Kên

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Sempre così puntuale.

Politrauma (terapia del)

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Arriva un giorno in cui si è disposti a prendersi tutte le responsabilità.
E tutte le colpe.
Anche di ignoti.

Fa caldo, gatti.

Avere quello che vuoi, volere quello che hai

Avere quello che vuoi. Volere quello che hai.
Ancora.
Circa 5 minuti fa mi si è aperta definitivamente questa finestrella, che si era annunciata da tempo. Da anni direi, sotto forma di titoli di libri, di ripetute letture delle solite condivisioni altrui e di blande riflessioni tenute sempre rigorosamente all’interno di certi confini.
Quante potenziali aperture ha il mio castello?
Quanta luce può entrare?
Diciamo che il castello è destinato ad essere abbattuto.
Questo il senso dell’Arcano XVI.
Attualmente siamo soltanto al terzo o quarto fulmine, con caduta di calcinacci e aperture parziali. Aperture Irregolari e rovinose, o di finestrelle che per il fragore e le vibrazioni fanno ‘clic’ e miracolosamente si spalancano mostrandomi inediti scenari.
Non sono ancora in grado di mettere io stessa il tritolo alle fondamenta. Ma sarebbe il caso di farlo prima che arrivi lo tsunami dei prossimi anni.

La delusione nel comprendere che io non c’entro un tubo con la progressione delle esperienze nella mia vita, è forte. E mi fa incazzare.
Ciò che accade, accade appunto, indipendentemente da me. E l’unica mia scelta sta nell’accettare o meno ciò che mi si para davanti. Nessuno venga ad argomentare sul concetto di libero arbitrio perché non ce ne asciughiamo più gli occhi.

Ciò che accade, man mano che cresco, fa sempre più schifo, è sempre più brutto, sgradevole e difficile. Anche se una parte di me, incredibilmente, cresce in bellezza e forza.
Questo infatti vale anche per le cose che scorgo davanti allo specchio. 
Mica ce l’ho con il mondo là fuori.
Dicono che il mondo è dentro di me tra l’altro. È una cosa che io non sento ancora nella pancia. Il giorno che lo sentirò, i miei problemi saranno terminati. Mi sono fatta togliere, ‘dentro’, colecisti, appendice e altre cosette: ci metterò un nanosecondo a polverizzare enti e presenze che funzionano male.
Sono indecisa se sto crescendo o se sto perdendo il senno.
Nel dubbio, smetto ogni progettualità e ogni tentativo conscio di controllo e osservo il fatto che nel mondo per ogni fiore bellissimo c’è anche una merda. Personale ed elegantissima espressione del concetto di dualità.
La vita è una partita doppia. Credo che poter pensare e scrivere questa frase sia l’unica utilità evinta concretamente dai miei antichi ed improbabili studi da ragioniera.

L’unico lenitivo che ridà un po’ di ossigeno è mantenere un universo interiore. Così come lo vogliamo, come ci piace. Consciamente illusorio, diciamo, per avere un po di respiro. Tenersi stretto un mondo interiore, assecondando in modo malsano le zavorre del passato che ci hanno definito fino ad ora e che sono l’unico abbraccio rassicurante che ci resta dopo quello della mamma. Per chi ce l’ha.
Il nuovo fa sempre paura. Specialmente quando abbandoni piangendo le tue zavorre per finire agganciata a quelle di qualcun altro, che paiono ancora più drammaticamente pesanti e che invece per te sono, di fatto, ascensori.

Tutto questo mi sta mostrando la strada per la libertà. La strada più dura che io abbia mai affrontato. 
Vivere in modo soddisfacente, tra me e me, indipendentemente dalle condizioni esterne, che possono essere aspre, deludenti e taglienti ma che sono solo strumenti da cavalcare.
Basta sentimentalismi.
Questo divenire è un campo di addestramento. Nessun cedimento, nessuna pietà. Quello che c’è, c’è e non si cambia ed ognuno esiste selvaggiamente, al di là delle buone maniere.
Se mi è capitato questo vuole dire che così deve essere.

