Incredibile

Please

Se c’è qualcuno lassù (o qua dentro, a seconda del credo),
si faccia sentire.
Ora.

C.A.L.M.A.

Ci sono cinque cose meravigliose che mi fanno spesso venire voglia di scrivere. Vorrei scrivere di esse. Raccontarle, descriverle, celebrarle.
Ma mi è impossibile perché ogni frase ed ogni parola mi sembrano sempre inadeguate ad esprimere la loro essenza.
Il cielo, l’acqua, la luce, la musica e l’amore.
Non esiste metafora degna per questi doni dell’esistenza.
Di essi possiamo solo fare esperienza.

(la rima finale è involontaria come anche l’acronimo del titolo, che è stato scritto, come sempre, al termine del post. Che bella sorpresa, però. Buongiorno gatti.)

Alien

Sono in overdose di insegnamenti.
Ho letto troppo. Ho ascoltato troppo. Mi sono indottrinata troppo.
Di cose tra le quali ce ne sono alcune che con me non c’entrano niente.
L’unica tra queste imbeccate “evolutive” che ritengo utile e funzionale, è che la mia realtà me la creo io, se non altro nella misura in cui vedo in essa quello che voglio vedere e che sono in grado di percepire.
Siccome però non sono tenuta a fingere di essere quella che non sono e di trovarmi dove non mi trovo, in fatto di livelli, mi sto facendo un po’ di domande.
Senza esagerare. Domande semplici.
Trovo insensato andarmi a cercare delle sfide quando la vita (o io stessa nella mia dimensione divina. Così va bene?), per quanto mi riguarda, ne è già piena da sempre.
Che senso ha tutta questa pressione, a parte quello di farmi sentire sempre in dovere di fare o cambiare qualcosa e, in definitiva, di diventare diversa da quella che sono?
Ultimamente si fa tanto parlare di schiavitù.. E se andasse bene così? Adesso È così. Poi lo vedremo. E chi ha detto che sia proprio questa questa la mia schiavitù? Ci sono molte altre versioni, altre declinazioni, di tale presunta schiavitù che non sono così visibili e riconoscibili. Si fa presto a dire schiavo.
Che i signori Maestri si decidano: chi dice che va bene tutto così com’è, chi auspica uno sforzo per superarsi.
Dove sta l’equilibrio?
Il problema ce l’ha chi sente la necessita di farsi, appunto, delle domande.
Entrambe le direzioni hanno un senso. L’importante è non fare diventare l’impegno uno sforzo insostenibile.
Stamattina mi chiedo perché la mia vita va così come va. Che poi va bene. Solo che io lo dimentico perché in qualche modo assumo certi punti di vista che mi portano altrove.
Credo di meritare un po’ di tranquillità. Perché mi capitano certe cose, certe situazioni? Perché me le faccio capitare, diciamo, giusto per essere coerenti?
Se vado bene così come sono perché devo sentirmi sempre fuori posto?
È una domanda semplice questa, a cui vorrei tanto dare una risposta.
Sono sempre in quella sgradevole terra di mezzo nella quale sono arrivata ad odiare quello che faccio e sto quasi per odiare quello a cui mi pareva di tendere fino a poco tempo fa.
Dico “mi pareva” perché sono arrivata al punto di non essere più sicura del fatto che i miei pensieri siano veramente i miei.
Ho un senso di estraneità all’interno di me. Tipo Alien.
Dire che in certi momenti sono posseduta da una mia identità disfunzionale è banale ed è risaputo. Ed è cosa comune a tutti.
Qui invece sento proprio un corpo estraneo, un’intrusione. 
Allora, tutto questo l’ho permesso io? Bene.
Allora, chiunque tu sia – come si usa dire – esci da questo corpo (-mente)!
Ti sradico con le mie stesse mani, ti polverizzo con la mia disperazione, ti esorcizzo raccogliendo e concentrando tutta l’intenzione di cui sono capace. Ti bandisco con il segno della mia buona fede e la mia ingenuità (a cui, inspiegabilmente, non crede mai nessuno) e ti rivolto contro la mia stessa debolezza, quella che ha permesso il tuo insediamento e la tua propagazione virale.
Ti ordino di andartene, nel nome Mio, Chiunque io sia.
E a me stessa affido una ricerca: scoprire cosa voglio io per me.

