Nel tempo mi sono sempre definita molle come un budino, fifona, assoggettata all’idea che ho dei desideri altrui, dipendente, accondiscendente fino alla spersonalizzazione, impressionabile come il fango fresco.
Una smidollata insomma, che ha perso un sacco di tempo.
Oggi, guardando agli anni passati, tra percorsi incerti, cumuli di errori, botte di culo e dignitose forme di impegno, scopro dei meriti. Meriti e, soprattutto, una peculiarità costitutiva.
Sono resistente. Sono robusta di una solidità plastica ed adattabile, e per quest’ultima caratteristica, praticamente invincibile.
In realtà lo siamo tutti. Ma io ora ne sono cosciente.
Scopro che alla fine, vendutami per bisogno di amore, sacrificatami per errate convinzioni, oppressa per insufficiente potere, sono sempre rientrata nella mia forma, come uno spesso elastico, come il grosso nervo di una bistecca, come un pezzo di plastica gommosa indistruttibile, mai degradabile se non alla fine fisiologica della propria funzione.
Modificata funzionalmente e quanto basta dall’esperienza che fa crescere, ma sempre fedele ad un’identità profonda, misteriosa anche per me: un qualcosa di duraturo, affidabile, capace di trasformarsi, ma inestinguibile.
Persistente e tignosa come la coda di un profumo invernale, intensa (e spesso irritante) come un piatto speziato, autorigenerante come un materiale di ultima generazione che basta buttarlo in acqua bollente per farlo funzionare ancora.
Non è facile abbattermi.
Cado ma mi aggiusto durante il volo.
Nel mio caso, quando si parla di spirito eterno, credo si tratti di questo.
Dell’indole permanente, del grumo di energia primigenia, che uno sguardo attento riesce a percepire dietro rughe, debolezze ed altri vezzi dovuti all’età.
Buon mercoledì, gatti.
Senza malizia
Biologia della felicità
Martedì, ore 07.40.
Scriverò. Stando attenta a non scivolare in immagini leopardiane. Ma non sarà facile: parlare di sole, di fresco mattutino, di uccellini che cantano e di silenzi che pian piano stemperano in un crescente e sommesso brulicare nelle vie deserte di una città che si risveglia, è un attimo. Intanto ve l’ho detto. Nella vita qualche cliché è necessario. Comodo, veloce e lo capiscono tutti.
Di tutti i mattini dell’anno – tutti dotati di un fascino peculiare che non sempre colgo, data la fatica mortale di alzarmi e uscire di casa a certe ore – quelli estivi sono i più belli.
Esci di casa e fai entrare tutto il fresco nella pelle con un piacere che fa quasi chiudere gli occhi. Poi dicono che la biologia non c’entra con la felicità. Il corpo vivo ed il silenzio arrestano la mente e, mai come prima, sento chiaramente di esserci. E mi accorgo che i pensieri sono una cosa che posso accantonare, relegare e destinare a più tardi.
Più tardi. Quando una serie di interazioni umane ed urbane mi faranno scendere in quel tessuto complesso e un po’ morboso del quale spesso vado anche fiera: la mia mente. Come la vedo bene ora. Che sistema magnifico. Senza di essa non sarei viva. Che tecnologia raffinata. E quante cose inutili. Che potenza. Che invadenza. Che ricchezza. Che schiavitù.
Più difficile da educare di un gatto. Più rognosa da trattare di una dieta ferrea. Più infiltrante dell’acqua in una spugna secca.
Beh, ora posso scriverlo anch’io con pieno diritto di farlo: io non sono quella roba. Questo è chiaro. Devo solo capire come individuare il momento in cui mi identifico. La porta. Il varco, attraversato il quale, mi personalizzo con tonnellate di esiti esperienziali e innumerevoli modelli costruiti in automatico nel tempo.
In potenza, sono qualunque cosa. In realtà, mi lascio essere come ho scelto quando avevo tre, quattro, dodici, quindici anni o chissà quanti anni, o come ha scelto qualcun’altro per me. Pazzesco.
A questo punto ha ancora senso sentirsi inadeguati se non si corrisponde esattamente alla maggioranza esistente?
Quando penso a questa cosa vedo con una chiarezza agghiacciante la dimensione di certi condizionamenti che vanno ben al di là di quelli familiari. Non è quel complottismo che va tanto di moda. È solo il dolorosissimo parto, ancora in corso, di un senso critico personale ed autentico che mi spela viva. Ma che prima o poi mi salverà.
Buona giornata gattoni. State freschi (se potete),
Come si fa
Corpi caldi in autobus
E non è una cosa erotica.
Un respiro nell’incavo del mio gomito.
Una pancia calda sulla mia schiena.
Insopportabile.
L’unica cosa bella, di quando la gente pian piano comincia a scendere, è guadagnare quel minimo di spazio per appendermi con una mano alla barra in alto: mi stiracchio la schiena ed effettuo mentalmente micro movimenti dance sulle note di Yes Sir, feat. Goldfrapp.
Pubblico e scendo. Yeah!
Maya
Tutto è illusione.
Tutto è un’illusione.
Al primo barlume di risveglio,
a volte ci si rimane male.
Poi, ce ne facciamo una ragione.
I gigli
Oggi è il 3 giugno. Mi ricordo eh!
Ho sentito Fabri al telefono: è in aeroporto e sta per partire per una breve vacanza.
Mi ha detto che quest’anno i gigli non sono fioriti. Anzi non sono proprio nati. Peccato. Avevo pensato proprio di passare a prenderne 2 o 3 prima di tornare a casa. In questi ultimi anni erano puntualissimi (tranne, a dire il vero, l’anno scorso che erano in anticipo. Nella prima meta di Maggio erano già fioriti.)