E comunque amo i miei aguzzini.
Tutti gli altri non mi spostano nemmeno di un millimetro ormai.
Se devo farmi il culo me lo faccio. Ma con qualcosa che un po’ mi piace.
Buon Agosto, gatti.

Le leggi dell’Universo

Esco di casa con un buon anticipo per non fare come ieri: fidarmi
degli orari degli autobus di Roma. 
Data la mia geniale idea di non indossare calze dentro le scarpacce che uso solitamente quando prevedo camminate di un certo tenore, ho un tormentoso bruciore al quarto dito del piede destro. Una piccola abrasione da scelte senza senso.
Mentre cammino verso la mia meta penso: porca miseria è domenica.
NON troverò certo una farmacia aperta.
Giro l’angolo e tac! Una farmacia aperta.
Compro una scatola di cerotti e mi sento come Natalino (mio papà) mentre progetto di tenerne sempre un paio nel borsino delle emergenze, esattamente come lui ne teneva un paio nel portafoglio.
Arrivo in una piazza dove c’è una grandissima fontana e mi siedo su un muretto, mi tolgo la scarpa e metto il cerotto, tutta soddisfatta.
Poi mi attardo a fotografare il ritrovamento di pochi minuti prima (un giochino cinese di plastica, con tanto di draghi stampati in rilievo, di quelli che ti tirano fuori tutta la pazienza: quella tua e quella di Giobbe) e una fontanella. 
Decido di proseguire verso la mia meta e guardando per terra penso: quante cacche. Speriamo di NON pestare una merda.
Dopo qualche metro il genio propiocettivo del mio piede sinistro mi comunica la presenza di qualche sostanza più o meno densa sotto la suola della scarpa.

Legge n. 1: l’universo non riconosce il NON

Il mondo è dentro di me

Amo fare le liste. 
La lista per la valigia, quando parto per una vacanza.
La lista delle cose da non dimenticare, quando vado via anche solo per due giorni.
La lista della spesa.
La lista delle cose da fare per il giorno dopo.
La lista delle cose che vorrei a breve.
La lista delle cose che vorrei.
In questo ultimo periodo, la lista che mi riesce meglio e che si compila da sola nella mia testa senza che io ne sancisca volontariamente l’inizio, è quella dei fastidi.
Le cose che mi danno fastidio.
Le molte cose che mi danno fastidio.
Le molte cose che mi danno tanto fastidio.
L’elenco sorge da sé. Come un serpentone di pezza che si anima autonomamente sotto il mio sguardo perplesso. Un oggetto bislungo che cresce ed ondeggia e ad ogni svolta d’angolo si riveste d’argento. E che a poco a poco si leviga e si lucida a tal punto da trasformarsi in un specchio sinuoso, di quegli specchi deformanti da baracconi, quelli in cui mi rifletto scorgendomi nelle mie più profonde e talvolta palesi storture.

Mi da fastidio quel tizio che tutte le mattine si mette al centro delle porte del treno per scendere per primo. Ma mi da fastidio perché occupa quella posizione prima di me.
Mi da fastidio il suo zainetto con il perfetto kit da piccolo pendolare in evidenza. Tipo l’ombrellino supercompatto nella tasca laterale che a stento aderisce alla sacca da quanto è piena di roba. Cosa avrà mai da portarsi per trascorrere una giornata in ufficio? Tutto quello che mi porto io, poi penso. Solo che il mio ombrellino è più ingombrante e la mia borsa più gonfia ancora della sua.
Mi da fastidio quello che lancia il mozzicone di sigaretta in mezzo ai binari. 
Ma io faccio peggio: lo lascio cadere facendo finta di niente tra il convoglio e la banchina, appena prima di salire sul minaccioso predellino.
E nel farlo, contestualmente mi vergogno.
Mi da fastidio la collega che è di pessimo umore e saluta a stento. E lo noto mentre penso che non vorrei anima viva nel raggio di 300 metri per almeno un paio d’ore.
Mi da fastidio quella che non si allontana dalla scrivania senza portare con se il cellulare. Mentre spesso io me lo porto anche in bagno.
Mi da fastidio tutto questo gran parlare di spiritualità e di modi alternativi e di downshifting e di fiori di Bach e psicologia della ricchezza e di intelligenza emozionale e di qui-e-ora e di magia e di natura e di filosofia e di crescita personale. E io a casa non ho un libro di argomento diverso da questi tranne il Ricettario Carli e un paio di antichi messali.
Mi da fastidio la signora vestita come una ventenne rampante e mente lo penso mi tiro giù la maglietta smilza nel tentativo di occultare il rotolino che strasborda dai jeans a vita bassa.
Da quando mi hanno messo in testa questa cosa dello “specchio” ho scoperto cose di me che nemmeno il mio peggior nemico.