Meri-Nut

Khepri aveva spinto Ra fuori dalla Duat e, miracolosamente, come ogni mattina
Nut nacque. Immensa, sconfinata, brulicante di vita. Nut che canta la Luce.
Nut la volta celeste, snella ed arcuata sopra le nostre vite.
Nut, nel mio Nome e nel mio destino. Meri-Nut, ‘amato da Nut’.

“Meri-Nut, sei in anticipo” disse il saggio Ka-Bak trovandomi seduto in mezzo agli alti steli di lino.
Ra splendeva appena sopra il mio orizzonte e il fiume dondolava ritmicamente le mie gambe.
“Ka-Bak parlami di Khepri. Perché un animale che rotola una palla di sterco diventa un Dio?”
“Khepri crea il sole come lo scarabeo crea la palla che nutrirà il suo seme. Quello che è stato scartato ed è – e pare! – morto, torna a rivivere in un altro modo, in un altro ciclo, potrei dire. Nulla muore veramente. Così il sole che sembra perire affondando, la sera, nella oscura Duat, rinasce il mattino con un nuovo giorno, con una nuova vita. Tutte è permanente. Tutto, soltanto, si trasforma”.
“Nella Duat ci sono i morti!”
“I morti non sono morti. Entrano nella Duat e rinascono a nuova vita. Come Ra. Guardati intorno Meri-Nut! Osserva la natura. Impara dalla natura e saprai di te. Osserva te stesso e saprai del cielo e della terra.”
Io non capivo proprio tutto ma mi fidavo. 
Ka-Bak si era seduto vicino a me. Immerse i suoi piedi nell’acqua. Poi li ritirò, si alzò e si allontanò dicendomi: “Khepri è il Cuore che trasforma”.
Chiusi gli occhi, toccai il ciondolo che avevo sul petto e lo premetti forte sullo sterno. Il sole scaldava la mia pelle, stavo bene. Sperai fortemente che Khepri aprisse il mio cuore.
Speravo che il cuore si aprisse, il velo si sollevasse, le paure bruciassero. Che morisse qualcosa per far nascere un’altra cosa. Non so bene cosa. Che i miei anni si moltiplicassero in un istante per comprendere tutto quello che a dodici anni non sapevo e potevo capire. 
Ka-Bak se ne andò lasciandomi intento in questa specie di ascolto che sembrava potesse trasformarsi, da un momento all’altro, nel tentativo di trovare un varco per un sapere che sentivo vicino ma al quale non riuscivo ad accedere.
L’acqua del fiume cantava con un debole gorgoglìo e i suoi riflessi attraversavano le mie palpebre trasformandosi in aloni di luce rossa e arancione, vivaci e cangianti.
Rimasi lì per molto tempo.
E quando riaprii gli occhi, ero un Uomo.