E quest’anno niente.
Che significa?
Pare brutto a vederla così, ma io che credo nei segni, credo sia un buon segno: staccata definitivamente dalla Terra, hai terminato la tua Nigredo finale.
I gigli sono bianchi. Sono com’era una parte di te.
Sono come è una parte di tutti noi.
Sono come una pagina che ancora deve essere scritta, come lo è ogni giorno, alla luce del primo mattino.
Io sto bene. Credo che presto cambieranno molte cose.
Ciao
Il mondo è dentro di me
Amo fare le liste.
La lista per la valigia, quando parto per una vacanza.
La lista delle cose da non dimenticare, quando vado via anche solo per due giorni.
La lista della spesa.
La lista delle cose da fare per il giorno dopo.
La lista delle cose che vorrei a breve.
La lista delle cose che vorrei.
In questo ultimo periodo, la lista che mi riesce meglio e che si compila da sola nella mia testa senza che io ne sancisca volontariamente l’inizio, è quella dei fastidi.
Le cose che mi danno fastidio.
Le molte cose che mi danno fastidio.
Le molte cose che mi danno tanto fastidio.
L’elenco sorge da sé. Come un serpentone di pezza che si anima autonomamente sotto il mio sguardo perplesso. Un oggetto bislungo che cresce ed ondeggia e ad ogni svolta d’angolo si riveste d’argento. E che a poco a poco si leviga e si lucida a tal punto da trasformarsi in un specchio sinuoso, di quegli specchi deformanti da baracconi, quelli in cui mi rifletto scorgendomi nelle mie più profonde e talvolta palesi storture.
Mi da fastidio quel tizio che tutte le mattine si mette al centro delle porte del treno per scendere per primo. Ma mi da fastidio perché occupa quella posizione prima di me.
Mi da fastidio il suo zainetto con il perfetto kit da piccolo pendolare in evidenza. Tipo l’ombrellino supercompatto nella tasca laterale che a stento aderisce alla sacca da quanto è piena di roba. Cosa avrà mai da portarsi per trascorrere una giornata in ufficio? Tutto quello che mi porto io, poi penso. Solo che il mio ombrellino è più ingombrante e la mia borsa più gonfia ancora della sua.
Mi da fastidio quello che lancia il mozzicone di sigaretta in mezzo ai binari.
Ma io faccio peggio: lo lascio cadere facendo finta di niente tra il convoglio e la banchina, appena prima di salire sul minaccioso predellino.
E nel farlo, contestualmente mi vergogno.
Mi da fastidio la collega che è di pessimo umore e saluta a stento. E lo noto mentre penso che non vorrei anima viva nel raggio di 300 metri per almeno un paio d’ore.
Mi da fastidio quella che non si allontana dalla scrivania senza portare con se il cellulare. Mentre spesso io me lo porto anche in bagno.
Mi da fastidio tutto questo gran parlare di spiritualità e di modi alternativi e di downshifting e di fiori di Bach e psicologia della ricchezza e di intelligenza emozionale e di qui-e-ora e di magia e di natura e di filosofia e di crescita personale. E io a casa non ho un libro di argomento diverso da questi tranne il Ricettario Carli e un paio di antichi messali.
Mi da fastidio la signora vestita come una ventenne rampante e mente lo penso mi tiro giù la maglietta smilza nel tentativo di occultare il rotolino che strasborda dai jeans a vita bassa.
Da quando mi hanno messo in testa questa cosa dello “specchio” ho scoperto cose di me che nemmeno il mio peggior nemico.
Tutto (o quasi?) quello che vedo, per come lo vedo, è creato dalla radianza delle mie forme. I miei spigoli, le mie distese, le mie curve, le mie deviazioni.
Il mondo intero è dentro di me.
E ciò mi fa particolarmente piacere se sto semisdraiata in spiaggia con i piedi all’aria, con una mano sulla pancia e nell’altra mano un pezzo di focaccia.
Con tutte le meraviglie di cui mi accorgo quasi quotidianamente, non sono poi così male, no?
Dite “no”.
Pausa pranzo a cinque stelle
Breve sosta su una delle panchine del Belvedere dedicato a Lina Volonghi.
Oggi il mare ha il colore del cielo e si confonde con esso in un tenue celeste all’orizzonte.
Il sole è nascosto ma scalda.
Il salmastro mi lambisce ad ondate richiamando altri odori e memorie antiche che interrompono questo superbo ed indiscutibile silenzio interiore.
Ma chi sta meglio di me?
Torno in ufficio. Ciao gatti.
Ciao ciao
Ciao.
Oggi sto bene. Particolarmente bene.
Oggi vorrei poterti incontrare.. Non succede spesso, nel senso che so bene dove sono io e dove sei tu e, a tratti, mi intimorisco anche solo nel pensarla, una simile istanza. Per motivi grezzamente scaramantici. Sai no?
Vorrei incontrarti. Magari chiacchierare mentre si aspetta insieme il treno in questo marciapiedi soleggiato.
Oh no! Il treno no! Ricordo bene uno dei tuoi ultimi sogni. Ci risiamo con cornetti e gatti neri..
Vorrei incontrarti e chiederti se è vero che è vero quello che credo vero.
E se i concetti di anomalia e disagio sono veramente spiritualmente anticostituzionali.
A questo punto credo di si.
Guardo fuori dal finestrino. Il treno è fermo a Principe. Fa quasi caldo. Si sta bene.
Se vago con lo sguardo e di colpo fisso le scale del sottopassaggio mi pare quasi di vederti arrivare.
“Ciao ciao”