Tutto (o quasi?) quello che vedo, per come lo vedo, è creato dalla radianza delle mie forme. I miei spigoli, le mie distese, le mie curve, le mie deviazioni.
Il mondo intero è dentro di me.
E ciò mi fa particolarmente piacere se sto semisdraiata in spiaggia con i piedi all’aria, con una mano sulla pancia e nell’altra mano un pezzo di focaccia.
Con tutte le meraviglie di cui mi accorgo quasi quotidianamente, non sono poi così male, no?
Dite “no”.

Momento Frankenstein

Seguo da qualche anno Salvatore Brizzi e la sua scuola di Risveglio.
La parola “risveglio” può far sorridere i detrattori del lavoro su di sé.
Al pari di “illuminazione” e sostantivi equivalenti, svalutati dall’abuso che se ne è fatto durante l’ultimo decennio grazie alla corrente culturale e pseudo-spirituale conosciuta universalmente sotto il roseo nome di New Age, il percorso ultrapsicologico del “conosci te stesso” espone a sguardi di sufficienza, equivoci interpretativi e, nei casi peggiori, ad una sommessa derisione da parte della maggior parte della gente.
Del resto, si sa, lavorare su se stessi è una gran fatica. E, soprattutto, spesso i risultati non sono evidenti ad un occhio esterno come desidereremmo che fosse, visto che non siamo ancora illuminati e ce ne frega parecchio del giudizio altrui, essendone noi pregni fino al midollo. Vorremmo che i frutti del lavoro si palesassero subito e in modo inequivocabile se non altro per dare un senso a tutto questo impegno che, nei momenti di crisi ci riempie di dubbio e ci porta a farci (tante, troppe) domande.
Comunque l’argomento è più che vasto e non intendo farne un trattato né farmi portavoce di esso visto che sono ancora indietro come le balle del cane – detto popolare poco elegante tipico della mia zona.

Tuttavia vorrei scrivere una riflessione che mi agghiaccia, mi disturba, mi traumatizza ogni volta. E tale riflessione riguarda il principio fondamentale su cui si fonda il concetto di responsabilità della propria vita e quindi, in un’ultima analisi, della Libertà dell’uomo. Concetto che permea totalmente il percorso della conoscenza di se e dell’eventuale cambiamento evolutivo che ad essa, se ci va di culo e siamo stati bravi, ne consegue.
Chi legge ed è qualcuno che normalmente accetta questo tipo di insegnamento senza fiatare, non si offenda per l’ironia e le battute (tipo quella contenuta nella precedente frase): la mia è un’ironia giocosa, funzionale allo scritto e un po’ narcisistica e, fondamentalmente, si tratta della mia firma, l’impronta onnipresente del mio atteggiamento salvavita.
Quindi non dissacro, ma ironizzo per non soccombere.