L’impiegata

Mi piace scrivere. Mi piace scrivere a mano, soprattutto.
Se fossi nell’antico Egitto potrei benissimo fare lo scriba.
Ma siccome non siamo nell’antico Egitto, posso solo fare l’impiegata.
La mia missione è fare l’impiegata che trascrive fedelmente e verbalizza, materializza idee, indicazioni e concetti di altri.
Sono la zappa delle superiori volontà, il braccio armato delle menti altrui, il meccanismo fedele e perfettamente funzionante che fa da ponte tra l’intelletto
e la materia.
Sulla scia del realismo di cui ho parlato ieri, direi che il mio lavoro è già
quello giusto. 
Inutile fantasticare chissà cosa.
Scrivere, trascrivere, fare  disegnini (mentre sono al telefono a spiegare le solite procedure, o a risolvere ingarbugli burocratici), fare tabelle, dividere carte, fare fotocopie, pinzare fogli, scrivere titoli in stampatello con la mia bella grafia
è quello che so fare meglio. E lo sto già facendo.
Mica scherzo.
Cosa vado cercando?
Soprattutto, perché mi sono messa in testa altro?
Qual’è la vera me?
Per fare il salto di qualità e superare una certa struttura genetica radicata fin nel midollo da qualche secolo, bisogna averci molta forza o essere unti dal Signore.
Poi, basta guardare i fatti.
“Avere quello che vuoi, volere quello che hai”.
Buona la seconda.

Tutti a terra.

Stamattina mentre scrivevo copiosamente le mie memorie è emersa un’idea rivoluzionaria. Non nuova, devo dire (nel senso che ci ho già pensato altre volte, quando mi sono trovata in simili circostanze).
Ma rivoluzionaria. In quanto la sua applicazione andrebbe contro tutto il complesso di principi che seguo da anni. Invertirebbe, per lo meno apparentemente, quel processo che potremmo definire “di spiritualizzazione” di questo mio onesto ma faticoso procedere.
Evolutivamente parlando potrebbe essere comunque funzionale, nel senso che ogni esperienza è, per definizione, un atto evolutivo.
Ma ad un’occhiata di superficie potrebbe apparire un insulto al volemosebene di questi anni infarciti di fughe in paradisi spiritualiformi spesso illusori. Questi anni sempre di più spesi in forme di socialità in cui emergono angeli in ogni dove, antiche anime in viaggio, abbracci di luce, tentati amori incondizionati e qualunque altra realtà ricoperta dalla rosea lente della moda di quella che non mi pento di definire come una ego-spiritualità. Non è sempre e per tutti così, ma dalla realtà delle cose e dei fatti non posso non pensare che su cento persone solo una o al massimo due fanno vera ricerca. Tutti gli altri (me compresa, scopro) cercano solo di sedare i propri bisogni in modo un po’ più raffinato rispetto al resto della ‘gente’.
Voglio dire, perché non tornare a mettere davvero le mani nella terra (la bistrattata materia, intendo. La cattivona in antitesi con il sacro spirito) e annullare la mediazione della psiche fregandosene del potere di adesso e di domani e accettare il fatto che accade quello che accade quando vuole accadere?
Credo sia da rivalutare anche la saggia reattività di un istinto che quantomeno non t’ammazza. Senza diventare delle bestie, non dico questo. 
In tutto questo, e proprio ora, apprezzo le parole dell’unico maestro di vita che in questo momento tollero. Parole che un giorno mi apparivano incomprensibili, quasi blasfeme per me, la ragazza alla sacra ricerca del perché delle cose. 
Parole che recitano così: “Io insegno che quando piove i marciapiedi si bagnano” (G. I. Gurdjieff)
(“E – aggiunge la mia collega – stai attenta a non scivolare”.)

La valvola dov’è?

Lo sapevo.
Tieni, tieni e poi mi esplode l’intolleranza tutta di colpo.
Ma dove ho la valvola, please?

È la Legge, baby..

