Mi incanto, stanca del rincorrersi dei pensieri, dei tentativi di ragionare cose impossibili da razionalizzare e accedo accidentalmente a quel mondo fatto di immagini casuali e paesaggi surreali non strutturati.
Ci metto un attimo ad entrare in quel non luogo che in passato cercavo di conquistare con sensibile sforzo e disparate tecniche.
Mi fermo un attimo e nell’immobilità si apre il sipario che si sovrappone alla visione reale rivelando tutta la mia incoerenza, tutto il mio caos e tutti i sentieri possibili che pur essendo assolutamente a partata di mano, sembrano lontanissimi.
Vedo il mio campo pieno di scorie e particolari inutili.
Riesco ad intercettare gli ostacoli nascosti dietro alla mia presunta ricchezza interiore e comprendo che la frammentazione attraverso la quale mi esprimo è una ricercata e sofisticata via di fuga.
Il coltello che mi apre e mi esplora così profondamente e minuziosamente è un meraviglioso e spaventevole dono per questi miei anni.
Ho la voglia di entrare in questo paesaggio con un grande sacco nero in cui buttare piccoli arabeschi ormai deformati, decorazioni inutili e fuorvianti, frammenti di spazio-tempo ormai inerti da tempo.
Ho voglia di ripulire al massimo per trovarmi.
E per fare questo ho bisogno di uccidere tutto quello che sono stata fino ad ora.
Ho bisogno di estirpare tutto in tutto l’orto, dissodare la terra.
Ararmi, confondermi con il caos primigenio, destrutturami e tornare vergine.
E tutto questo forte impulso di distruzione – che potrebbe preoccupare più d’uno di voi che leggete – anziché abbattermi e rendermi ad un inquietante oblio, mi accende una fiamma, mi rivivifica, mi fa vibrare, mi espande.
E mi lascia intravedere una guizzo di Libertà.
Il percorso pare lento ed articolato. Ma non mi fermerò.