Tale principio è quello secondo il quale il mondo così come lo vediamo, lo percepiamo e lo viviamo, lo creiamo noi. Il mondo è la tua ombra, mi viene detto. “Cambia tu ed il mondo è costretto a seguirti”. Ovvero, il mondo è una mia proiezione.
Non voglio convincere nessuno e perciò non spiegherò cosa significa in modo approfondito questo concetto. Anche perché dubito davvero di essere in grado di farlo in modo pulito e completo. Ma, in soldoni, credo che si possa riassumere con queste parole: ogni cosa presente nella nostra vita, in qualche modo ce la siamo scelta ed è la fedele rappresentazione dei nostri contenuti interiori.
E questo ci va bene finché parliamo di automobili, borse, vacanze, tovaglie e smalto per le unghie. Quando cominciamo a mettere in ballo le persone o gli ambiti fondamentali della vita, che normalmente paiono dispensati dal caso o dal famigerato destino, il discorso cambia. Partiamo ad esempio dagli amici che possiamo sempre cercare e trovare, cambiare, lasciare. Si. Ma non è semplice, vero?
Passiamo poi per il lavoro, i colleghi, con i quali ci intratteniamo per una grande percentuale del nostro tempo. Com’è possibile che io stessa abbia “scelto” il mio capo? Proprio lui? Proprio quello li? Capite? Passiamo poi per i vari fidanzati, amanti, mariti, mogli, concubine, trombamici, etc. Per arrivare all’estremo rappresentato dai genitori e altri stretti parenti.
Qui l’illusione è ancora più spettacolare: siamo costretti ad abbandonare romantiche teorie sulle anime gemelle, e tortuose psicogiustificazioni sui bisogni, sui cliché culturali del momento e sugli innumerevoli traumi infantili che non ricordiamo ma ci devono essere per forza, vista la situazione!
In realtà, poi, queste cose che ho appena citato sono assolutamente plausibili (e anche funzionali all’evoluzione, pare) MA verificare la loro esistenza non ci consola affatto! Non basta. Non serve, in sé. Non giustifica nulla. Prima di tutto perché siamo responsabili anche di quelle. E poi perché andranno anche prese in considerazione, analizzate e studiate, ma vanno soprattutto SUPERATE.
Loro sono il passato e il passato non si può cambiare. Oggi, si, possiamo cambiare qualcosa, ma gli ingredienti sono sempre quelli. Gli esiti del passato, così come ce li troviamo in tasca. Non servono minuziose analisi: il tempo vola.
Serve una nuova ricetta con quello che si ha in frigo. Anche se quello che si ha in frigo, secondo il parere di alcuni – un parere che finisce per convincerci – è irrimediabilmente corrotto. Andato a male per illusioni, ingenuità, superficialità, egoismo, noncuranze varie e, soprattutto per una grande ignoranza.
Perciò i residui del passato non vanno rifiutati ma considerati per quello che sono: un punto di partenza che è così e resta così. Dobbiamo accettarli, farcene una ragione, integrarli ed andare oltre.
Niente scuse! “O scuse, o risultati!” (cit. T. Harv Eker).
Siamo insomma costretti ad ipotizzare e valutare il fatto che va tutto bene così com’è, perché se così non fosse, non ci troveremmo di sicuro a fianco di Tizio o in ufficio con Caio. Che quelle persone servono alla nostra crescita, che la vita ci da quello che ci serve in esatta misura, in un dato preciso modo, proprio in quell’istante.
Parliamo non solo di persone, ma anche, naturalmente, di certe situazioni, certi contesti, certi eventi o condizioni o imprevisti.
Sentirsi dire che ci siamo scelti pure quelli, in certi casi, stimola la partenza del famigerato “embolo” (cit.GG). Ce la prendiamo con la nostra anima? Ma poi, un’anima ce l’abbiamo?
Io non saprei. Dipende dal giorno in cui me lo chiedo.
Insomma, si dice quindi che certi contesti ci servivano (anche se non lo sapevamo) e ce li siamo CREATI.
A questa punto la differenza tra me e Dio è, come si dice, appunto, zero.
Difficile da mandare giù. Libertà vera! Responsabilità totale!!
E qui, per una comune impiegata statale con un universo personale grande quanto un fazzoletto, comincia il rischio follia.
Perché capita a tutti – e ci sarà una ragione anche per questo – di pasticciare un po’ con gli ingredienti e sfornare certi periodi che assomigliano a notti invernali in Transilvania.
Capita a tutti di creare inferni o mettere in piedi mostri antropomorfi che percepiamo come separati da noi. O che, se siamo proprio messi male, vediamo direttamente allo specchio in certi giorni..
Capita a tutti un periodo Frankenstein. Periodo in cui quello che crei non è molto diverso da un day after, da un diluvio universale senza arca e senza Noè, o da un morto riciclato pieno di cicatrici che hai proiettato sul povero vicino di turno, all’accensione del tuo proiettore interno.