“All’occhio – destato alla visione sovrasensibile – del Mago, il mondo spirituale
si rivela come quello di un insieme di potenze allo stato libero, potenze che non hanno attributi, che sono soltanto se stesse in pura natura di folgorazioni e lampeggiamenti. 
Termini come “fulminee”, “voraginose”, “spaventevolmente pure”, non ne possono, essi stessi, che dare una lontana suggestione.
Ognuna di tali potenze è in quanto mantiene la propria individualità, resistendo alle altre che andrebbero ad attrarla e organizzarla sotto di loro. 
(………)
…. ogni legge ed ogni ordine nulla è più che un prodotto di organizzazione, il segno di un potere più vasto il quale è riuscito a travolgere, riprendere e unificare altri sotto di sé, riducendo così l’originario caos delle forze molteplici e lottanti.
La lotta, tuttavia, qui ha un senso tutto speciale, libero da tutto ciò che è odio e violenza: è come un mettersi faccia a a faccia di “presenze”, come un incontrarsi e misurarsi di gradi di “essere”, di “quanta” di intensità. 
Nessuna potenza vuole, in senso stretto, travolgere e dominare le altre, ma ciò procede in via naturale, in virtù del più alto grado di essere che le è proprio, il quale è vortice in cui sono irresistibilmente attratte, riprese e subordinate le potenze minori che si mettano in rapporto con essa.
In questo mondo materiato di tensione non vi è divario: non subordinare è essere subordinato. Mantenere la proprio autonomia è vincere – e ciò qui vuol dire: resistere.
Un principio fondamentale in magia afferma appunto che ciò che investe un ente e non riesce a travolgerlo, da esso è fatalmente travolto e ripreso nella sua legge.
(…………..)
Un Io che in nessun punto viene meno alla tensione, che in nessun punto è indietro rispetto alla marea vertiginosa delle energie cosmiche che, destate e scatenate dal suo procedere, tenderebbero a sbalzarlo via (………) è un essere regale e solare, più forte della natura, dominatore degli dèi, di là dello stato di nascita e morte.”

(J. Evola, 1927)

Anna e Saverio

Ieri pomeriggio sono salita sul treno che era, come sempre, decisamente affollato. Tra i pochissimi posti liberi ce ne erano ben tre accanto ad una donna di colore.
Ma non è di questa stranezza che voglio parlare.
Le poltroncine sono a gruppi di quattro. Due di fronte ad altre due. Lei era seduta vicino al finestrino. Di fianco a lei il sedile era libero ma nello spazio antistante la seduta campeggiava il suo trolley con sopra una grossa borsa.
Sul posto di fronte a lei era appoggiato un foglio scritto a mano e io quindi mi sono seduta nell’altro.
Quel foglio l’ho adocchiato un po’ di volte. Poi finalmente, visto che sono curiosa come un gatto e la signora, nonostante le mie occhiate, ignorava bellamente il foglietto, le ho chiesto: “è suo?”. Lei mi ha risposto di no.
Allora l’ho preso. È un A4 piegato in due. Anzi, in quattro. All’interno stampato (articolo di “disinformazione” sulle solite solfe: soldi, poteri, banche, governi) e all’esterno per metà scritto, per metà occupato da disegni abbastanza carini dal contenuto un po’ delirante.
La parte scritta è stilata con una calligrafia un po’ zoppicante fino a metà, con un’altra più aggraziata per la restante parte e recita, letteralmente, così: 

“Ciao viaggiatore.
Chissà fin dove devi andare.
Questo treno va da La Spezia a Torino.
Sei mai stato a Torino? E a La Spezia?
Noi due, Saverio e Anna, non siamo 
persone molto semplici, anzi, abbiamo
la testa piena di “giri” complicati e
quindi “noiosi”.
Ma c’è un tramonto fuori adesso, che ha
azzerato tutto, ma sarebbero 
normali colori nel cielo se non fosse che
in questi giorni ci siamo svegliati con 
il ragliare di un asino, Pippo, l’asino.
È stato il capodanno.
– cambio di calligrafia –
e abbiamo imparato che Melissa P. 
fa davvero schifo e pietà.
….. Auguriamo al mondo intero e anche
a te che ormai ti sentiamo nostro compagno
di viaggio (di vita vedremo)’ che questo 2012 
ci regali il totale oscuramento di 
“scrittrici” come lei… A Fabio Volo però auguriamo 
(censura)…. 
Buona Vita
Anna e Saverio
P.S. Dietro trovi i disegni che un giorno ti arricchiranno”

Che dire?