Gli strali del giovedì

Potrebbe anche essere divertente in fondo. Per chi legge, ovviamente.
Lo sapete che, come la ruota gira, la vita è ciclica e il giorno si alterna con la notte, io vivo momenti santissimi e, poco dopo, periodi di esplorazione forzata nel mio inferno personale, dove affronto a muso duro sordide emozioni e ingaggio lotte corpo a corpo con i miei soliti demoni.

Il volo non l’ho ancora spiccato, questo è chiaro. E perché?
Perché resisto con l’idea di avere un’origine a cui dedicare parte di me (una parte ho detto, non il 90% però!).
Ma questa cosa non esiste più. E io non la voglio capire.
E’ difficile per tutti prendersi la responsabilità di essere quello che si è. Molto meglio rivestire i panni del soggetto a costrizione, della vittima, dell’irrimediabilmente condizionato.
Io, nonostante le mie teorie, non la voglio proprio capire.
E il fatto che io non la voglia capire costringe la vita a farmi sparire mia madre, a svuotarmi completamente papà e non dico niente su mio fratello.
Su quest’ultimo ho delle pretese mica da ridere. Povera stella. A volte mi fa tenerezza.
In fondo lui fa la sua vita ed è assolutamente giusto così.
Anche se ogni volta che vado a far colazione mi faccio delle gran domande…
Ma sono comunque cazzi suoi. Peggio per lui. O meglio per lui. Io non posso giudicarlo.
E allora?
E allora ecco che scopriamo, dietro alla rabbia e allo scazzo, il dolore dell’antico abbandono (che si ripropone sotto mille fantasiosissimi travestimenti) e la bruciante consapevolezza di non essere ancora diventata veramente adulta.
E’ questo che mi fa male.
Finché misuro la mia entità attraverso le azioni e la presenza altrui ce l’ho nello stoppino (espressione dedicata a mia madre, che, naturalmente, non diceva mai “culo”).

La prima reazione a tutto questo è il desiderio di fuga.
Le impressioni si memorizzano e restano cristallizzate negli oggetti e nelle mura fisiche della quotidianità e io penso sempre più spesso che vorrei andarmene.
Tutte le volte che ho trascorso un certo periodo lontana dal “miei” posti, dalla mia casa, dalla mia famiglia, mi sono sentita libera. E anche cretina. Perché non essere capace di emanciparsi senza queste pseudo fughe, suona immaturo, ridicolo, cretino appunto.
Probabilmente quindi andarsene è una misura fasulla, ma come ogni buon rituale potrebbe essere una scelta utile a rinforzare il processo interiore.
L’ambiente è importante.
E’ vero che ci portiamo i mostriciattoli con noi. Ma è anche vero che se si è almeno minimamente consapevoli di questo, un’energia diversa aiuta parecchio.

Insomma molto meglio che farsi bloccare da una improvvisa e mai vista lombalgia. Tipo oggi. No?
Sarete stufi. Vado a fondermi con il divano finché non mi passa il broncio.

26 Luglio 2010

Sono cambiate molte cose, è vero.
E altre sono rimaste le stesse di sempre.
Non so se ho fatto dei passi avanti.
Si, certo, ne ho fatti di passi avanti.
Quello che volevo veramente dire è
che non so se, come sono ora, ti sarei piaciuta.

Comunque ho scoperto di somigliarti molto.
Ti vedo spesso nei miei tratti.
Negli occhi, nel sorriso specialmente.
Anche se non sorrido tanto come te.
Ma queste cose devo averle già scritte.
Mi ripeto. Tanto per cambiare.
Dicono che dobbiamo emanciparci da
certe “somiglianze” per trovare la massima
espressione nel nostro peculiare “essere”.
Ma, sinceramente, a me piace somigliarti.
Diciamo che ne vado anche un po’ fiera.

Oggi è il tuo compleanno.
E freghiamocene se il ricordarlo sempre
pare ogni volta un’inutilità, forse un po’ assurda.
Perchè noi facciamo quello che vogliamo, no?
Noi vogliamo essere Libere.
Tu mi sembravi libera.
E invece nemmeno tu lo eri.
Ma ci provavi. Ci hai provato.
Io conterei di portare avanti questo lavoro
anche per te.
Ciao

Non sono mai seria fino in fondo

Da una recente lettera:
“La vita deve essere anche leggerezza, altrimenti siamo finiti.
Io rifuggo la stagnazione come la morte.
Perché l’immobilità è rigor. E il rigor è, notoriamente, mortis.”

Colpo di luce

Ci sono rari casi nella vita
in cui uno più uno fa Uno.

Non è una cosa da capire.

Lanternini

Troppo illanguidita dal caldo umido che mi vince 10 a 1, in questo pomeriggio insensato (che diverrebbe congruo e opportuno solo sulla curva morbida di una sdraio in riva al mare) non ho la forza di scrivere un trattato che mi sarebbe molto utile e al quale nelle ultime ore ho pensato moltissimo.
Inizierei, per oggi, con il cercarne un degno titolo:
* Il bignami delle scelte folli
* Trattato del Lanternino
* Anatomia e fisiologia della Visione con luce fioca
* Il Lanternino come strumento del Dharma
* Chi cerca troppo niente trova
* La ricerca dell’eccellenza e il pugno di mosche.

..cose così, insomma.