Cosa? Devo smettere?
Troppo tardi.

Tutto questo l’ho scritto ieri pomeriggio.
Oggi aggiungo, ascoltando attentamente le parole che mi sono detta da sola attraverso il mondo esterno, che sono piena di molta più cacca di quanto credessi.

Stormi di uccelli neri

Come esuli pensieri, andare e ritornar.
L’analogia carducciana, nell’atmosfera un po’ fosca e tendenzialmente centripeta ed introvertita dell’autunno, tinge di nero il pensiero che invece potrebbe essere anche colorato, soffice come le nuvole, cangiante come arcobaleni, grande, piccolo, tondo o tagliente, denso o rarefatto.
Degli uccelli il pensiero ha un tratto caratteristico: l’organizzarsi a stormo. Branchi di creature che si uniscono per similitudine, per natura. Gruppi di sostanze assonanti, qualità affini, enti che sorgono da uno stesso terreno energetico.
E quando l’aggregazione che accade si palesa alla nostra coscienza a causa di un improvviso richiamo, uno stimolo ad essa armonico apparentemente casuale, abbiamo la tale giornata. Quella “si” perché galleggiamo su di un aggregato costruttivo, sereno e intriso di entusiasmo, quella “no” perché ci facciamo fagocitare da un stormo di uccelli nerissimi guidati da un paio di spietati rapaci che ci sfibrano il cuore con quei terribili becchi aguzzi.

La maggior parte delle volte però, nelle consuetudini del quotidiano, nel cielo della nostra veglia cosciente passano distrattamente solo alcuni uccellini. Alcuni da soli, altri a coppie o piccoli gruppi. Volteggiano senza una precisa direzione, troppo vaghi per richiamare un movimento corposo o una tendenza realmente migratoria che vira verso le terre calde della congestione emozionale.
Pensieri singoli che sorgono come piccoli funghi da un terreno occulto, nascosto dal fogliame del sottobosco, che ad una attenta ispezione si rivela organizzato da invisibili linee che erroneamente chiamiamo destino.
Di ispezioni però ne abbiamo anche fatte troppe e allora, mente i motorini sfrecciano a lato della mia auto, mentre un debole vento entra dai finestrini portandomi in dono il profumo del mare, mente l’azzurro mi entra dagli occhi e si impossessa del mio corpo facendomi percepire la vibrazione della vita che elettrizza le mie cellule, io guardo come un qualunque spettatore il mio cielo personale. Un cielo luminoso, a tratti invece oscuro, comunque pieno di vita, di cose che sfrecciano veloci, di cose che arrivano, di cose che vanno, di cose che restano.

