Fobie 4

Ci sono circa 90 metri quadri a tua disposizione.
Non fa nè caldo, nè freddo. Il microclima è ottimo in ogni stanza.
La polvere l’ho tolta ieri, non ti puoi certo lamentare.
Ci sono angoli ovunque, asciutti, in penombra, rassicuranti.

E allora perché vieni a meditare incautamente
proprio sul muro sopra al mio cuscino, o RAGNO?

Spider: perché io sono io, cara.
Gatto: tu sei tu se non ti avvicini troppo. Altrimenti eri.

L’Araba Fenice #2

Sto preparando un altro bel falò.
E come al solito, dopo, non mi riconosceranno.
Cassi loro.

3 Giugno 2010

(Molto intimo e per stomaci forti)

Ti scrivo.
Perché tutte le volte che vengo da te non riesco a dirti nulla. Ma mica per inibizione, o per eccesso di dramma.. Non so. Sono sempre molto tranquilla. Più di una volta, per questo, mi sono chiesta se sono una fredda, una figlia degenere, una perversa.
Lo sai cosa faccio. Tolgo subito tutto, passo la scopa, ricompongo, innaffio, e mi siedo un po’ lì. A volte addirittura fumo o scrivo qualche messaggio. Sono certa che qualcuno troverebbe tutto questo quasi una profanazione.
Insomma, non è mai successo – tranne forse le prime volte – che io riuscissi a formulare un a specie di discorso sensato. Del resto, è chiaro che, nel caso, parlerei soltanto con un riflesso: il tuo riflesso in me. E per fare questo non ho certo bisogno di fare 30 chilometri, no? E nel caso in cui invece che un riflesso ad ascoltare fossi veramente tu, a maggior ragione, non vedo il senso di uno spostamento fisico. In più abbiamo capito una volta per tutte, che il Dialogo migliore avviene quando le parti coinvolte non si parlano. Al massimo possono toccarsi o guardarsi. Ma nemmeno queste sono condizioni necessarie.
Arrivare fin lì è, alla fine, una specie di rituale, ovvero uno di quei comportamenti mirati a creare solchi psichici, un irrobustire l’intenzione e l’esperienza, un adiuvante per formare un’idea che funzioni.
Arrivare fin lì è immergermi nell’Origine della quale tu sei l’emblema massimo.
E poi il paese, gli alberi, i campi, quei sentieri che ricordo da sempre…
Poi, si: mi siedo lì sul gradino di cemento e comprendo all’istante il senso di molte cose. Come quando mi siedo in chiesa. Come quando sto per addormentarmi. Come quando guardo il cielo.

Per vizio guardo spesso anche per terra: è così che trovo i miei famosi tesori.
E un giorno proprio lì, vicino al tuo laboratorio di trasformazione, ne ho trovato uno pazzesco.
Osservavo con sguardo neutro l’erba, i rametti secchi, le piccole pietre, l’irregolarità del piano e ho visto dei frammenti di legno chiaro. O forse no: delle pietre. No. Né legno, né pietre.
Il passato – un passato piuttosto remoto, in quel caso – affiora dalla terra rivelando la veridicità di frasi come “tutto è uno”, “nulla si crea o si distrugge; tutto si trasforma”, “si torna alla terra” e cose di questo genere.
Allora il pensiero è andato subito a te: mi sono chiesta molte volte come puoi vivere oggi la trasformazione del tuo ultimo tempio. Mi chiedo se sei già stata mondata dall’attaccamento tanto da accettare ciò che sta accadendo al tuo veicolo senza morirne – per la seconda volta – d’orrore.
No. Non sono alienata nel fare questi pensieri. Sono fermamente convinta che tutti ci pensano. Ma come al solito c’è chi le cose le dice e chi non le dice. Tutto qui.
Allora in quel giorno, trovando un piccolo frammento osseo, contrariamente a quanto si possa pensare di fronte ad una prova tangibile della Fine, ho avuto uno strumento in più per aiutarmi ad avere fede: non siamo solo materia. Qualcosa di noi vive oltre. Ancora combattuta tra il raziocinio e un certo Sentire, potrei disquisirne all’infinito: chi legge abitualmente ciò che scrivo ha capito come sono e in cosa credo veramente. Quella che non ha ancora capito sono io perché un giorno mi fido di me e l’altro no.
Tu hai sempre creduto. Potrei invidiarti per questo.

Come va.
Va bene. Va meglio. Anche se c’è una cosa che vorrei dirti al riguardo. Ma è una cosa di cui mi vergogno e che a volte mi fa sentire cattiva, ingrata, diabolica. Ma te la dico così inizio ad integrarla.
Scusami (e scusa anche a chi legge) se questa cosa magari l’ho già detta. Io seguo ciò che emerge. Se ripeto qualcosa è perché forse è necessario che io lo faccia.
Vorrei parlarti di crescita e di libertà.
La tua partenza mi ha liberata un poco. Ha sdoganato la possibilità di essere quella che sono, eventualità da sempre inibita che se ne stava nascosta dietro il desiderio di compiacere i tuoi presunti desideri. E dire che non mi hai mai chiesto nulla. E nemmeno mai impedito niente. Solo ora comincio a conoscermi e ad esprimermi e a comprendere, guardando un poco indietro, la forte dipendenza che avevo verso di te che ci ha condotte in un involontario ma tragico condizionamento reciproco.
Tu te ne sei andata, poi. E io mi sono sentita libera.
E’ chiaro che tu hai fatto il Tuo percorso, non mi sento certo responsabile di niente in questo senso. Ma è altrettanto chiaro quel che si dice: che i genitori si scelgono “prima”. E io ho scelto una madre generosa al punto da non lasciare che brucianti domande creassero i presupposti per la Mia strada. Una madre che ad un certo punto mi ha liberato, più che da sé, da tutti quei legami condizionanti dei quali, ancora oggi in certi casi, cerco di scioglierne le fila. Avevo, forse, bisogno proprio di fare così. Chi lo sa. In ogni caso sono ancora al lavoro in questo senso.
Tu te ne sei andata ed io mi sento libera. Suona come un sacrilegio.
Eppure più dico questo, più ti amo. Ma non attraverso la consueta modalità drammatico-romantico-tradizionale. E’ più una cosa primitiva, terra-terra, che rasenta la legge biologica, che si fonde con i codici universali della Natura. Qualcosa di indifferenziato e omnicomprensivo che mi conduce immediatamente alla comprensione del vero senso dei legami e della reciprocità degli esseri.