Perché io il Lanternino lo conosco bene.
E da tempo (mica dico balle).
Il Lanternino, come una vecchia e calda coperta (perdonate l’immagine inopportuna, data la stagione) ci riconnette al rarefatto e vaporoso senso di non responsabilità adolescenziale, quando tutto ti permetti perché hai tempo.
Quando la mamma ti dice: “ma li cerchi tutti col lanternino!” e tu non ti incazzi. Anzi, ti fa quasi piacere e sprofondi in una specie di torpido autocompiacimento che ti permette di spostare la tua Scelta a Domani.
(Quale Domani, a proposito? Se ne parlava proprio ieri o ieri l’altro).

Va bè, ve l’ho detto: fa caldo.
Ne parliamo un’altra volta, dai.

Davanti al mare

L’onda del mare è ritmica, inesorabile nella sua eterna ciclicità.
Mi ipnotizza, mi disorienta ed infine mi riflette.
E’ il respiro di questa consapevolezza che cresce.
E mi incanto, scivolando in un’inerzia paralizzante all’interno della quale una specie di caos aumenta.
E in un angolo di questo implacabile disordine mi trovo io.
Io che smanio per trovare e poi afferrare appigli che possano salvarmi da qualcosa che mi lambisce e che tenta di inglobarmi.
Un qualcosa che non riesco ancora a definire e che percepisco come più grande e più forte di me.
Il mio Divenire.
Il flusso portante da riconoscere, e poi da accettare e un giorno poter consapevolmente scegliere.

Citazioni di Alina #4

“Dove non c’è la fiducia non c’è niente.
Non ci nascondiamo dopo le tende.”

San Giovanni

La festa di San Giovanni mi riporta ad antichi e penosi ricordi.
Di una famiglia numerosa, ma severa, problematica, conflittuale e vagamene tetra.
Ora che sono grande, riconosco che in questa sera c’era comunque qualcosa di bello.
Una tradizione che amo e che trovo estremamente affine a me.
Il falò.

Buonanotte animelle adorate.

Una domenica bestiale

Primo. Sofferenza: alzarsi prima di quanto si avrebbe voluto.
Secondo. Fatica: cercare di mantenere un dignitoso contegno nell’uscire con una polo di cotone quando si avrebbe voluto indossare un piumino duepiazze strettamente avvolto alle membra, testa compresa.
Terzo. Errore: rendersi conto, al momento di tornare a casa sotto una pioggia decisa e tenace, che l’incoscienza mattutina ci ha fatto scegliere la bicicletta come mezzo di locomozione e aver voglia di piangere.
Quarto. Incoscienza: voler fare shopping con un’amica e realizzare, nell’attimo in cui si mette mano alla borsa, che non si hanno denari. Chiedersi successivamente il senso di certi impulsi. Battere in ritirata con la coda tra le gambe.
Quinto. Problema: gli indumenti ammassati sul divano che guardano male, anzi malissimo, e il ferro da stiro che, oltre a crearmi intensi momenti di calore ad un certo punto mi blocca la lavatrice e si fa mollare lì fino a nuova data da destinarsi. Aver, di nuovo, voglia di piangere.
Sesto. Disastro: inciampare casualmente in un filo (ma il caso non esiste) e accorgersi di aver divelto malamente la malferma piastrina di una presa elettrica. Pensare che basta un niente per restare folgorati e averne così paura da sentire l’elettricità anche senza toccar con mano. Impegnare almeno un’ora di tempo per aggirare le leggi fisiche e contenere il tutto senza farsi male. Rimpiangere di non avere marito.
Settimo. Stress: organizzare la settimana e soffrire già in anticipo per le incombenze di martedì, mercoledì e giovedì. Perdere tempo per pensare cose già pensate, decise, programmate. Soffrire all’idea che le prenotazioni della sottoscritta per questa o quell’altra serata sono una lusinga ma soffocano.
Ottavo. Barlume di speranza: uscire a cena con amici e ridere a crepapelle, oltre che riempirsi goduriosamente la pancia. Presagire, nel contesto, una vacanza agitata e divertente.
Nono. Sacrificio immane: ammettere che è la sera giusta per cominciare ad andare a letto ad un ora decente (notate che non è cambiato niente dall’anno scorso, al riguardo…) e impegnarsi per riuscirvi.
E tanto sono ancora qui che scrivo.
Gnau.

Il volo della spirale – presumibilmente – aurea

Stamattina, volando giù dalle scale per andare in garage, ho visto una piccola macchia scura sul muro dell’androne.
Era lei:

Ho pensato: e se qualcuno la uccide? (E perché mai dovrebbero ucciderla?)
Va bè. L’ho presa e l’ho portata giù con me.
L’ho appoggiata in macchina sul tappetino lato passeggero e, una volta risalita la rampa, l’ho presa e l’ho lanciata nell’area antistante la casa diroccata adiacente al nostro condominio: un rettangolo incolto pieno di erbe selvatiche di ogni genere.

L’ho “lanciata”?…
Credo sia necessario che io rifletta sulle mie splendide iniziative di aiutare gli altri e sui miei modi poco ortodossi.
A questo proposito, contrariamente a precedenti intenzioni, sfrutto la citazione scelta da un’amica e pubblicata in altro tempo ed in altro dove:
“Nessuno può convincere un altro a cambiare. Ciascuno di noi è il custode di un cancello che può essere aperto soltanto dall’interno. Noi non possiamo aprire il cancello di un altro, né con la ragione né con il sentimento.”
(Marilyn Ferguson, New Age a parte…, scelta da Glenda).

E intanto piove.
Mi sento in colpa per il volo della lumaca.
Ma non potevo appoggiarla?
Un giorno scriverò delle chiocciole e della perfezione della loro forma.
Buongiorno