Penso ai miei gatti, a quell’aria che hanno di chi ha la saggezza incisa sulle ossa. Penso all’essere fedeli alla loro natura, come lo sono tutti gli animali, e alla naturalezza con cui chiedono il cibo e l’amore.
Penso alla polvere che ho sui mobili, le cose da lavare, la terrazza da ripulire.
Penso alla mia casa come ad una precisa radiografia di ciò che io stessa contengo e dei modi in cui io organizzo me stessa e le cose della mia vita.
Mi vengono in mente gli accumuli reiterati e il raptus folle con cui li stermino una volta raggiunto il massimo punto di tolleranza.
Penso all’abbondanza delle cose, soffermandomi su tutto ciò che vedo lungo il tragitto.
Penso alla straordinarie leggi fisiche che permettono all’acqua di rendere il mare blu e alll’atmosfera di rendere il cielo azzurro. 
Gialli o rosa non sarebbero stati la stessa cosa.
Ma forse ci sarebbero piaciuti ugualmente, se fossero sempre stati così.
Penso – capisco – che quindi alcune nostre caratteristiche e certe nostre istanze sono figlie del contesto e non una maledizione o una fortuna.
Penso che tutto è davvero semplice.
E penso che la nostra mente, indispensabile mezzo di decodifica, santa interfaccia per poter vivere il mondano, a volte è proprio un aguzzino.
Penso ad una pianta, trapiantata, spostata e raddrizzata con un bacchetto. Lei cerca la luce e si curva naturalmente verso una delle sue preziose fonti di sostentamento, verso ciò che desidera, e noi la raddrizziamo con un bacchetto! Destinandola ad una tensione per il resto della sua esistenza. Penso che la tensione si trasforma in status, in una nuova forma, dal momento che, come ogni cosa, in natura essa si adatta per sopravvivere. Penso che però non sapremo mai come sarebbe stata altrimenti.
Penso a chi dice che il petrolio finirà. Penso che il petrolio inquini.
E che le energie ecosostenibili non saranno mai alla portata di tutti.
Penso che la verità non la sapremo mai. E che la ragione ce l’abbiamo tutti. Oppure non ce l’ha nessuno.
Penso che lo sgomento vero di chi si pone quesiti esistenziali, sia una folle paura nel rendersi che la relatività regna sovrana e che ognuno di noi produce un intero universo, nello stesso istante in cui si fa una domanda ad esso pertinente.
Che i binari della sicurezza e non esistono per nessuno e ciò che noi cerchiamo quando parliamo di libertà, è già presente nelle nostre vite e nelle nostre coscienze, ma non sappiamo sostenerlo.
Barcolliamo alla vista dell’assoluto relativo (mi si perdoni il gioco di parole), al nostro totale potere soggettivo, e poi giochiamo alla Spiritualità vaneggiando di ricerche dell’Assoluto vero.
Siamo abbastanza ridicoli.
Oggi, una volta alla sbarra del cortile dell’ufficio, ho capito qualcosa di più del famoso motto dell’Oracolo di Delfi.
Conosci te stesso. 
E visto che non sei un fosso, smetti di evitarti.

Il bozzolo infame

“Un giorno apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso
si mise a guardare la farfalla che per varie ore si sforzava per uscire da quel piccolo buco. Dopo molto tempo sembrava che il buco fosse sempre della stessa dimensione
e che la farfalla si fosse arresa. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva e che non avesse più la possibilità di fare altro.
Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un coltellino e aprì il bozzolo.
La farfalla uscì immediatamente.
Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.
L’uomo continuò ad osservare sperando che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero in grado di sostenere il corpo. E che la farfalla cominciasse finalmente a volare.
Non successe nulla. In quanto la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con quel corpo ancora rattrappito e le ali poco sviluppate.
Non fu mai capace di volare.
Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e l’intenzione di aiutare, non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario perché la farfalla potesse irrobustire e completare lo sviluppo delle sue ali, cosicché essa potesse volare.
Era il modo in cui Dio la faceva crescere e sviluppare.”

Meri-Nut

Khepri aveva spinto Ra fuori dalla Duat e, miracolosamente, come ogni mattina
Nut nacque. Immensa, sconfinata, brulicante di vita. Nut che canta la Luce.
Nut la volta celeste, snella ed arcuata sopra le nostre vite.
Nut, nel mio Nome e nel mio destino. Meri-Nut, ‘amato da Nut’.