Sarebbe naturale, a questo punto, che io dicessi che ti penso spesso e sei nel mio cuore.
Ma è più corretto dire che ora sento chiaramente di portare avanti una parte di te e che se ti sento, ti sento nella carne e nella tua eredità psichica che, passo dopo passo, sto ripulendo dal vizio per renderla funzionale nella mia vita.
Voglio saperti libera e felice.

E tra poco vengo da te.

Ho il terrore di disturbarti.
Ma stanotte vorrei tanto sognarti.

ore: 17.45, mentre faccio merenda.
Nel vaso che qualcuno ha svuotato e non ha capovolto,
sono rimaste intrappolate tre lucertole.
Questa cosa mi ha disturbato un pò. Una non ce l’ha fatta.
C’era un sole stupendo (c’è ancora) ed un magnifico venticello.
Tornando a valle, un cielo di una bellezza che stordisce.
Un giorno scriverò del cielo.

L’estate sulla pelle, finalmente.
Un passo veloce nell’orto e una quindicina di baci sul muso del gatto di mio fratello.
Che pare voler scappare e invece, sotto sotto, ci sta.
Mi sembra che tutto combaci.
Anche se a tratti tollero una specie di piccola umana incompletezza.
Sono viva. Sto bene. Basta.

Autocitazione (impostami dalla qui presente Jessica)

“Ma come fai Gatto a scrivere così bene?”
“Perché io sono un genio della letteratura” (graffiando ripetutamente i jeans di Jessica)

Citazioni di Jessica – 3

“Se mangio un verme solitario, dimagrisco?”

Dove sono finita?

Dapprima, nei reconditi anfratti del mio essere.
Nei giorni successivi, qui:

(continua)

Eccomi: siccome è passato il momento.. aggiorno il post completandolo con le parole che ho scritto alle persone che erano con me in questo magico luogo. E va bè anche se mi copio, per una volta!!!!
*****
Cercando di sintetizzare (ardua impresa per me..) il dono ricevuto da questa esperienza mi ripeterò, citando tra le altre cose un concetto che ho già condiviso con voi in una di quelle belle mattinate passate sotto la “tenda base”.

Il dono del Bosco è stato il Silenzio. Il tornare a Me, senza troppa paura. Con una certa facilità, direi..
Il Bosco è stato la mano forte che mi ha sorretta e mi ha aiutata ad affrancarmi dalla struttura limitante della solita quotidianità, allontanandomi da facili vie di fuga e dandomi l’occasione per un ascolto profondo di me stessa e di tutto ciò che appare separato da me.
Il Bosco mi ha regalato un’energia incredibile: correre in mezzo alle piante, pur avendo i muscoli doloranti, è stato come tornare allo stato sacro dell’essere bambina, recuperando l’antica purezza, la gioia ed il Potere.. e aprendo con forza ed efficacia il canale che mi collega alla terra e a quel cielo dalla bellezza imbarazzante che mi seduceva appena prima di addormentarmi.

Il Bosco mi ha ridato fiducia: esisto intensamente a prescindere dai ruoli, dai risultati, dalle eventuali paure.
Mi sono vista così come ho visto gli altri, saltando gli effimeri passaggi dell’abito sociale e ho trovato meraviglia e Amore.

Lo so, paiono romanticherie scontate.. Ma per una volta, parole stra-abusate come “energia”, “cielo”, “Amore” e tante altre, hanno avuto per me un profondo senso. Non potrei dire altro. Se volessi poter migliorare la comunicazione, potrei farlo in un modo soltanto: avendovi qui con me.. e ridere con voi, raccogliere la legna, accettare in dono l’uovo cotto al punto giusto…
Le parole sono il mezzo che ci è rimasto ora, una volta tornati a casa.
Ma le cose più belle ce le siamo dette in silenzio, vivendo la stessa diretta esperienza…

(insomma, cose da Gatti veri)

Pause

Ma dove sono finita?

Strategie di superficie

In totale contraddizione con quel 15% di parte elevata che la compone, la sottoscritta ha appena creato la sua lista dei desideri, incollando su un documento bianco le immagini di tre oggetti totalmente superflui che brama con passione.
Stupita dall’esigua quantità di capricci finora definiti, ha comunque dato lo start al suo rituale inserendo oggetti per i quali la strada è, come dire, già aperta.
L’importante è creare il solco.
Buona giornata dalla Material Girl
(PS: forse con la percentuale ho esagerato per eccesso)

Cose che capitano (solo a me)

Metto in moto la macchina, ingrano la prima e esco dal garage.
Sento due volte una specie di “crich” articolato.
Mi fermo, scendo dalla macchina e mentre chiudo la basculante guardo per terra per vedere cosa ho schiacciato.
Nella semioscurità di un garage interrato, giace il mio telefono.