivano (anche se non lo sapevamo) e ce li siamo CREATI.
A questa punto la differenza tra me e Dio è, come si dice, appunto, zero.
Difficile da mandare giù. Libertà vera! Responsabilità totale!!
E qui, per una comune impiegata statale con un universo personale grande quanto un fazzoletto, comincia il rischio follia.
Perché capita a tutti – e ci sarà una ragione anche per questo – di pasticciare un po’ con gli ingredienti e sfornare certi periodi che assomigliano a notti invernali in Transilvania.
Capita a tutti di creare inferni o mettere in piedi mostri antropomorfi che percepiamo come separati da noi. O che, se siamo proprio messi male, vediamo direttamente allo specchio in certi giorni..
Capita a tutti un periodo Frankenstein. Periodo in cui quello che crei non è molto diverso da un day after, da un diluvio universale senza arca e senza Noè, o da un morto riciclato pieno di cicatrici che hai proiettato sul povero vicino di turno, all’accensione del tuo proiettore interno.

Cosa? Devo smettere?
Troppo tardi.

Tutto questo l’ho scritto ieri pomeriggio.
Oggi aggiungo, ascoltando attentamente le parole che mi sono detta da sola attraverso il mondo esterno, che sono piena di molta più cacca di quanto credessi.

Alien

Sono in overdose di insegnamenti.
Ho letto troppo. Ho ascoltato troppo. Mi sono indottrinata troppo.
Di cose tra le quali ce ne sono alcune che con me non c’entrano niente.
L’unica tra queste imbeccate “evolutive” che ritengo utile e funzionale, è che la mia realtà me la creo io, se non altro nella misura in cui vedo in essa quello che voglio vedere e che sono in grado di percepire.
Siccome però non sono tenuta a fingere di essere quella che non sono e di trovarmi dove non mi trovo, in fatto di livelli, mi sto facendo un po’ di domande.
Senza esagerare. Domande semplici.
Trovo insensato andarmi a cercare delle sfide quando la vita (o io stessa nella mia dimensione divina. Così va bene?), per quanto mi riguarda, ne è già piena da sempre.
Che senso ha tutta questa pressione, a parte quello di farmi sentire sempre in dovere di fare o cambiare qualcosa e, in definitiva, di diventare diversa da quella che sono?
Ultimamente si fa tanto parlare di schiavitù.. E se andasse bene così? Adesso È così. Poi lo vedremo. E chi ha detto che sia proprio questa questa la mia schiavitù? Ci sono molte altre versioni, altre declinazioni, di tale presunta schiavitù che non sono così visibili e riconoscibili. Si fa presto a dire schiavo.
Che i signori Maestri si decidano: chi dice che va bene tutto così com’è, chi auspica uno sforzo per superarsi.
Dove sta l’equilibrio?
Il problema ce l’ha chi sente la necessita di farsi, appunto, delle domande.
Entrambe le direzioni hanno un senso. L’importante è non fare diventare l’impegno uno sforzo insostenibile.
Stamattina mi chiedo perché la mia vita va così come va. Che poi va bene. Solo che io lo dimentico perché in qualche modo assumo certi punti di vista che mi portano altrove.
Credo di meritare un po’ di tranquillità. Perché mi capitano certe cose, certe situazioni? Perché me le faccio capitare, diciamo, giusto per essere coerenti?
Se vado bene così come sono perché devo sentirmi sempre fuori posto?
È una domanda semplice questa, a cui vorrei tanto dare una risposta.
Sono sempre in quella sgradevole terra di mezzo nella quale sono arrivata ad odiare quello che faccio e sto quasi per odiare quello a cui mi pareva di tendere fino a poco tempo fa.
Dico “mi pareva” perché sono arrivata al punto di non essere più sicura del fatto che i miei pensieri siano veramente i miei.
Ho un senso di estraneità all’interno di me. Tipo Alien.
Dire che in certi momenti sono posseduta da una mia identità disfunzionale è banale ed è risaputo. Ed è cosa comune a tutti.
Qui invece sento proprio un corpo estraneo, un’intrusione. 
Allora, tutto questo l’ho permesso io? Bene.
Allora, chiunque tu sia – come si usa dire – esci da questo corpo (-mente)!
Ti sradico con le mie stesse mani, ti polverizzo con la mia disperazione, ti esorcizzo raccogliendo e concentrando tutta l’intenzione di cui sono capace. Ti bandisco con il segno della mia buona fede e la mia ingenuità (a cui, inspiegabilmente, non crede mai nessuno) e ti rivolto contro la mia stessa debolezza, quella che ha permesso il tuo insediamento e la tua propagazione virale.
Ti ordino di andartene, nel nome Mio, Chiunque io sia.
E a me stessa affido una ricerca: scoprire cosa voglio io per me.