“Meri-Nut, sei in anticipo” disse il saggio Ka-Bak trovandomi seduto in mezzo agli alti steli di lino.
Ra splendeva appena sopra il mio orizzonte e il fiume dondolava ritmicamente le mie gambe.
“Ka-Bak parlami di Khepri. Perché un animale che rotola una palla di sterco diventa un Dio?”
“Khepri crea il sole come lo scarabeo crea la palla che nutrirà il suo seme. Quello che è stato scartato ed è – e pare! – morto, torna a rivivere in un altro modo, in un altro ciclo, potrei dire. Nulla muore veramente. Così il sole che sembra perire affondando, la sera, nella oscura Duat, rinasce il mattino con un nuovo giorno, con una nuova vita. Tutte è permanente. Tutto, soltanto, si trasforma”.
“Nella Duat ci sono i morti!”
“I morti non sono morti. Entrano nella Duat e rinascono a nuova vita. Come Ra. Guardati intorno Meri-Nut! Osserva la natura. Impara dalla natura e saprai di te. Osserva te stesso e saprai del cielo e della terra.”
Io non capivo proprio tutto ma mi fidavo. 
Ka-Bak si era seduto vicino a me. Immerse i suoi piedi nell’acqua. Poi li ritirò, si alzò e si allontanò dicendomi: “Khepri è il Cuore che trasforma”.
Chiusi gli occhi, toccai il ciondolo che avevo sul petto e lo premetti forte sullo sterno. Il sole scaldava la mia pelle, stavo bene. Sperai fortemente che Khepri aprisse il mio cuore.
Speravo che il cuore si aprisse, il velo si sollevasse, le paure bruciassero. Che morisse qualcosa per far nascere un’altra cosa. Non so bene cosa. Che i miei anni si moltiplicassero in un istante per comprendere tutto quello che a dodici anni non sapevo e potevo capire. 
Ka-Bak se ne andò lasciandomi intento in questa specie di ascolto che sembrava potesse trasformarsi, da un momento all’altro, nel tentativo di trovare un varco per un sapere che sentivo vicino ma al quale non riuscivo ad accedere.
L’acqua del fiume cantava con un debole gorgoglìo e i suoi riflessi attraversavano le mie palpebre trasformandosi in aloni di luce rossa e arancione, vivaci e cangianti.
Rimasi lì per molto tempo.
E quando riaprii gli occhi, ero un Uomo.

Tutti a terra.

Stamattina mentre scrivevo copiosamente le mie memorie è emersa un’idea rivoluzionaria. Non nuova, devo dire (nel senso che ci ho già pensato altre volte, quando mi sono trovata in simili circostanze).
Ma rivoluzionaria. In quanto la sua applicazione andrebbe contro tutto il complesso di principi che seguo da anni. Invertirebbe, per lo meno apparentemente, quel processo che potremmo definire “di spiritualizzazione” di questo mio onesto ma faticoso procedere.
Evolutivamente parlando potrebbe essere comunque funzionale, nel senso che ogni esperienza è, per definizione, un atto evolutivo.
Ma ad un’occhiata di superficie potrebbe apparire un insulto al volemosebene di questi anni infarciti di fughe in paradisi spiritualiformi spesso illusori. Questi anni sempre di più spesi in forme di socialità in cui emergono angeli in ogni dove, antiche anime in viaggio, abbracci di luce, tentati amori incondizionati e qualunque altra realtà ricoperta dalla rosea lente della moda di quella che non mi pento di definire come una ego-spiritualità. Non è sempre e per tutti così, ma dalla realtà delle cose e dei fatti non posso non pensare che su cento persone solo una o al massimo due fanno vera ricerca. Tutti gli altri (me compresa, scopro) cercano solo di sedare i propri bisogni in modo un po’ più raffinato rispetto al resto della ‘gente’.
Voglio dire, perché non tornare a mettere davvero le mani nella terra (la bistrattata materia, intendo. La cattivona in antitesi con il sacro spirito) e annullare la mediazione della psiche fregandosene del potere di adesso e di domani e accettare il fatto che accade quello che accade quando vuole accadere?
Credo sia da rivalutare anche la saggia reattività di un istinto che quantomeno non t’ammazza. Senza diventare delle bestie, non dico questo. 
In tutto questo, e proprio ora, apprezzo le parole dell’unico maestro di vita che in questo momento tollero. Parole che un giorno mi apparivano incomprensibili, quasi blasfeme per me, la ragazza alla sacra ricerca del perché delle cose. 
Parole che recitano così: “Io insegno che quando piove i marciapiedi si bagnano” (G. I. Gurdjieff)
(“E – aggiunge la mia collega – stai attenta a non scivolare”.)